martedì, Ottobre 26

Etiopia: la guerra raggiunge Addis Abeba? Il temuto pericolo che il conflitto si espanda nella capitale è comparso con l’attentato nel quartiere Lideta

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Mentre il governo è riuscito ad assicurarsi il totale blackout informativo che gli sta permettendo di portare avanti una sporca guerra nella regione nord del Tigray, ufficialmente conclusasi lo scorso 28 novembre secondo quanto dichiarato dal Primo Ministro Abiy, il temuto pericolo che il conflitto si espanda nella capitale è comparso domenica scorsa con l’attentato nel quartiere Lideta. Secondo il bilancio diramato dal comandante di polizia Alemayehu Ayalke, sarebbero morti tre senzatetto e altre cinque persone sarebbero state ferite, affrettandosi a sottolineare che «non ci sono indicazioni che questa attentato sia collegato alla crisi in TIgray».

Questo è il primo attentato andato in porto ma nelle precedenti settimane varie altri attentati sono stati sventati dalla polizia di Addis Abeba che ha sempre incolpato il Tigray People’s Liberation Front senza produrre prove a sostegno dell’accusa. Questa volta la polizia non ha nominato il TPLF. Per quale ragione? “Non essendoci stata alcuna rivendicazione dell’attentato, non si possono individuare facilmente i responsabili se non con un’accurata indagine. Il motivo che questa volta il governo federale non ha incolpato il TPLF è semplice. Secondo la verità ufficiale di Stato, il TPLF è stato disintegrato e ridotto all’impotenza. I suoi dirigenti in fuga e braccati. Incolparlo dell’attentato significa ammettere che la guerra civile non si sia conclusa nei modi descritti dal Primo Ministro e che il nemico abbia ancora la capacità logistica e organizzativa per colpire il cuore del Paese dove risiede anche la sede della Unione Africana” ci riferisce una fonte diplomatica.

Il governo ha spiccato delle taglie contro i dirigenti del TPLFin fuga’. Chiunque darà notizie determinanti alla loro cattura riceverà un compenso pari a 300.000 euro. Le ultime notizie pervenuteci tre giorni fa indicavano che gli scontri tra il TPLF, l’esercito federale e le milizie Amhara erano ancora in corso in varie zone del Tigray. Anche i soldati inviati dall’Eritrea sono ancora presenti e attivi dopo aver deportato circa 80.000 profughi eritrei. Avendo il totale controllo di Internet (in Etiopia solo la compagnia statale EthiopiaTelecom è autorizzata ad operare, nonostante che sia avviato il processo di parziale privatizzazione), il TPLF non riesce a fornire informazioni accurate sui suoi siti online.

Di vitale importanza per il governo federale è evitare il coinvolgimento diretto del Sudan che sarebbe inevitabilmente a favore del TPLF. I due Paesi hanno deciso di tenere ulteriori discussioni dopo gli scontri avvenuti la scorsa settimana presso le aree di confine contestate. Il Primo Ministro sudanese Hamdok e Abiy hanno tenuto colloqui a margine del vertice dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD). Durante la riunione, l’IGAD ha deciso di sostenere “le misure di applicazione della legge in Etiopia”, il termine che i federali usano per descrivere le operazioni militari nel Tigray come legali e legittime.

Il Premier Hamdok è l’attuale Presidente del IGAD. Il vertice si concentrava sui processi di pace e sicurezza in Sudan, Sud Sudan, Etiopia e Somalia. Al vertice di Gibuti hanno partecipato Moussa Faki Mahamat, Presidente del blocco dell’Unione africana, il Presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, il Presidente somalo Mohamed Farmaajo, il Presidente di Gibuti Ismaïl Omar Guelleh, nonché Abiy e Hamdok. Il Sud Sudan è rappresentato dal suo vicepresidente Rebbeca Garang e l’Uganda dal suo ambasciatore Rebecca Otengo. Il vertice è stato anche segnato dall’incontro tra Farmaajo e Kenyatta, dopo la recente mossa della Somalia per interrompere i rapporti diplomatici con Nairobi. Dopo mesi di crescenti tensioni tra i due vicini, la Somalia ha interrotto le relazioni diplomatiche con il Kenya il 15 dicembre, accusandola di ‘violazioni della sovranità somala’.

Il Presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat, presente anche lui al vertice, ha invitato i membri dell’IGAD ad aiutare l’Etiopia ad affrontare la crisi umanitaria innescata dal recente conflitto nella regione separatista del Tigray, secondo il comunicato della presidenza keniota. Nonostante che le Nazioni Unite non osino denunciare apertamente i crimini di guerra fino ad ora commessi e che le ONG presenti nel Paese abbiamo accettato senza riserve le verità di Stato nella speranza che la loro omertà possa essere gratificata con l’autorizzazione ad iniziare le operazioni umanitarie in Tigray, l’accesso agli umanitari rimane negato. Il governo afferma di riuscire a provvedere da solo agli aiuti umanitari e trasmette immagini di distribuzione di cibo alla popolazione civile a Mekelle e Shire, le due città tigrine che sarebbero sotto il pieno controllo federale. L’Europa ha deciso di congelare 90 milioni di euro di aiuti bilaterali destinati all’Etiopia per via dei sospetti di crimini contro l’umanità e al rifiuto di concedere alle agenzie umanitarie l’accesso al Tigray.

Una decisione salutata positivamente dal TPLF su ‘Tigraionline’, pur accusando la comunità internazionale di non essere risuscita ad agire in modo tempestivo per evitare le atrocità commesse. «La comunità internazionale ha ignorato i fatti sul campo e non ha dato ascolto a affermazioni credibili che segnalavano il pericolo di genocidio e crimine contro l’umanità. La comunità internazionale sta ora piangendo lacrime di coccodrillo dopo che milioni di tigrini sono stati sfollati, migliaia di civili sono stati brutalmente e selvaggiamente uccisi e traumatizzati, case e infrastrutture distrutte, fabbriche smantellate e saccheggiate, raccolti bruciati e bestiame ucciso» recita il comunicato del TPLF.

La famosa azienda veronese Calzedonia ha chiuso il suo stabilimento di pelletteria a Mekelle, Itaca Textile, aperto nel 2018 con circa 2mila dipendenti. Calzedonia finanzia anche opere umanitarie tramite il sostegno ai centri di formazioni professionali gestiti da Don Bosco e dalla Ong cattolica italiana VIS. Subito dopo l’inizio delle ostilità la produzione è stata sospesa. La direzione il 15 novembre aveva dichiarato che 6 dipendenti italiani e uno del Sri Lanka erano bloccati nell’area dove sorge lo stabilimento. A confermalo è stato il responsabile della sicurezza di Calzedonia, Fabio Comini. “La produzione è al momento sospesa anche per mancanza di energia elettrica. Dal 4 novembre siamo in contatto con l’Unità di Crisi del ministero degli Esteri e con la nostra ambasciata di Addis Ababa e contiamo di evacuare i nostri dipendenti appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno”. Lo scorso 20 novembre il ministro Luigi Di Maio aveva detto di star valutando tutte le opzioni possibili a tutela dei connazionali e imprese in Etiopia. Al momento attuale non si sa se i sei italiani siano stati evacuati.

Secondo fonti diplomatiche africane, Calzedonia potrebbe trovarsi in una situazione delicata in quanto sarebbe vista dal governo federale come vicina al TPLF. Quando l’azienda veneta valutò opportuno aprire una unità produttiva in Etiopia a causa della presenza di ottima pelle e della tradizionale capacità artigianale a trattarla, fu scelta propria la capitale di Mekelle come luogo dello stabilimento. “Si trattò di una scelta politica. Vi sono molte altre zone con esperienza nel trattamento delle pelli e Mekelle da un punto di vista logistico è la meno conveniente. Ma sotto un punto di visa politico, lo sviluppo industriale del Tigray era una priorità del TPLF quando faceva ancora parte del Governo di Coalizione. Calzedonia avrebbe ottenuto importanti sgravi fiscali e l’assenza di sindacati lasciando i lavoratori etiopi sotto la benevolenza padronale” afferma la fonte diplomatica. Queste considerazioni che riguardano il punto di vista del diplomatico non necessariamente condiviso dalla redazione non aiutano a far luce sulla sorte dell’importante investimento italiano. Non si hanno notizie se lo stabilimento di Calzedonia sia stato bombardato dai federali.

Mentre un rappresentante di una ONG italiana contattato si è affrettato a confermarci che nonostante la guerra in Tigray si sia conclusa con la vittoria del governo federale, i combattimenti continuano ad infuriare. L’Etiopia del progresso e del Prosperity Party sta rischiando di tornare alla povertà e carestie. Un Paese in caduta libera verso un regime assolutista di Abiy Ahmed (che molti tigrini accusano di voler rinstaurare la monarchia) o verso la balcanizzazione. Le speranze di colloqui di pace e di tregue sono definitivamente tramontate in quanto i due contendenti sono determinati a combattere fino all’ultima goccia di sangue.

Il TPLF, malvisto dal resto della popolazione per i metodi dispotici adottati durante i suoi 30 anni di potere, pur avendo garantito al Paese un innegabile sviluppo economico, si vede ora ridotte le speranze di ritornare alla guida dell’Etiopia e si sta concentrando sulla difesa della propria patria: il Tigray. Il Premio Nobel per la Pace deve necessariamente portare i dirigenti TPLF in catene ad Addis Abeba al fine di affermare la sua supremazia politica e militare. «Il Tigray vincerà contro ogni previsione! Vittoria al popolo del Tigray! Onoriamo gli eroi e le eroine caduti!» afferma uno dei rari comunicati del TPLF. Parole che non lasciano spazio all’immaginazione. La guerra continua nel Tigray anche senza informazione.

±Il conflitto è principalmente uno di influenza perduta. Per decenni, il Tigray ha tenuto il potere nella capitale nonostante costituisse solo il 6% circa della popolazione. L’economia e la prosperità del paese crebbero sotto la loro guida, ma le libertà furono ridotte e la corruzione fiorì. I tigrini hanno avuto migliori opportunità di altri per beneficiare della ripresa economica. Dopo aver assunto la carica di primo ministro, Abiy Ahmed ha rimosso tutte le vecchie potenti figure del Tigray dalle posizioni chiave per accentrare il potere su se stesso e sul suo neonato partito Prosperity che si trova in maggioranza al governo ma privo di base popolare ed elettorale» osserva l’inviato del quotidiano tedesco ‘Spiegel’, Fritz Schaap.

Il conflitto nel Tigray dimostra quanto la nuova Etiopia sorta dalle ceneri della dittatura del DERG si basi su fondamenta fragili. Non si è ottenuta una unione nazionale tramite il federalismo che, al contrario, ha accentuato le differenze e le conflittualità etniche. Vari giornalisti etiopi, africani ed europei concordano che l’attuale governo si stia indirizzando verso una nuova dittatura. Le iniziali promesse di aperture democratiche sono state abbandonate. Il Premio Nobel per la Pace, per consolidare il suo potere, ha deciso di adottare i mezzi a cui faceva affidamento prima di diventare Primo Ministro. Abiy era una figura chiave dell’apparato repressivo del TPLF in qualità di capo dell’agenzia responsabile della sorveglianza delle telecomunicazioni e internet. “Abiy è consapevole che il Paese possa cadere a pezzi. Per evitarlo ha abbandonato la via del dialogo e dell’inclusione. Ora sta cercando di riprendere il controllo attraverso l’uso della violenza” fa notare la nostra fonte diplomatica.

Il marxista etiope Wallelign Mekonnen negli anni ’60 definì l’Etiopia (all’epoca guidata dall’ultimo Imperatore Amhara, Tafari Maconnen, Hailé Selassié – Potenza della Trinità), una ‘prigione dei popoli’. Uno Stato nazione a cui si sottomettono la maggior parte dei gruppi etnici. L’Etiopia, al tempo della pandemia Covid-19, è rimasta prigioniera di questa arcaica visione del potere.

Se il conflitto nel Trigay ha creato circa 1 milioni di sfollati e oltre 50.000 profughi in Sudan, non possiamo dimenticare che la linea dura adottata da Abiy già nel 2019 ha creato 1,8 milioni di sfollati interni tra le etnie Oromo e Somali. Gli Oromo rivendicano maggior autonomia e partecipazione al governo. I somali combattano frequentemente con l’etnia rivale degli Afar. Nel frattempo, nella regione di Benishangul-Gumuz a ovest, le tensioni etniche spesso sfociano in combattimenti armati.

L’attenzione al momento è concentrata sul Tigray ma un altro conflitto è sul punto di esplodere. In Oromia, la regione che ospita il gruppo etnico più numeroso, la resistenza al governo federale è cresciuta sempre di più assumendo aspetti feroci. Nascono e si rafforzano gruppi ribelli Oromo che combattono le truppe governative e sono responsabili dell’uccisione di civili appartenenti all’etnia Amhara, la la seconda etnia più grande del paese, che ha governato il Paese per secoli. Nelle regioni Oromo di Wollega e Guji, vengono combattute brutali guerre d’ombra. Ci sono dozzine di fronti di combattimento in Etiopia e gli osservatori temono che il Paese possa trasformarsi in una Jugoslavia africana, in un Paese che si lacera in una sanguinosa guerra civile.

La guerra nel Tigray potrebbe accendere la miccia per una più grande conflagrazione, in parte perché occuperà elementi dell’esercito etiope per molto tempo a venire, creando ‘buchi’ nella difesa di altri punti caldi del Paese. «Questa guerra è un dono di Dio. Le truppe federali e il TPLF si stanno scannando tra di loro. Entrambi sono nemici degli Oromo ed entrambi devono soccombere»: l’affermazione di Falma, attivista Oromo ai media occidentali non fa presagire nulla di buono. Se la Oromia deciderà di ribellarsi al Premio Nobel per la Pace, l’Etiopia cadrà in una spirale di violenza e crudeltà medioevale da cui sarà pressochèimpossibile uscirne.

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