lunedì, Aprile 19

Etiopia: oltre il Tigray, la violenza etnica che sta corrodendo il Paese La violenza nell'Etiopia occidentale, nella zona di Metekkel, è una confluenza di interessi locali, regionali, nazionali, stranieri unitamente a fattori scatenanti che sono unici in Etiopia

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Il conflitto nel Tigray è solo la punta dell’iceberg della violenza che sta corrodendo l’Etiopia, e «l’esistenza di crimini atroci nel Paese ha fattori scatenanti che sono unici in Etiopia», come sostiene ‘Ethiopia Insight‘.

Per tanto, mentre tutta l’attenzione internazionale si sta concentrando sulla crisi umanitaria nel nord dell’Etiopia causata dalla guerra tra il governo federale e il Fronte di liberazione popolare del Tigray, altre situazioni gravi si registrano nel Paese, una di queste nella zona di Metekkel, nello Stato di Benishangul-Gumuz, nell’Etiopia occidentale, si sono verificati brutali e ripetuti attacchi. Tra i motivi degli attacchi vi è la rivendicazione del vicino Stato di Amhara sulla proprietà della zona di Metekkel. «Lo Stato di Amhara vuole il diritto di amministrare Metekkel perché vuole controllare i depositi minerari e le terre coltivabili della zona», spiega Tsega Etefa, docente di storia alla Colgate University. «I residenti di Metekkel, compresa la maggioranza della comunità Gumuz, sono contrari all’occupazione dell’Amhara». Ma ci sono insieme, mischiati, anche gli interessi di attori stranieri quali «Sudan e Egitto che si oppongono al riempimento della grande diga della Rinascita etiope a Metekkel, ed elementi locali che sono insoddisfatti della formazione del nuovo Prosperity Party, al potere in Etiopia».

Migliaia di persone sono state uccise e sepolte in fosse comuni, costrette a lasciare le loro case, e proprietà saccheggiate e date alle fiamme. Più di 100.000 persone sono state sfollate e 7.000 sono fuggite in Sudan. Molti di coloro che sono ancora nella regione non ricevono aiuti umanitari.

Gli attacchi da parte della milizia armata, principalmente del popolo Gumuz contro i residenti di Oromo, Amhara, Shinasha e Awi di Metekkel, si sono intensificati nel settembre 2020 e sono proseguiti fino a marzo 2021. I Gumuz sono uno dei gruppi indigeni di Metekkel.
Alcuni osservatori ora affermano che le atrocità commesse a Metekkel stanno raggiungendo ‘
proporzioni di olocausto‘.

La zona di Metekkel è una delle tre zone dello Stato di Benishangul-Gumuz. Confina con gli Stati di Amhara e Oromia e con il Sudan. I suoi principali abitanti appartengono alle comunità Gumuz, Oromo, Awi, Amhara e Shinasha.
Nell’ambito dell’accordo politico federale, Gumuz e Shinasha controllano i sei distretti nella struttura amministrativa locale. Le altre comunità non sono ben rappresentate nel quadro della leadership locale.

«Nel 2003, quando stavo lavorando sul campo per il mio libro sulle relazioni interetniche a Metekkel», afferma Tsega Etefa, «le persone delle diverse comunità erano unanime nel loro desiderio di convivere pacificamente. Diciotto anni dopo, l’emarginazione, l’esclusione etnica, la cattiva governance e l’assenza di meccanismi democratici funzionanti hanno influenzato in modo significativo le relazioni comunitarie». Ora, come afferma Muferiat Kemal, Ministro della pace etiope, «l’area è diventata un punto di congiunzione di diversi gruppi di interesse».

«Questi gruppi di interesse includono attori del vicino Stato di Amhara che rivendicano la proprietà della zona di Metekkel. Questa affermazione ha preso slancio dopo che il Primo Ministro Abiy Ahmed ha assunto il poterenell’aprile 2018, sottolinea Etefa.

Lo Stato regionale di Amhara e gli attivisti di Amhara affermano che Metekkel è stata inclusa con la forza nello Stato regionale di Benishangul-Gumuz dopo che l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front prese il potere nel 1991.
La loro rivendicazione sull’intera zona di Metekkel ha alimentato gli attacchi delle milizie Gumuz contro i residenti non Gumuz. Le milizie vogliono proteggere il
governo trentennale di Gumuz nella regione, area ricca di oro, marmo e fertili terreni agricoli.

Gli attacchi sono stati aggravati dai recenti furti di terre da parte di Amhara e di altri investitori non indigeni che vogliono controllare i settori agricolo e minerario della zona. Molte persone Gumuz sono state sfollate.

Ci sono anche gli interessi sudanesi ed egiziani da considerare. Entrambi i Paesi si sono opposti al secondo riempimento della diga del Rinascimento Grand Ethiopian senza negoziazione. La diga si trova a Guba, uno dei sei distretti di Metekkel.
Guba è il distretto più vicino al Sudan. Sia l’Egitto che il Sudan sostengono che la diga
influenzi il flusso delle acque del Nilo nei rispettivi Paesi. L’Etiopia ha iniziato a riempire la diga, che è completa per oltre il 70%, e si prepara per il secondo riempimento a luglio 2021.

La recente rivendicazione del Sudan su Metekkele in particolare sul distretto di Guba ha scioccato la regione. L’affermazione deriva dalla convinzione che Guba fu donato all’imperatore Menelik II d’Etiopia (1889-1913) da Khalifa Abdullahi, un leader mahdista sudanese, nel 1897. Il confine fu confermato nel 1902 da Etiopia e Sudan.
D’altra parte, l’Egitto considera la diga una grave minaccia alla sua sicurezza alimentare. Questo perché il Nilo Azzurro, che proviene dall’Etiopia,
fornisce fino all’80% delle acque del Nilo.
L’Etiopia ha
accusato sia il Sudan che l’Egitto di aver sponsorizzato attacchi della milizia Gumuz per mettere a rischio la costruzione e il riempimento della diga.

Infine, i funzionari del governo locale di Benishangul-Gumuz hanno ammesso di orchestrare uccisioni mirate etniche a Metekkel come contro il nuovo partito di Abiy Ahmed, che ha sostituito l’ex coalizione di governo dell’Etiopia, il Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Fronte.
I
funzionari ritengono che il Prosperity Party, a cui ora appartengono, voglia eliminare l’attuale accordo federale che garantisce l’autogoverno ai gruppi etnici del Paese. I Gumuz godevano dei diritti amministrativi sulla zona di Metekkel. Ma se il quadro federale etnico fosse alterato dal Prosperity Party, ciò influenzerebbe profondamente gli interessi della comunità maggioritaria Gumuz.
Hanno incoraggiato gli attacchi contro gli abitanti non Gumuz che ritenevano avrebbero preso il sopravvento nell’amministrazione della zona di Metekkel se l’attuale accordo federale fosse stato modificato.

Alla fine, la violenza nell’Etiopia occidentale è una confluenza di interessi locali, regionali,nazionali e, forse, stranieri.

La zona di Metekkel è stata posta sotto un posto di comando che è direttamente responsabile nei confronti del primo ministro. Ma gli attacchi e le tensioni rimangono alti. La violenza potrebbe avere sfumature etniche, ma in fondo questo è un conflitto politico, conclude Etefa.

Conflitti politici schermati da quelli etnici, ma vale anche il contrario nell’unicità del Paese sottolineata da ‘Ethiopia Insight‘.
La
governance etnica è tra i fattori di alla base dell’eccezionalità violenta del Paese. Il «governo etnico è una ricetta per crimini atroci e il federalismo etnico è il peccato originaleresponsabile del pandemonio del Paese», sostiene ‘Ethiopia Insight‘. «La narrativa della differenza e della divisione etnica è radicata nella società. Alcune costituzioni regionali -come la costituzione Benishangul-Gumuz e la costituzioneHarari- arrivano fino a incorporare clausole che affermano che alcuni gruppi etnici sono nativi‘ mentre altri sono ‘coloni‘.

Le cause e le conseguenze di questi tipi di divisioni categoriali sono state discusse a lungo nel mondo accademico». La «dicotomia ‘nativo’ contro ‘colono’ è radicata nel colonialismo; pone alcuni gruppi come minoranze permanenti attraverso la politicizzazione dell’identità. Inevitabilmente queste divisioni portano alla violenza».

Così, la Costituzione etiope «rende alcuni cittadini ‘stranieri’ nel proprio Paese. Inquadra alcuni gruppi etnici come partecipanti politici attivi, mentre altri sono relegati al ruolo di spettatori politici.

In definitiva, il federalismo etnico dà origine all’eccessiva politicizzazione dell’etnia, in cui i gruppi etnici tendono a rivendicare la proprietà esclusiva di risorse, privilegi e diritti nelle rispettive regioni. L’affermazione di narrazioni ‘noi’ contro ‘loro’ ha intensificato e alimentato i discorsi di odio, provocando fratture sociali e risentimento nel Paese».
Chiaro che poi in questo quadro, una disputa sui confini -connessa con l’incapacità di risolvere le controversie- porta facilmente ad atrocità di massa.

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