venerdì, Dicembre 3

Etiopia: la religione potrebbe ancora salvarla dalla etnicizzazione politica La Nazione con le sue 80 etnie e una profonda religiosità, ha in se un giacimento culturale prezioso a cui attingere per costruire la democrazia. Invece, religione ed etnia sono oggi alla radice (anche se non la causa esplicita) del conflitto e, allo stesso tempo, carburante del medesimo

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L’Etiopia è nuovamente in guerra con se stessaE’ sull’orlo del precipizio, oltre il quale ci sarà solo la balcanizzazione e una guerra civile che durerà anni, sul modello della Siria.
Il Paese ha una lunga, ricca, ma turbolenta storia
La Nazione rivendica valori culturali e religiosi che avrebbero potuto essere coltivati, ricalibrati e sviluppati per favorire la pacifica convivenza.
Molte volte, il Paese ha lottato per estirpare semi tossici che hanno di fatto rovinato le sue possibilità di usare la diversità etnica e religiosa come un punto di forza, ma altrettante volte la storia ha offerto all’Etiopia molte possibilità
di trovare una formula unificante e diventare una grande democrazia.
L’Etiopia è una Nazione profondamente religiosa. Sia i cristiani che i musulmani hanno storie affascinanti da raccontare non solo delle loro origini, ma anche di come sono riusciti a negoziare il loro spazio condiviso. E’ una Nazione con circa 80 etnie che rappresentano un giacimento culturale prezioso a cui attingere per costruire la democrazia. Invece, l’etnicizzazione della politicaha ridotto il Paese a un insieme di gruppi ostili consumati dalla sfiducia e dalla paura l’uno dell’altro.
Religione ed etnia sono oggi alla radice (anche se non la causa esplicita) del conflitto e, allo stesso tempo, carburante del medesimo.

«L’Etiopia è sopravvissuta a diverse epoche buie nella sua lunga storia. La religione è stata una delle ragioni per cui è sopravvissuta», afferma Mohammed Girma, ricercatore associato presso l’Università di Pretoria, nel ricostruire il ruolo che la religione ha avuto in passato nell’affrontare le minacce di divisione e disintegrazione.
Un riferimento dal quale il ricercatore parte è la ‘
Zemene Mesafintl’era dei principi. Questo periodo, tra la metà del XVIII e la metà del XIX secolo, ha preso il nome dalla Bibbia, perché imitava ilperiodo dei giudici‘, il periodo biblico nella storia di Israele.
«Giosuè, che aveva guidato gli israeliti nell’ultima e critica parte del loro cammino di liberazione e li aveva aiutati a stabilirsi nella terra promessa, era appena morto.
Alla sua morte, il punto di riferimento della vita ebraica iniziò a dissolversi. La Nazione si divise in 12 tribù, seguite da un periodo di circolo vizioso di violenza e illegalità.
Nel periodo pre-Zemene Mesafint, i monarchi erano i simboli dell’unione. Erano giudici supremi, responsabili della risoluzione delle controversie politiche. Poi c’era la Chiesa a fornire la giustificazione teologica per l’unione.
Come il periodo dei giudici, «
lo Zemene Mesafint è stato un periodo infido nella storia etiope, la sua unione minacciata da signori della guerra regionali assetati di potere. Quando il potere ha abbandonato il governo centrale e si è affidato ai leader regionali, l’architettura politica e istituzionale della Nazione è stata messa in discussione.
Gli st
udiosi ritengono che l’accresciuto regionalismo durante lo Zemene Mesafint abbia portato l’Etiopia sull’orlo della disintegrazione.Ma la potente Chiesa ortodossa, all’epoca era favorevole all’unità. Era una potente macchina unitaria, il cui scopo principale era portare il suo messaggio oltre la regione. La Chiesa aveva molto da perdere dalla disintegrazione. Aveva anche una storia di destituzioni di leader che cercavano di ostacolarla. La religione, quindi, ha fornito uno strumento politico teologicamente informato -un mito nazionale di un patto sociale- per ridurre il pericolo incombente».
I cittad
ini comuni hanno usato questa nozione per inventare la propria versione di ‘volksgiest‘, il loro stile di vita. «La loro principale preoccupazione era negoziare il loro spazio con altri gruppi etnici e religiosi. In definitiva, lo strumento sociale che gli intellettuali religiosi hanno messo in campo per evitare la crisi esistenziale è diventato una opportunità che ha contribuito a riconfigurare l’unione etiope. Per molti anni è stato un quadro epistemico che ha fornito una visione per una pacifica convivenza», afferma Mohammed Girma.
Tuttavia
, questo mito -e i valori sociali che lo racchiudevano- «non sono stati nutriti e ricalibrati per adattarsi alle attuali realtà sociali e politiche. Invece, è stato demistificato e politicizzato. Il risultato è che, invece di diventare una forza unificante, è diventata una fonte di polarizzazione». Si è rivelata, così, una occasione mancata. I leader hanno scelto la coercizione, non la convinzione, come mezzo di unificazione. «Le sue increspature sono ancora visibili in Etiopia oggi: risentimento, trinceramento e vendetta stanno rapidamente diventando la nuova normalità. Politici, attivisti e media continuano a ‘decostruire’ vecchie narrazioni e perpetuare nuove lamentele. Nessuno è così impegnato a ricostruire una nuova storia inclusiva».
«
Quel punto di default religioso è ora sostituito da uno nuovo: l’etnia. Nell’attuale realtà politica etiope, l’etnicità non è mera fedeltà, è anche un quadro interpretativo attraverso il quale i gruppi analizzano e formulano la loro esistenza.La religione e i suoi valori sociali sono stati indeboliti. Ancora più preoccupante, la religione è ora oggetto di preda e può essere strumentalizzata, se necessario, dai politici per ottenere vantaggi politici.

Il problema che deve affrontare l’Etiopia ora ha qualche somiglianza con i tempi dello Zemene Mesafint. Ad esempio, sono nati potenti Stati regionali. Alcuni di essi operano con preoccupanti livelli di autonomia rispetto allo Stato federale. Hanno eserciti ben dotati di risorse, a differenza dell’Esercito federale. Le animosità personali tra i leader politici spesso prendono rapidamente una forma tribale. La fedeltà etnica e il conseguente territorialismo sono diventati un prisma sociale e politico attraverso il quale vengono immaginate le interazioni umane. Le ingiustizie storiche non vengono affrontate adeguatamente. Invece, vengono ricircolati e galvanizzati da gruppi ostili per raggiungere i loro obiettivi politici».
Allora, qual è il ruolo della religione in questa situazione?

In primo luogo, afferma Girma, «ciò che si manifesta in ambito sociale e politico è sintomatico del decadimento morale all’interno delle istituzioni religiose. Per la loro stessa incapacità di diventare una fonte di pacifica convivenza e riconciliazione, i gruppi religiosi sono diventati responsabili della perdita della bussola morale nella società.
In secondo luogo,
non esiste un’entità religiosa unificata che attiri l’attenzione e detti una narrazione unificante mentre le istituzioni religiose affrontano le proprie crisi interne legate all’etnia. Un esempio calzante è che Abune Mathias -il capo della Chiesa ortodossa che è di discendenza del Tigray- si è recentemente espresso contro la posizione del Governo federale nel conflitto. Ci sono altri membri del clero all’interno della stessa Chiesa che sono dichiarati sostenitori dell’azione del governo di ‘mantenere la legge e l’ordine’ in Tigray.
In terzo luogo,
anche se la religione non è il fattore principale alla base del conflitto, può essere utilizzata come fattore di mobilitazione da entrambe le parti. I sostenitori dei gruppi in guerra usano i loro pulpiti per demonizzare i loro nemici percepiti e dipingere i loro leader in una ‘luce messianica. Questo comporta il rischio di dogmatizzare posizioni ideologiche e desensibilizzazione delle coscienze quando le atrocità sono commesse da coloro che sono sostenuti da un particolare gruppo.
Infine,
la conversazione intrisa di religione spinge la politica dalle idee, che possono essere contestate, al dogma, che deve essere difeso ad ogni costo. Semplicemente, è una questione di esistenza».

L’etnia come elemento di default del Paese è, dunque, al centro del rischio che corre oggi l’Etiopia. Il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, è alle porte della capitale -in attesa, si suppone, di segnali politici che lo convincano a muovere alla conquista di Addis Abeba, una città di 5 milioni di persone. Se il TPLF riesce a prendere il potere -e ci sono ancora osservatori e analisti che ritengono che non ne abbia le capacità, il TPLF, secondo questa ipotesi, vorrebbe solo mettere sotto pressione il governo federale per negoziare sul Tigray e la sua indipendenza, non entreranno ad Addis Abeba perchè lì sono molto impopolari, si sostiene, il TPLF non potrà rivendicare la vittoria perché vincere è un fatto politico, avrebbero bisogno del sostegno e della cooperazione di un numero sufficiente di attori politici, che invece non hanno-, l’Etiopia è quasi certo che si frantumerà in feudi etnici in guerra tra loro.
Il Segretario di Stato americano Antony Blinken, in tour in Africa, dal Kenya -uno degli interlocutori chiave nelle trattative che si stanno conducendo per fermare la guerra-, ieri, parlando di escalation della violenza, espansione dei combattimenti in tutto il Paese, ha dichiarato di vedere messa a
«rischio crescente l’unità e l’integrità dello Stato».
Addisu Lashitew, assistente professore alla McMaster University e collaboratore del Brookings Institution, nel percorso storico del TPLF individua gli elementi della disgregazione dell’Etiopia.

Partito radicale di radice marxisto, il TPLF è stato fondato nel 1975 con l’obiettivo di stabilire una repubblica Tigrayan indipendente. Negli anni successivi alla sua formazione, il partito moderò la sua posizione. Prima si fissò come obiettivo raggiungere l’autogoverno del Tigray all’interno dell’Etiopia, poi di rimodellare il sistema politico etiope in funzione dei propri interessi.
Dopo aver guidato con successo una campagna di guerriglia contro la dittatura militare etiope nel 1991,
«il TPLF ha ideato un sistema federale su base etnica, che ha conferito a ciascuno degli oltre 80 gruppi etnici dell’Etiopia un diritto assoluto alla secessione. I tigrini rappresentano solo il 6% circa della popolazione etiope complessiva e alcuni dei loro gruppi rivali, inclusi gli Oromo e gli Amhara, sono molto più grandi. Così il TPLF ha creato l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, un gruppoombrellodi partiti etnici da usare quale veicolo per le sue ambizioni politiche», afferma Addisu Lashitew.
Per quasi 30 anni, il TPLF ha poi guidato il Paese configurando «un regime relativamente stabile ma corrotto e repressivo che è durato fino al 2018». In quell’anno, una serie di proteste popolari nelle regioni di Oromia e Amhara ha portato alla fine dell’era politica dominata dal TPLF. Abiy Ahmed, un oromo, è stato eletto Primo Ministro, riuscendoci con il sostegno delle fazioni Oromo e Amhara dell’EPRDF e contro l’opposizione del TPLF. Una volta al potere, Abiy ha proceduto a smantellare le leve di influenza e controllo del TPLF. Il TPLF si ritirò, quindi, con le sue risorse e il personale chiave, a Macallè, la capitale regionale del Tigray, «e cercò di assicurarsi l’indipendenza de facto».
«Quando le elezioni nazionali sono state rinviate nel 2020 a causa del COVID-19, il TPLF ha respinto la decisione per motivi costituzionali e ha adottato la misura senza precedenti di istituire unanuova commissione elettorale per le elezioni locali, vincendo successivamente quasi tutti i seggi nel Parlamento regionale».
«Il 4 novembre 2020, il TPLF ha lanciato un attacco preventivo e coordinato al Comando settentrionale dell’Esercito etiope, in un apparente tentativo di promuovere la sua ambizione di una repubblica indipendente del Tigrino. Il 5 novembre, sulla scia di importanti conquiste militari contro l’Esercito etiope, il TPLF ha orchestrato la formazione di una nuova coalizione politica di partiti etnici e gruppi armati. Ciò è parallelo all’episodio del 1989, quando il TPLF organizzò la creazione dell’EPRDF per garantire il suo controllo politico su tutta l’Etiopia.
Il
TPLF, data la sua storia al potere, sa che non ha i mezzi per stabilire un governo federale legittimo. La sua precedente strategia di dominare i partiti delle diverse etnie che accettano il suo dominio non può funzionare di nuovo».
Posto ciò,
se il TPLF riesce a strappare di nuovo il potere politico, «è molto probabile che lo utilizzi per sciogliere la federazione etiope,spingendo tutte le regioni etniche ad esercitare il loro diritto di secessione protetto dalla Costituzione. La disgregazione dell’Etiopia lascerebbe i vari rivali del TPLF deboli,frammentati e potenzialmente contrapposti. Inoltre, aprirebbe la strada al TPLF per imporre la sua volontà in una disputa sui confini con i vicini del Tigray nella regione di Amhara, rimuovendo così l’unico ostacolo più importante sulla strada per un Tigray indipendente».

L’alleanza militare conclusa dal TPLF con l’Oromo Liberation Army (OLA), gruppo ribelle che sta combattendo per un’Oromia indipendente,«si inserisce perfettamente in questo scenario», afferma Lashitew. «I due gruppi hanno, però, una lunga storia di inimicizia.
Data la sfiducia tra l’OLA e il TPLF, e
dato il loro comune interesse per l’autodeterminazione etnica, l’unico finale che potrebbe soddisfare entrambe le parti sarebbe la dissoluzione del sistema federale etiope. La balcanizzazione dell’Etiopia, scatenerebbe quasi certamente un feroce spargimento di sangue etnico, sfollando milioni di persone in più, provocando carestie e destabilizzando l’intero continente africano». La scorsa settimana si è alleato al TPLF anche l’Afar Revolutionary Democratic United Front (ARDUF), altro gruppo ribelle etnico.
A ciò si aggiunga la criticità del
Tigray occidentale e meridionale. «Entrambe le aree sono state staccate dalle province di lingua amarica di Wollo e Gondar e ricostituite sotto la regione del Tigray nel 1994, quando il TPLF era al potere. Ma dopo l’inizio dell’attuale conflitto, le forze federali e quelle Amhara hanno preso il controllo dell’area occidentale. La disputa è profonda e ha ramificazioni che dureranno più a lungo del conflitto attuale. Il rischio è trasformare il Tigray occidentale e meridionale in un’altra Gerusalemme, un simbolo di animosità e conflitto feroci e apparentemente senza fine», secondo Addisu Lashitew.

Secondo Mohammed Girma, la religione potrebbe ancora avere qualche possibilità di salvare l’Etiopia. I gruppi religiosi, cristiani e musulmani, dovrebbero fare prima di tutto «un’autentica ricerca dell’anima all’interno di ogni gruppo religioso», e poi, uno «sforzo di pace interreligioso», uscendo «dalle loro piccole camere di risonanza, ascoltare con empatia coloro che stanno soffrendo e fornire una narrativa trascendente che vada oltre le divisioni politiche», e infine «prendere una distanza emotiva dalla politica e trovare uno spazio neutrale in modo da ottenere chiarezza morale». Conclude Girma: «L’Etiopia reclama una nuova alleanza sociale: il ‘noi’ dell’umanità, non il ‘noi contro loro’ della politica. Mentre la diversità dovrebbe essere rispettata e persino celebrata, gli insegnamenti religiosi dovrebbero ora concentrarsi sulla guarigione e sulla riconciliazione». In questo modo l’etnicizzazione della politica sarebbe superabile,e a quel punto sarebbe aperta la strada per una soluzione creativa della democrazia declinata secondo la cultura locale, che metta insieme le risorse preziose della cultura e le integri in un modo vivificante, come afferma Mohammed Girma. «Una tale mossa avrebbe un doppio vantaggio: in primo luogo, una democrazia adattata in modo tale da fare appello alle sensibilità culturali», specificatamente a quelle che Girma definisce, elencandole, ‘indigenous virtues’, virtù indigene, «e in secondo luogo, le virtù rivitalizzate fungerebbero da recettori morali per la democrazia».

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