domenica, Ottobre 24

Etiopia: la Grande Diga della Rinascita non è l’unica Lo scontro tra Etiopia, Egitto, Sudan affonda le radici nella politica imperialista dell'800 e in un sistema di dighe costruite nel corso degli anni

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Nella guerra che si sta combattendo in Etiopia, ovvero nel Tigray, la regione ribelle al governo centrale di Primo Ministro Abiy Ahmed, una componente per nulla secondaria è la grande Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la cui costruzione è iniziata nel 2011 e al momento è al 79% di completamento. La crisi del Tigray ha in qualche modo incoraggiato Egitto e Sudan e cogliere l’occasione per alzare il tiro contro Addis Abeba.

E’ di queste ore l’annuncio di Abiy Ahmed circa il secondo riempimento della imponente Grande Diga sul Nilo Azzurro. Il riempimento avrà luogo a luglio come previsto, durante la stagione delle piogge. Una dichiarazione che è benzina sul fuoco dello scontro in atto con i vicini e che rischia per l’ennesima volta di vanificare gli sforzi di far tornare attorno al tavolo delle trattative i contendenti da parte dell’Unione Africana.

L’Egitto, il Sudan e l’Etiopia hanno tenuto diversi round di negoziati intorno alla diga negli ultimi anni senza ottenere risultati. I tre Paesi sono stati bloccati per quasi 10 anni in colloqui inconcludenti sul riempimento e sul funzionamento del GERD. Così le relazioni tra questi tre Stati sono diventate sempre più tese, soprattutto dopo che l’Etiopia ha iniziato a riempire il serbatoio del GERD dopo le piogge estive dello scorso anno, nonostante le richieste del Sudan e dell’Egitto di raggiungere prima un accordo vincolante sull’operazione del GERD. L’Etiopia prevede di completare il GERD, raggiungendo la piena capacità di generazione di energia, nel 2023.

Dallo scorso anno, l’Unione Africana (UA) ha mediato i colloqui tra Egitto, Sudan, Etiopia. Gli ultimi colloqui a tre si sono tenuti il 10 gennaio 2021, alla presenza di osservatori dell’UE, delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, e si sono conclusi senza progressi. La controversia si concentra in gran parte su quanta acqua l’Etiopia rilascerà a valle se si verificasse una siccità pluriennale e su come i tre Stati risolverebbero eventuali controversie future. L’Egitto e il Sudan vogliono un accordo legalmente vincolante per controllare il riempimento e il funzionamento della diga, mentre l’Etiopia insiste solo sulle linee guida.

Ora l’Unione Africana dovrebbe provare organizzare altri incontri. «L’Etiopia non ha assolutamente alcun desiderio di causare danni all’Egitto, né al Sudan», ha detto ieri Ahmed durante il suo discorso davanti al Parlamento.
Poche ore prima, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri, Dina Mufti, aveva annunciato che a breve sarebbe ripreso il dialogo guidato dall’Unione Africana, sotto la guida della Repubblica Democratica del Congo (RDC), che attualmente preside l’UA. Mufti ha anche affermato che l’Etiopia non vede la necessità di coinvolgere il Quartetto internazionale –Nazioni Unite (ONU), Unione Europea (UE), Stati Uniti (USA), Unione Africana (UA)- nei colloqui del GERD, sostenendo di essere fiduciosa che il processo UA in corso «fornirà soluzioni vantaggiose per tutte alle parti negoziali».
Per nulla concordi Egitto e Sudan. Il Ministro egiziano delle Risorse Idriche e dell’Irrigazione, Mohamed Abdel Aaty, ha affermato che le iniziative unilaterali dell’Etiopia riguardo al riempimento e al funzionamento del GERD causeranno ripercussioni negative che l’Egitto non accetterebbe mai. Il suo omologo sudanese, Yasser Abbas, ha invitato l’Etiopia ad accettare la mediazione del Quartetto, approvata anche dall’Egitto, per raggiungere un accordo equo e legale. Una linea comune che conferma la crescente cooperazione tra i due Stati nel contesto di questo dossier.

Se un dialogo davvero sarà avviato di certo non inizia sotto i migliori auspici. Le posizioni continuano essere distanti. Per l’Etiopia, il progetto è volto a risolvere il suo grave problema energetico, fornendo l’accesso all’elettricità a circa 65 milioni di etiopi. Il che significherebbe anche porre le basi per accelerare la crescita economica del Paese. L’Etiopia, poi, afferma che i suoi vicini trarranno vantaggio dalle esportazioni di energia a basso costo. L’Egitto, che fa affidamento sul Nilo Azzurro per l’acqua dolce, considera la diga una minaccia esistenziale, la diga infatti mette in pericolo le sue forniture di acqua dolce, oltre il 90% delle quali proviene appunto dal Nilo. Khartoum è preoccupato per l’approvvigionamento idrico, per il rischio di inondazioni e perchè GERD potrebbe influenzare il funzionamento sicuro delle sue dighe sul fiume Nilo se l’Etiopia gestisse -come di fatto sta facendo- la diga senza coordinarsi con le autorità sudanesi,

e chiede un accordo vincolante che garantisca lo scambio di informazioni e garanzie di funzionamento e gestione ambientale e sociale. Tutto questo anche se il Sudan non è indifferente dalla promessa etiope di energia a basso costo.

«Non è la prima volta che le relazioni nella regione sono state messe a dura prova dalla politica delle dighe: la sua storia è lunga e le tensioni avvertite oggi sono radicate nel passato imperiale», spiega Mahemud Tekuya, già docente della Dire Dawa University, studioso delle questioni relative alle risorse idriche transfrontaliere.

Per capire quanto sta accadendo attorno alla diga, dunque, secondo Tekuya, bisogna partire dall’occupazione dell’Egitto da parte della Gran Bretagna nel 1882. «L’Egitto divenne indipendente nel 1922, sebbene l’influenza britannica rimase forte per altri tre decenni fino a quando le ultime truppe britanniche se ne andarono, nel 1956. Le industrie tessili della Gran Bretagna dipendevano dalcotone egiziano, che faceva affidamento sull’irrigazione utilizzando l’acqua del fiume Nilo. Per conservare l’acqua durante le stagioni piovose per le stagioni secche, gli idrologi britannici svilupparono un piano chiamato Century Storage Scheme.
Il piano prevedeva la regolazione delle acque del Nilo lungo diverse stagioni e anni (siccità e inondazioni) mediante la
costruzione di numerose dighe e bacini idrici in Etiopia e in altri Paesi a monte. Il piano escludeva lo stoccaggio delle acque del Nilo nei Paesi a valle, principalmente a causa delle immense perdite d’acqua che potevano verificarsi a causa dell’evaporazione.
Ma il piano aveva un grosso difetto.
Non considerava gli interessi di nove Paesi a montetra cui Etiopia, Kenya, Tanzania e Uganda. Il suo scopo era salvaguardare gli interessi della Gran Bretagna.

Il più grande progetto sul Nilo fu avviato da Gamal Abdel Nasser, Primo Ministro egiziano tra il 1954-56 e poi Presidente fino al 1970. Nasser voleva costruire una diga che avrebbe posto fine alla dipendenza dell’Egitto dai Paesi a monte, immagazzinando le acque del Nilo in Egitto. Inoltre, avrebbe messo fine alle inondazioni e portato più elettricità agli egiziani.
Nasser decise di costruire la diga ad Assuan, creando un grande bacino idrico al confine settentrionale tra il Sudan e l’Egitto. Il bacino idrico, chiamato Lago Nasser, si estende per circa 125 miglia dall’Egitto al Sudan, dove è chiamato Lago Nubia.
L’Aswan High Dam è stata
inizialmente descritta dagli idrologi britannici come ‘non degna di seria considerazione’ e ‘piena di idee folli per il Nilo’. Questo perché era l’antitesi del Century Storage Scheme e dell’approccio a livello di bacino che dominava la gestione dell’acqua sul Nilo sotto gli inglesi.

Il Sudan ottenne l’indipendenza nel 1956. Il nuovo governo sudanese si oppose ai trattati coloniali, che la Gran Bretagna firmò con l’Egitto. Il Sudan si oppose anche alla costruzione della diga di Assuan a causa degli alti costi sociali, economici e ambientali. Questi, secondo uno storico americano dell’Africa orientale ed esperto del Nilo, il professor Robert Collin, includevano il trasferimento forzato di decine di migliaia di nubiani sudanesi, la distruzione di città storiche, la minaccia di un aumento della salinità del suolo, del disboscamento e del rischio sismico. Il Sudan favorì invece il Century Storage Scheme che prevedeva una serie di dighe più piccole in Uganda ed Etiopia, insieme al Canale Jonglei. Il canale doveva deviare il flusso del Nilo Bianco, aggirando le vaste paludi del Sudd, nel Sud Sudan, dove l’acqua si perde per evaporazione. La costruzione del Canale Jonglei iniziò nel 1978 ma fu sospesa nel 1983.
Nell’ambito del Century Storage Scheme, nel 1956
il Sudan andò avanti con i piani per costruire la diga di Roseires sul Nilo Azzurro ed espandere lo schema di irrigazione Gezira del Paese.

Per attuare i rispettivi progetti, sia l’Egitto che il Sudan hanno cercato di ottenere fondi dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, che poi sarebbe diventata la Banca mondiale. Tuttavia, poiché la diga di Roseires avrebbe alterato il flusso del Nilo e l’alta diga di Assuan avrebbe avuto impatti socio-economici significativi sul Sudan, la banca richiese ai due Paesi di raggiungere, un accordo per ottenere i fondi. Questo si rilevò impossibile. Il Parlamento sudanese ha rifiutato di acconsentire alla costruzione della diga di Assuan mentre l’Egitto si era impegnato ad avviare i lavori di costruzione.

Una drammatica svolta degli eventi nel 1958 ha cambiato il corso della storia. Il generale Ibrahim Abboud ha deposto il governo sudanese e Abboud ha firmato il trattato sulle acque del Nilo del 1959 con l’Egitto e ha acconsentito alla costruzione della diga di Assuan.
L’Egitto ha completato la costruzione della diga di Assuan nel 1971. La diga ha continuato a operare a favore dell’Egitto, fornendo acqua per l’irrigazione e generando un’enorme quantità di elettricità.

L’Alta Diga di Assuan e il Trattato sulle acque del Nilo del 1959, che ignorò totalmente l’interesse dei Paesi a monte, frustrarono l’Etiopia».

Nel 1959 l’Etiopia commissionò un’indagine sul Nilo Azzurro per l’irrigazione e l’energia idroelettrica. L’indagine, condotta dal Bureau of Reclamation degli Stati Uniti, ha pubblicato il suo rapporto finale nel 1964, e proponeva vari progetti tra cui unadiga di confine‘, che in seguito divenne la Grand Ethiopian Renaissance Dam. L’Etiopia non è stata immediatamente in grado di realizzare il progetto a causa della mancanza di finanziamenti. L’Egitto ha utilizzato ampi collegamenti diplomatici e gli accordi dell’era coloniale del 1929 e del 1959 per impedire la costruzione di qualsiasi grande progetto infrastrutturale sugli affluenti del Nilo.
Infine,
dopo decenni di stabilità politica e crescita economica, l’Etiopia è riuscita a raccogliere una porzione significativa di denaro per la costruzione della diga da soggetti locali e dalla sua diaspora. La costruzione della diga è finalmente iniziata nel 2011».

GERD, così, ora si unisce a una serie di dighe esistenti, tra cui l’Aswan High Dam e la Roseires Dam, sottolinea Tekuya. «Ciò rende imperativa una cooperazione e una gestione a livello di bacino.
Data l’
importanza sempre crescente della gestione e del funzionamento coordinati delle dighe a valle e a monte a causa dei cambiamenti climatici, l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto dovrebbero gestire tutte le dighe attraverso Nile Basin Commission, un’organizzazione prevista nell’accordo quadro di cooperazione.
L’accordo, che è stato negoziato per più di un decennio da tutti gli Stati rivieraschi per preparare un quadro a livello di bacino per regolamentare l’uso e la gestione interstatale del fiume Nilo, è accettato da tutti gli Stati ad eccezione dell’Egitto e del Sudan. L’Egitto e il Sudan dovrebbero quindi aderirvi», conclude Mahemud Tekuya, togliendo così anche alibi ad Addis Abeba.

Esattamente quanto sostengono anche gli analisti dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA), i quali affermano che è una priorità «l’integrazione regionale in corso dell’Africa orientale richiede che l’armonizzazione della politica idrica» soprattutto in considerazione del fatto che l’uso e il prelievo di acqua aumenteranno in modo significativo (almeno quattro volte) a causa della crescita della popolazione e del PIL, in un quadro di cambiamenti climatici dove la gestione dell’oro blu sarà determinante. 

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