mercoledì, Ottobre 20

Etiopia: la situazione sta sfuggendo dal controllo del governo per l’alleanza con gli Amhara Le difficoltà del governo federale di riappacificare la regione teatro di una studiata e premeditata escalation di violenze etniche contro Oromo e Shinasha risiedono nel patto stretto tra il Premier Abiy e la ledership Amhara per sconfiggere la leadership tigrinadel TPLF

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L’Etiopia occidentale è ancora una volta teatro di massacri etnici. Martedì 12 gennaio almeno 100 persone sono state uccise in un attacco etnico all’ovest del Paese, nella regione di Benishangui-Gumuz. Ad annunciarlo la Commissione Etiope per i Diritti Umani (EHRC). «Abbiamo avuto informazione che almeno 100 persone sono state uccise il 12 gennaio nella località di Daletti. L’attacco è avvenuto tra le 5 e le 7 del mattino, con vittime di età compresa tra 2 e 45 anni. L’attacco è stato prevalentemente effettuato con coltelli e frecce ma sono anche state usate armi da fuoco», dichiara Aaron Maasho, portavoce EHRC.

Un precedente attacco nella regione di Benishangui-Gumuz, situata al confine tra Etiopia e Sudan, il 23 dicembre scorso aveva provocato oltre 200 vittime. In questa regione vivono le etnie Oromo, Amara e Shinasha. Il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha promesso di far rispettare l’ordine nella regione e di punire severamente i colpevoli. Promesse difficili da mantenere in quanto sarebbero proprio le milizie fasciste Amhara le responsabili di questi massacri che rientrerebbero in un piano di pulizia etnica al fine di liberare le terre dalle etnie ‘indesiderate’. Per ironia della sorte, il giorno prima del nuovo massacro i media governativi avevano assicurato che un ‘relativa’ pace era stata ripristinata nella regione, grazie alle severe misure prese dal governo federale.

Le difficoltà del governo federale di riappacificare la regione teatro di una studiata e premeditata escalation di violenze etniche contro Oromo e Shinasha risiedono nel patto stretto tra il Premier Abiy e la ledership Amhara per sconfiggere la leadership tigrinadel TPLF. Il patto prevede l’aiuto militare in Tigray in cambio di un aumento dei territori della regione Amhara nel sud del Tigray, a Benishangui-Gumuz e nei territori sudanesi di Al-Fashqa. Il patto è stato ricercato da Abiy, consapevole che le sole forze federali a disposizione non sarebbero state sufficienti a sconfiggere militarmente il TPLF nei propri territori. In effetti nel Tigray i combattimenti proseguono a ritmo incessante con grandi difficoltà del governo federale nonostante che il TPLF debba fronteggiare l’esercito federale, le milizie Amhara, l’esercito etiope e i droni da guerra inviati dagli Emirati Arabi Uniti.

Anche l’esecuzione extragiudiziaria di tre leader tigrini e la cattura di Seyoum Nega, un fondatore del TPLF, sembra non aver intaccato la forza militare tigrina. La notizia data dal governo di Addis Abeba una settimana fa aveva riscontrato le reticenze dei media internazionali a causa di mancate prove esibite. Due giorni fa, per la prima volta, un media internazionale (‘Reuters’) ha deciso di riportare la notizia dopo che proprie fonti in loco ne avevano accertato la veridicità. Secondo nostre fonti, i leader tigrini assassinati o arrestati (il governo afferma 9 arresti) sarebbero figure storiche del movimento di liberazione del Tigray che non avevano alcun ruolo nella resistenza armata che sta conducendo il TPLF.

La proposta di alleanza contro il TPLF fatta dal Premier etiope (avvenuta tra agosto e settembre 2020 secondo le nostre fonti) è stata immediatamente accettata dalla leadership Amhara che haintravvisto la possibilità di riconquistare il potere perso oltre 40 anni fa con la caduta dell’ultimo re della Dinastia Salomonica, il negus neghesti, Tafari Maconnèndenominato Hailé Selassié (Potenza della  Trinità) destituito nel 1974 dalla rivoluzione comunista. L’ultimo imperatore viene imprigionato nel palazzo imperiale nel agosto del 1975 e ucciso per soffocamento con un cuscino per ordine del Generale Menghistu Hailé Mariàm, che lo fa seppellire a 3 m di profondità sotto un bagno dell’edificio. Dopo il crollo della dittatura stalinista nel 1991, le spoglie di Selassié vengono ritrovate il 16 febbraio del 1992 e tumulate nella cattedrale della Santissima Trinità di Addis Abeba il 5 novembre del 2000.

Essendo la leadership Amhara tra le più retrograde nel Paese, ancora incentrata su politiche di crescita demografica per prevalere numericamente su altre etnie e sull’espansione dei territori della regione Amhara (da loro considerata come uno Stato vero e proprio), il prezzo da pagare per Abiy per una eventuale vittoria sul TPLF è l’espansionismo Amhara tramite il ferro e il fuoco che sta mettendo in serio pericolo l’unità nazionale e la pace regionale.

Il giorno successivo al massacro di Daletti, le milizie Amhara hanno attaccato contadini sudanesi nelle terre di confine contestate di Al-Fashqa uccidendone 5. Questo raid rientra in un piano di annessione illegale dei territori sudanesi, cercando di costringere la popolazione autoctona a fuggire dalle loro terre e case. Un piano supportato dall’esercito federale che per due volte ha tentato di invadere la regione per poi essere costretto a ritirarsi a causa delle contro offensive dell’esercito sudanese. In visita al luogo del massacro, il Luogotenente Generale Abdul-Fattah Al-Burhan, Presidente del Consiglio Sovrano di Transizione e Comandante Supremo delle forze armate ha giurato davanti alle sue truppe di difendere la patria e proteggere i cittadini dalle violenze delle milizie Amhara e del governo etiope.

«Per quanto tempo dobbiamo portare pazienza? Ogni situazione ha un limite e questa lo ha superato. Al-Fasqa è la nostra terra e siamo tutti disposti a sacrificarci per difenderla» ha dichiarato il Generale Al-Burhan. Coerente alla politica informativa fondata su negazioni, propaganda, retorica nazionalistica, repressione dei media indipendenti e fake news, il ‘Premio Nobel per la Guerra’ Ambiy Ahmed Ali ha, paradossalmente, accusato il Sudan di aver attaccato civili etiopi negando l’eccidio avvenuto ad Al-Fashqa ad opera delle milizie Amhara.

Il massacro di Daletti sta creando tutti i presupposti per una ribellione armata del primo gruppo etnico etiope: gli Oromo che nutrono sentimenti di odio secolare contro gli Amhara accusati di averli oppressi per oltre 150 anni. L’Etiopia è un mosaico di etnie storicamente in contrasto tra di loro per le terre fertili, le risorse e gli spazi vitali. Il TPLF aveva ideato un sistema federalistico creando regioni per la maggior parte mono etniche e dando la possibilità alle varie etnie di gestire le risorse locali presenti nei loro territori a condizione che non mettessero in dubbio il diritto dei tigrini a rimanere alla guida del Paese. Addis Ababa, considerata una zona franca, era e tutt’ora rimane l’unica areadove le varie etnie convivono in armonia. Il sistema ha funzionato per circa 20 anni fino a quando alle altre etnie fu evidente che il TPLF stava maggiormente favorendo lo sviluppo economico e sociale del Tigray e dei tigrini. Di fatto solo Addis Ababa (zona non tigrina) ha conosciuto un impressionante sviluppo edile, sociale ed economico in quanto fu deciso di trasformarla nella vetrina del ‘miracolo etiope’.

L’orientamento etnico del TPLF creò risentimenti che sfociarono a partire dal 2012 in aperte ribellioni degli Amhara e dei Oromo. I primi nella speranza di poter riconquistare il potere perduto dopo il Negus (Haille Selaisse). I secondi per rivendicare una realerappresentanza nel potere amministrativo, politico ed economico centrale mai posseduta nonostante che sia il gruppo etnico maggioritario. Quando ottenne il mandato di Primo Ministro nel 2018, Abiy parlava di unità nazionale, di sentirsi etiopi prima di identificarsi nella propria etnia. Un messaggio innovativo che nascondeva un tranello. Il ‘We are all Ethiopians’ fu seguito da un progressivo indebolimento del potere autonomo delle regioni, da violente repressioni delle manifestazioni popolari, l’eliminazione di leader politici e culturali Oromo, da una guerra di logoramento che spinse nel gennaio 2020 il TPLF ad uscire dalla coalizione di governo da lui guidata per 29 anni e da un impressionante accentramento di potere al governo federale.

Gli ultimi e drammatici avvenimenti dimostrano che il concetto di identificazione nazionale promosso da Abiy nasconde il risorgere delle forze centrifughe del nazionalismo Amhara che stanno utilizzando il Primo Ministro per riprendere il controllo del Paese in quanto la leadership Amhara si sente storicamente la padrona dell’Etiopia, riconosciuta dalla influente Chiesa Ortodossa a causa delle origini ‘divine’ dei suoi avi imperatori che vantavano di essere i diretti discendenti della Regina di Shaba e del Re Salomone.

La guerra nel Tigray è sintomatica di una crisi politica nazionale in Etiopia precedente al 3 novembre 2020. Una crisi che la politica di riforme di Abiy ha avuto il solo effetto di accelerare gli avvenimenti fino ad arrivare agli attuali e orribili spargimenti di sangue. Gran parte del Tigray occidentale è ora occupato dalle forze statali regionali dell’Amhara ed è scoppiata una guerra di confine tra le milizie dell’Amhara e l’esercito sudanese. Le uccisioni etnicamente motivate di Amhara, Oromo e altri nello stato regionale di Benishangul-Gumuz hanno accelerato l’intervento delle forze di sicurezza di Amhara, un dispiegamento militare senza precedenti di uno degli stati dell’Etiopia in un altro. Di fatto la leadership Amhara è impegnata in tre guerre a bassa intensità: Tigray, Benishangul-Gumuz e Al-Fashqa in Sudan. Guerre che potrebbero (forse lo sono già) fuggire dal controllo e diventare tre conflitti maggiori con gravi conseguenza per l’Etiopia e la regione. Nel loro piano di riconquista del Paese, la leadership Amhara sta attuando politiche medioevali dove la forza bruta e la violenza sono gli strumenti per riottenere il controllo dell’Etiopia.

La continuazione del conflitto in Tigray e il nazionalismo Amharaa scapito degli altri stati etiopi e del Sudan, stanno creando le condizioni ideali per il sorgere di richieste di secessione di altri stati etiopi tra cui l’Oromia che ospita la capitale Addis Abeba. Le continue violenze subite dagli Oromo nella regione del Benishangul-Gumuz sta creando forti rancori che si possono tramutare in una aperta rivolta armata. Per evitarla, il governo federale dovrebbe ripristinare la pace, arrestare e processare esecutori e mandanti dei massacri che si stanno ripetendo a scadenza ormai bisettimanale. Un compito praticamente impossibile in quanto gli autori della violenza appartengono alla leadership Amhara e le violenze sono tese ad allontanare le altre etnie per assorbire l’area considerata di strategica importanza politica ed economica visto che ospita la Grande diga DERG. Nella realtà il compito di pacificare la regione è stato affidato alle milizie Amhara, permettendo così alla leadership ‘salomonica’ di esercitare maggior pressioni e violenze al fine di costringere le altre due etnie ad abbandonare le loro terre.

È improbabile che la politica delle armi del ‘Premio Nobel per la Guerra’ Abiy abbia più successo in Etiopia di quanto lo abbia ottenuto in Siria o Libia nel preservare la sicurezza e nel mitigare le minacce ai suoi vicini del Nord Africa, Penisola Araba e Medio Oriente. Le elezioni che il Premier ha annunciato per il prossimo giugno non possono essere credibili, libere e trasparenti nell’attuale situazione di guerra. Anche la politica di repressione del dissenso adottata dal dittatore Abiy si scontra con la gioventù etiope che, come quella del vicino Sudan, è troppo diversificata, pluralista e desiderosa di cambiamenti politici ed è praticamente impossibile che la repressione autoritaria si tramuti in stabilità nazionale come è successo in Cile o Argentina negli Anni Ottanta.

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