mercoledì, Maggio 12

Etiopia: l’UE adotta la politica cinese della ‘non interferenza’ Paradossalmente, da una parte l’Unione Europea ammette la grave crisi umanitaria e le violenze esercitate sui civili dall’inizio, ma dall’altra afferma che non può intervenire negli affari interni di uno Stato Sovrano

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Domenica 29 novembre il primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato ai media nazionali e internazionali che le ENDF – Ethiopia National Defence Force durante il weekend hanno preso il controllo di Mekelle, la capitale della regione del Tigray. L’aeroporto, le istituzioni pubbliche, l’ufficio amministrativo regionale e altre strutture critiche sono sotto il controllo del governo federale.

Per il governo federale la campagna militare contro la regione ribelle è terminata con la sconfitta del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) che dal 1991 al 2018 ha governato incontrastato sul paese controllando la coalizione di governo Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRD). Il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha dichiarato che ora vi saranno solo operazioni condotte dalla polizia federale per intercettare i dirigenti del TPLF assicurandoli alla giustizia e operazioni di rastrellamento delle ultime sacche di resistenza delle forze tigrine e degli sbandati ancora in armi.

La conquista di Mekelle ufficialmente dovrebbe mettere fine al conflitto. In questa complicata crisi politica il condizionale è d’obbligo, visto che molti osservatori regionali pensano che in assenza della decapitazione totale della dirigenza tigrigna del TPLF il conflitto continuerà sotto forma di guerriglia, (probabilmente supportata da Egitto e Sudan) continuando a rappresentare una serie minaccia nazionale e per la stabilità della regione. Secondo testimonianze di operatori umanitari presenti nella capitale del Tigray, le forze federali avrebbero conquistato Mekelle senza trovare molta resistenza. Il grosso delle forze del TPLF avrebbe lasciato la capitale prima dell’accerchiamento per iniziare una lunga guerriglia nelle circostanti e impenetrabili montagne.

Che la guerra fratricida non sia terminata con la presa di Mekellelo lo chiarisce Gebremichael, leader del TPLF. Durante una intervista alla Reuters, sabato scorso ha promesso di continuare a combattere. “La brutalità dimostrata dal governo federale può solo rafforzare la nostra determinazione a combattere questi invasori fino all’ultimo“. Alla domanda se questo significasse che le sue forze avrebbero continuato a combattere, ha risposto: “Certamente. Si tratta di difendere il nostro diritto all’autodeterminazione”.

Nonostante l’ammutinamento della Divisione Nord, il TPLF si è trovato a combattere 16 divisioni dell’esercito federale, le milizie Amhara, almeno due divisioni dell’esercito eritreo e decine di squadriglie di droni da combattimento inviati dagli Emirati Arabi Uniti. Un tale spiegamento di forze, associate al blocco terrestre ed aereo imposto alla regione nord, avrebbero convinto il TPLF ad abbandonare gli scontri aperti per imbracciare la guerriglia, di cui  è campione. Al momento la vittoria ufficiale sul governo ribelle del TIgray ha evitato pericolose divisioni interne all’esercito e rivolte di altre etnie, in primis quella degli Oromo. Rischi che si ripresenteranno qualora il TPLF riesca realmente ad organizzare una efficace guerriglia, costringendo il governo a mantenere le sue truppe nel Tigray, completamente prive dell’appoggio popolare.

La notizia della vittoria a Mekelle è stata preceduta da una equivoca e contradditoria presa di posizione da parte dell’Unione Europea. Nonostante gli sforzi diplomatici del Santo Padre e del Premier italiano Giuseppe Conte per attivare pressioni internazionali sulle parti belligeranti del conflitto in Tigray al fine di imporre un immediato cessate il fuoco e l’inizio di colloqui di pace, l’Unione Europea ha escluso la possibilità di intervenire a favore della pace in Etiopia. La scelta di passività dinnanzi alla guerra civile, sposa di fatto la teoria del Primo Ministro AbiyAhmed Ali: le potenze straniere non hanno il diritto di interferire nelle questioni interne di uno Stato Sovrano. La ‘Non Interferenza’ è un pilastro della politica estera della Cina che permette di fare affari con qualsiasi governo africano, che sia esso democratico, dittatoriale o genocidario. Una politica da un decennio aspramente condannata dall’Unione Europea che accusa Pechino di favorire regime dittatoriale e di ignorare il rispetto dei diritti umani e libertà civili.

La posizione UE sarebbe stata chiarita prima ancora della riunione ufficiale al Parlamento di Bruxelles da Janez Lenarcic, Commissario UE per la gestione delle crisi, durante un incontro avvenuto a Bruxelles con il Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni etiope Demeke Mekonnen, secondo informazioni divulgate dall’emittente etiope Fana. “L’UE non ha alcuna intenzione di interferire negli affari interni dell’Etiopia“, la dichiarazione del Ministro. Mekonnen avrebbe rassicurato Lenarcic, promettendo che la campagna militare sarebbe stata breve, di conseguenza non valeva la pena di creare fratture diplomatiche tra U.E. e il suo governo. La conquista della capitale del Tigray, starebbe a dimostrare che Mekonnen ha mantenuto le sue promesse.

La linea non interventista scelta da Leanarcic rispecchierebbe la posizione delle due principali potenze europee, Francia e Germania, che avrebbero messo in minoranza la posizione di mediazione supportata dall’Italia puntando, giustappunto, su una rapida vittoria dei federali. Nel comunicato ufficiale UE, il concetto di non interferenza ‘negli affari interni’ dell’Etiopia, viene addolcito con appelli al dovere delle parti in conflitto di proteggere i civili e garantire la loro circolazione sicura e libera in conformità con il diritto internazionale umanitario, l’urgente cessazione delle ostilità per evitare una grave destabilizzazione dell’Etiopia e di tutta la regione, l’accesso illimitato e immediato degli operatori umanitari a tutte le aeree colpite dai combattimenti.

Con la corretta posizione adottata dal Premier Conte, la politica estera italiana sembra essersi risvegliata dal torpore che dura da vent’anni che di fatto ha creato l’assenza quasi totale della diplomazia dell’Italia sullo scacchiere internazionale. Un’assenza di orientamenti e strategie in politica estera che ha fatto perdere l’influenza esercitata in Libia e l’esclusione degli investimenti italiani nella ricca Regione dei Grandi Laghi, per citare solo due esempi.

Il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed, nonostante la passività diplomatica decisa dalla UE ha espresso il suo ‘allarme e sorpresa’ nei confronti del comunicato ufficiale emesso da Bruxelles, considerato equivoco. Non sono stati graditi gli accenni ai crimini di guerra e alla disastrosa situazione di quasi 9 milioni di cittadini etiopi le cui vite sono messe in pericolo a causa della loro appartenenza etnica. “C’è una lacuna nella comprensione da parte dell’UE di ciò che sta accadendo in Etiopia in questo momento” ha beffardamente dichiarato Hirut Zemene, ambasciatore presso l’Unione Europea.

Il Primo Ministro etiope sarebbe rammaricato che la UE non abbia sposato in pieno la versione governativa sulla nascita del conflitto con la regione nord del Tigray. Una versione che ruota attorno ad un attacco da parte delle forze di sicurezza regionali ad un campo militare dell’esercito federale collocato nel Tigray avvenuto il 3 novembre scorso. Questo attacco, che avrebbe aggravato le tese relazioni tra Addis Ababa e Mekelle, avrebbe costretto il governo federale ad intervenire militarmente nellaregione ribelle al fine di difendere la democrazia e l’unità territoriale nazionale. Il TPLF in gennaio aveva deciso di uscire dalla Coalizione di Governo da lui controllata per 30 anni e lo scorso settembre di tenere le elezioni amministrative regionali nonostante che il Primo Ministro il mese precedente avesse rinviato le elezioni regionali e nazionali (previste per agosto) alla fine della pandemia Covid-19.

Considerando che come molti Paesi africani anche in Etiopia la pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto lieve su contagi e mortalità, il rinvio dell’esercizio democratico del voto (adducendo motivazioni di sicurezza sanitaria) è stato studiato per permettere ad Abiy di rimanere in carica oltre la scadenza del suo mandato erafforzare il suo partito Prosperity Party che ha occupato con un giochetto politico i posti parlamentari rimasti vuoti dopo l’uscita del TPLF dalla Coalizione di Governo nel gennaio 2020. Una manovra che ha offerto ad Abiy una maggioranza virtuale parlamentare non supportata da un reale sostegno popolare. Il rinvio, prendendo la scusa della pandemia, serve unicamente per guadagnare tempo al fine che il Prosperity Party diventi un partito di massa capace di presentarsi con successo alle future elezioni.

Nella realtà l’attacco alle basi del Comando settentrionale della Forza di Difesa nazionale etiope è stato un gesto simbolico attuato dai funzionari del TPLF come misura di ‘autodifesa anticipatoria’. Le testimonianze raccolte affermano che non vi sono stati combattimenti durante l’attacco alle caserme ma una semplice consegna delle posizioni e degli arsenali militari da parte della Divisione Nord dopo aver preso la decisione di ammutinarsi al governo federale e unirsi al TPLF nella difesa della popolazione tigrigna. Solo alcuni ufficiali della Divisione Nord si sono rifiutati di unirsi al TPLF e detenuti. Al momento della loro liberazione con la presa di Mekelle, questo pugno di ufficiali è stato ingigantito dalla ben ruotata macchina di propaganda di Abiy al fine di minimizzare che la Divisione d’élite dell’esercito etiope avesse deciso di combattere il governo federale.

Addis Abeba, per giustificare la guerra fratricida, ha offerto un’altra verità. Il primo ministro Abiy avrebbe cercato di integrare il TPLF nel suo programma di riforme che comportava un enorme sforzo per avviare il processo democratico, spezzando il Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope che aveva governato come uno Stato a partito unico per tre decenni. I leader del TPLF sarebbero stati ‘irremovibili’ sul fatto che non avrebbero preso parte al processo e avrebbero attaccato per primi proprio nel momento in cui il governo stava chiedendo al TPLF di aprire una discussione politica per risolvere pacificamente la crisi creatasi tra Addis Ababa e Mekelle.

Nel suo comunicato stampa a seguito della decisione presa dalla UE, l’ambasciatore etiope Zemene ha voluto caricare la dose ribadendo che il conflitto in atto è una problematica interna, dando la responsabilità esclusivamente al TPLF definito un piccolo gruppo politico che crea scompiglio nel paese. “Lo scopo dell’operazione è disarmare, assicurare gli autori della sedizionealla giustizia e tornare alla normalità“, ha concluso Zemene.

Niente di più distante dalla realtà. Dal 2019 i dirigenti del TPLF sono stati costantemente sotto attacco dal Primo Ministro tramite una serie di arresti per corruzione tesi a decapitare la dirigenza politica e militare del TPLF ben strutturata durante i 30 anni di potere assoluto detenuto dai Tigrini nella Coalizione di Governo. La lotta contro la corruzione sembrava orientata a rafforzare il processo democratico avviato. Purtroppo già nel gennaio 2020, quando il TPLF decise di uscire dalla Coalizione, era evidente che l’attacco al regime tigrino era in realtà teso a sostituire il TPLF con il Prosperity Party nella gestione del paese, usando gli stessi metodi repressivi e autoritari. Il rinvio delle elezioni, gli ordini di sparare a tiro zero sui manifestanti durante le proteste Oromo e la violenza esercitata sulla popolazione civile tigrigna durante la prima fase del conflitto, dimostrano ampiamente che la diatriba tra Abiy e il TPLF non è originata da un genuino interesse di rafforzare la democrazia in Etiopia ma da una lotta all’ultimo sangue per il potere assoluto.

La posizione adotta dalla UE è risultata paradossale in quanto un giorno prima anche gli Stati Uniti avevano radicalmente cambiato idea sul conflitto etiope. Dopo aver preso atto dei crimini di guerra e pulizie etniche in atto e la regionalizzazione del conflitto con l’entrata delle truppe eritree e droni da combattimento degli Emirati Arabi Uniti, la Casa Bianca aveva deciso di trasformare l’iniziale supporto alla campagna militare di Abiy in una esplicita richiesta di cessate il fuoco e apertura di dialoghi per la pace.

La posizione UE risulta paradossale anche a seguito delle contradittorie dichiarazioni dell’Alto Rappresentate europeo per gli affari esteri, Joseph Borrell. “La situazione nella regione del Tigray, la violenza mirata all’etnia, le accuse di atrocità e violazioni dei diritti umani sono motivo di profonda preoccupazione. Esiste un reale pericolo di un’imminente e grave crisi umanitaria in Etiopia e nella regione vicina. Siamo molto preoccupati per queste prospettive e abbiamo ribadito i nostri appelli al dialogo e a fermare la violenza e tornare al dialogo“, ha dichiarato Borrell in una conferenza stampa.

Da una parte l’Unione Europea ammette la grave crisi umanitaria e le violenze esercitate sui civili dall’inizio, ma dall’altra afferma che non può intervenire negli affari interni di uno Stato Sovrano. La maggioranza delle violenze sui civili è stata commessa dalle truppe federali e dalle milizie Amhara, come si avvince dalle ormai numerose testimonianze dei profughi fuggiti in Sudan. Una versione della realtà tesa a diluire (e di molto) le responsabilità dei singoli attori, in primis Abiy.

Le violenze etnicamente mirate, i massacri di civili, l’incitamento all’odio e la demonizzazione di certi gruppi etnici non è un affare interno di un paese ma crimini abominevoli che non dovrebbero essere tollerati dalla Comunità Internazionale a causa degli effetti collaterali insiti nel tentativo di trasformare una guerra civile in una etnica. Gli oltre 43.000 rifugiati tigrini nel vicino Sudan e la regionalizzazione del conflitto (Eritrea ed Emirati Uniti già coinvolti al fianco del governo federale), non sono affari interni di un Paese, ma una grave violazione della pace e della stabilità a cui la Comunità Internazionale deve opporsi senza riserve.

La posizione assunta dalla UE nella guerra fratricida etiope è un grave precedente che colpisce direttamente i pilastri democratici e civili della stessa Unione Europea: difesa dei diritti umani, pacifica convivenza dei popoli, rafforzamento della democrazia. Se il conflitto etiope è un affare interno, allora lo sono anche i massacri generalizzati dalla giunta militare Burundese che ha già pronti i piani di genocidio in caso di una eventuale sconfitta. Anche l’ordine di sparare a tiro zero sui manifestanti dato due settimane fa dal dittatore ugandese Yoweri Museveni per vincere a tutti i costi le elezioni del prossimo gennaio e rimanere al potere, rientra nella categoria ‘affari interni’ o è una grave violazione dei diritti umani?

Il grande vincitore regionale di questa nuova politica europea (scopiazzata dalla Cina per convenienza) della non interferenza è il dittatore eritreo Isaias Afewerki, già parzialmente riabilitato con la pace stretta nel 2018. Ora ci sono probabilità che anche al regime di Afewerki venga applicato il concetto di non interferenza grazie alla mediazione di Abiy come ringraziamento della partecipazione delle truppe eritree nell’offensiva contro il TPLF. L’invio di truppe eritree a sostenere l’offensiva del governo federale, in cambio di territori di confine contestati, segna una ritrovata alleanza tra Asmara e Addis Abeba. Un’alleanza che potrebbe essere debole e temporalmente limitata. Alcuni osservatori regionali nutrono il dubbio che i sogni di potere assoluto nutriti dal primo ministro Abiy Ahmed e camuffati da ‘riforme democratiche’, non si fermino ai confini etiopi. Vi è il dubbio che tenti nel prossimo futuro di annettere i territori dell’Eritrea per far risorgere la Grande Etiopia. Una guerra lampo che riesca a deporre il regime eritreo presentandosi così alla popolazione eritrea nelle vesti di liberatore e riottenendo lo sbocco sul mare perduto con l’indipendenza di Asmara.

La presa di posizione UE è stata originata dalla necessità di difendere il Primo Ministro etiope, fino ad ora glorificato dalla diplomazia occidentale come un pacifista e un riformatore democratico, creando una figura politica ben lontana dalle vere intenzioni di potere assoluto del giovane e ambizioso primo ministro. Etichettando crimini di guerra e pulizia etnica ‘affari interni’, l’Unione Europea ha di fatto seguito la comoda ed ambigua politica dell’imperialismo cinese della non interferenza sempre duramente criticata da Bruxelles che accusa da decenni Pechino di favorire e proteggere regime dittatoriali e sanguinari. Il messaggio lanciato da Bruxelles è devastante. Ora qualsiasi regime africano detiene un’arma in più per reprimere nel sangue l’opposizione interna o per risolvere una crisi politica con un intervento militare contro un determinato gruppo etnico. Basta definirli ‘problemi interni’…

La posizione UE (dove l’Italia è stata messa in netta minoranza) si basa sulla rapida fine del conflitto che, con la presa di Mekelle, sembra essere stata assicurata da Abiy. Una vittoria che farà cancellare i crimini commessi dall’esercito federale e dalle milizie fasciste Amhara, nel nome della stabilità e della democrazia… La diplomazia europea, abdicando dal dovere di difendere i diritti umani e la democrazia a livello planetario per favorire una ‘presunta’ stabilità dello status quo potrebbe risultarsi disastrosa se il conflitto ora si dovesse trasformare in una lunga guerriglia combattuta nelle montagne del Tigray.

Rappresenterà anche una forte fonte di imbarazzo se il Primo Ministro, gonfio della vittoria, deciderà di usare la violenza e l’esercito per domare l’opposizione degli Oromo e Amhara al fine di imporre un potere assoluto del Prosperity Party e del futuro imperatore ‘Menelik III’ (Abiy Ahmed). Ricorderemo il novembre 2020 non come il mese della seconda ondata del Covid-19 in Europa ma come il mese dove a Bruxelles si è scelto di sacrificare i valori di giustizia e di democrazia che sono stati alla base della creazione dell’Europa unita dopo l’avvento del nazismo e della correlata guerra mondiale. D’ora in poi ogni dittatore o governo dispotico africano potrà massacrare la propria popolazione o parte di essa invocando il precedente di ‘non interferire negli affari interni di un Paese Sovrano’, ma a una sola condizione: che faccia in fretta a fare il lavoro sporco…

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