giovedì, Aprile 15

Etiopia: l’incendio che può divampare in Eritrea e Somalia Le ripercussioni della guerra civile etiope su Eritrea e Somalia da una prospettiva storica alla propensione dei leader dei due Paesi a farsi coinvolgere negli affari gli uni dagli altri per ottenere vantaggi politici in patria

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La guerra civile in Etiopia sta diventando sempre più un problema regionale. Da ieri la febbre è aumentata: l’attacco al convoglio ONU da parte delle forze militari federali ha attirato l’attenzione internazionale, i problemi di frontiera con il Sudan, l’evidenza che sul terreno a combattere a fianco dell’Esercito federale c’è l’Esercito dell’Eritrea.

I primi Paesi a essere coinvolti in questa crisi regionale sono i Paesi che direttamente o indirettamente hanno interessi nel Paese -dagli Emirati Arabi, all’Egitto, fino a Turchia, Rwanda, Uganda, Congo, Burundi-, tanto che gli osservatori locali mettono in guardia sul rischio che l’Etiopia si trasformi in pochi mesi nella ‘Siria africana’, e poi -e prima in ordine temporale- i Paesi confinanti, in primis Eritrea e Somalia.

Le ripercussioni su Eritrea e Somalia possono essere analizzate da una prospettiva storica. E’ quello che propone Namhla Matshanda, docente di Studi politici presso l’Università del Capo occidentale.

Da un punto di vista storico, «l’attuale conflitto in Etiopia si inserisce in un modello politico consolidato. Ci sono state lotte di potere tra il centro e le regioni di confine da quando è stato istituito il moderno Stato etiope alla fine del XIX secolo», spiega Namhla Matshanda.

Lo Stato etiope è stato costruito in forza delleconquiste. Le regioni ai margini sono stateincorporate nello Stato imperiale etiope. Queste regioni erano occupate da gruppi con culture molto diverse da quelle del centro. Ad esempio, la conquista della città stato di Harar nel 1887 aprì la strada al re Menelik II per espandere la sua conquista territoriale nelle regioni di pianura occupate da persone di lingua somala. Questa espansione territoriale era quasi completa alla fine del XIX secolo, quando lo Stato imperiale iniziò a consolidare i suoi limiti territoriali.
Questo processo
coincise con la corsa per l’Africa,quando le potenze coloniali europee si divisero il continente. In tutto il continente gruppi di persone che condividevano affinità culturali e di altro tipo si sono ritrovati ai lati opposti dei confini internazionali.

Nonostante sia stata occupata dall’Italia tra il 1936 e il 1941, l’Etiopia non fu mai colonizzata. Tuttavia, la creazione dello Stato imperiale ha portato a tensioni e talvolta lotte armate con le popolazioni delle regioni di confine. Un esempio sono le persone di lingua somala nell’Etiopia orientale.

Di conseguenza, i leader etiopi si sono sempre preoccupati di proteggere la propria integrità territoriale. Questa preoccupazione ha spesso coinvolto gli Stati confinanti, in particolare la Somalia e l’Eritrea.

La Somalia ha rivendicazioni territoriali di lunga data su parti dell’Etiopia orientale, che sono prevalentemente occupate da persone di lingua somala. L’Eritrea ha intrapreso una lotta armata per l’indipendenza dall’Etiopia, che ha raggiunto nel 1993. Questa è stata seguita da una lotta di potere, tra il resto consumato su di un confine conteso e idee concorrenti di identità nazionale.

Ecco perché l’attuale conflitto nel Paese rischia di estendersi. E «i Paesi della regione hanno mostrato una propensione a farsi coinvolgere negli affari gli uni dagli altri per ottenere vantaggi politici in patria. L’interferenza avviene proprio attraverso questi confini condivisi e labili», spiega Matshanda.

L’Etiopia è uno Stato chiave nel Corno d’Africa, sia politicamente che economicamente. Negli ultimi 50 anni è stata coinvolta in due conflitti con i suoi vicini: la Somalia a sud-est e l’Eritrea a nord.
Nel 1977, lo Stato somalo, allora governato da Siad Barre, invase l’Etiopia nel tentativo di riprendersi il territorio che rivendicava. L’invasione è stata in gran parte aiutata dai somali in Etiopia. L’Etiopia è emersa vittoriosa grazie all’aiutocubano e sovietico.

Poi, nel 1998, Eritrea ed Etiopia entrarono in guerra per la contesa città di confine di Badme. «Ma la disputa riguardava più di una polverosa città di confine. Si trattava anche di identità nazionali concorrenti. Nel 2000 l’accordo di Algeri ha portato a un cessate il fuoco. Ma la situazione di stallo è continuata fino all’intervento del PrimoMinistro etiope Abiy Ahmed nel 2018» .

Abiy è l’uomo del Premio Nobel per la pace per aver promosso la riconciliazione con l’Eritrea,ma anche per il ruolo condotto per portare i leader del Sudan e del Sud Sudan al tavolo dei negoziatie ha contribuito a mediare tra Kenya e Somalia in una disputa sul territorio marittimo, e, per il ruolo di mediazione condotto in Sudan tra il consiglio militare al potere e i leader del movimento di protesta pro-democrazia.
Lo
stesso Sudan del Governo di transizione che nei giorni scorsi, approfittando del fatto che l’Esercito di Abiy è impegnato nel Tigray, ha occupato la zona di Berkat Norain, territorio etiope, e la regione di Al-Fushaqa, nello Stato di Gedaref, adiacente alla regione etiope di Amhara. Lo stesso che si ritiene abbia inviato reparti dell’Esercito a sostenere il TPLF -invio ufficialmente mai ammesso fino ad ora.

L’Eritrea è entrata nel conflitto etiope non ufficialmente ma oramai molto evidentemente, e ha il potenziale per alimentare e sostenere una guerra. Altresì l’Eritrea ha ancora partire aperte,in particolare tra il suo Presidente Isaias Afwerki e la leadership del Fronte di liberazione popolare del Tigray. Così si spiega l’intervento a fianco dell’Esercito federale. «L’animosità risale a tre decenni fa e ha più fonti», spiega Namhla Matshanda.

Per tutti gli anni ’70 e ’80 i tigrini mantennero un’alleanza con il Fronte di liberazione popolare eritreo nella lotta del Tigray contro il regime autoritario di Derg, una giunta militare che governò l’Etiopia dal 1974 fino al suo rovesciamento nel 1991. Ma le due parti non hanno mai immaginato una alleanza al di là della loro reciproca lotta contro i Derg.

Le relazioni si sono inasprite dopo che il fronte del Tigray è salito al potere come partito costituente del Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope nel 1991. Una volta sconfitto il loro nemico comune, le loro differenze politiche e ideologiche di lunga data sono riemerse. I Tigray cercavano uno Stato etiope democratico e decentralizzato, mentre il Fronte di liberazione popolare eritreo prevedeva uno Stato unitario autoritario per l’Eritrea.

«Queste visioni diametralmente opposte erano destinate a finire in conflitto. Ed è così che gli ex alleati diventano nemici» .

Il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope è entrato in guerra con l’Eritrea nel 1998La secessione e l’indipendenza dell’Eritrea ha generato molto risentimento in Etiopia, un affronto all’integrità territoriale dello Stato etiope.

Il coinvolgimento nell’attuale conflitto etiope ha, dunque, anche una motivazione storica e ‘ideale’: «sconfiggere il Fronte di liberazione popolare del Tigray ripristinerebbe l’orgoglio nazionale perduto durante la guerra del 1998-2000», spiega Matshanda.

Le tensioni territoriali tra Somalia ed Etiopia risalgono ai primi anni ’60, quando la Somalia divenne indipendente. Il nuovo Governo somalo ha presentato reclami significativi sui territori kenioti, etiopi e francesi del Somaliland presso la neonata Organizzazione dell’Unità Africana. Entro la fine del 1963 e l’inizio del 1964, l’Etiopia e la Somalia sono state impegnate nel loro primo scontro militare, dove l’Etiopia affermò il proprio dominio.

La Somalia non ha mai rinunciato alle sue rivendicazioni sulle regioni orientali dell’Etiopia. Nel 1977 il Paese ha deciso di invadere l’Etiopia nel tentativo di riconquistare il territorio. L’Etiopia era ancora scossa da un cambio di regime in cui le forze marxiste avevano rovesciato il regime imperiale dell’imperatore Haile Selassie.

Oggi la Somalia ha una serie di problemi interni decisamente gravosi che probabilmente la manterranno ben lontana dall’idea di immischiarsi in un conflitto con il vicino,piuttosto il conflitto etiope danneggia la Somalia. Il Paese non ha tenuto le elezioni parlamentari programmate per il 1 ° dicembre, il governo è impegnato nel confronto politico con l’opposizione che potrebbe anche sfociare il violenza. Non bastasse, la sicurezza della Somalia potrebbe essere minacciata nel 2021 dal fatto che le truppe straniere di mantenimento della pace che sono di stanza nel Paese dall’inizio degli anni ’90 dovrebbero uscire dal Paese e Al Shabaab potrebbe riorganizzarsi. Letruppe etiopi di stanza in Somalia sono state fatte ritirare già nel novembre scorso appena è iniziata la guerra nel Tigray. Inoltre, sottolineano alcuni osservatori come Vanda Felbab-Brown del Brookings, «l’’Etiopia ha anche fornito un supporto cruciale al Governo federale della Somalia nella sua rivalità con gli Stati membri federali della Somalia», la ribellione del Tigray potrebbe essere di pessimo esempio per alcuni Stati somali più allergici al potere centrale di Mogadiscio.

«Come in Etiopia, le tensioni centro-periferia sulle risorse economiche e sul potere politico sono state al centro dell’instabilità della Somaliasin dal crollo del regime autoritario di Siad Barre, nel 1991. Negli ultimi anni, gli sforzi di stabilizzazione in Somalia sisono concentrati sulla devoluzione del potere da Mogadiscio alle regioni della Somalia e sulla trasformazione della Somalia precedentemente centralizzata in una federazione. Mentre la formazione dei nuovi Stati e una nuova Costituzione sono incompleti e in fase di stallo, l’attuale Governo somalo del Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed (noto come ‘Farmajo’), che è sostenuto dall’Etiopia, vuole ri-accentrare il potere». I pericoli etiopi per la Somalia sono molteplici e gli intrecci tra i due Paesi e le loro politiche alla base del rischio particolarmente elevato.

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