domenica, Luglio 25

Etiopia: Kagame il ‘tigrino’ chiede l’intervento ONU Paul Kagame è legato al TPLF e la sua proposta per uscire dalla crisi politica militare in un qualche modo favorisce la dirigenza tigrina

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Il conflitto in Etiopia si complica, e aumentano le defezioni da parte dei vecchi amici del Primo Ministro Abiy Ahmed. Ieri il Ministro britannico per l’Africa ha esortato le truppe eritree a ritirarsi immediatamente dal Tigray, dicendosi preoccupato per il recente rapporto della Commissione Etiope per i diritti umani. La Gran Bretagna si schiera tra le voci occidentali critiche nei confronti del Governo federale: Stati Uniti, Canada e Unione Europea. Condanne e richieste diplomatiche che puntano al ritiro degli eritrei al ripristino del rispetto dei diritti umani, senza insistere troppo sulla richiesta di cessate il fuoco e la promozione di dialoghi tra le parti per ricondurre il conflitto sul piano strettamente politico-diplomatico.

Paul Kagame, facendosi forte della sua esperienza nel superare i conflitti e gli odi etnici maturata durante e dopo il periodo di ricostruzione post genocidio 1994, si è rivolto all’Amministrazione Biden e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sottolineando la necessità di una fine rapida del conflitto in atto nel Tigray. Lo ha fatto durante una intervista a ‘Battlegrounds‘ organizzata da Hoover Institution un tink tank specializzato su prospettive internazionali e sulle sfide cruciali alla sicurezza e alla prosperità mondali. L’intervento è stato ripreso dal ‘Tigray Online‘ -organo di propaganda del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) sul suo sito e rilanciato con due Twitter, il primo in Amarico e il secondo in Inglese, da vari media africani e dal blog del giornalista Martin Plaut, specializzato su Corno d’Africa e Sudafrica.

Nella prima parte dell’intervento di Paul Kagame si elencano le ragioni per imporre una soluzione pacifica e civile alla disputa politica tra TPLF e Governo Federale trasformatasi in scontro militare. L’internazionalizzazione della guerra a causa della partecipazione delle truppe eritree. I campi profughi eritrei distrutti e la scomparsa di 20mila profughi. Il blocco degli aiuti umanitari e la privazione alla popolazione civile dell’accesso all’acqua potabile e derrate alimentari. Le gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e di altre leggi internazionali e le prove che in Tigray vi sia in atto una pulizia etnica. L’indebolimento della stabilità regionale con il rischio di un conflitto con Sudan ed Egitto che ruota attorno alla diga del GERD e le acque del Nilo. Il rischio che organizzazioni terroristiche islamiche come quella somala di Al Shabaab possano approfittare della situazione per lanciare offensive militari e riconquistare territori perduti in Somalia.

Kagame ha invitato il Presidente americano Joe Biden e il Consiglio di Sicurezza ONU di non escludere un intervento militare diretto delle Nazioni Unite: «Se lo Stato etiope non è in grado di fermare le atrocità nel suo territorio mentre affiora il sospetto di genocidio, le Nazioni Unite hanno il dovere di intervenire. Dinnanzi al solo sospetto di pulizia etnica il Consiglio di Sicurezza ONU ha il diritto di agire direttamente».

L’intervento di Paul Kagame sembrerebbe destinato a far riflettere la comunità internazionale che, di fronte a evidenze di pulizie etniche e al rischio di genocidio (ancora tutto da dimostrare) non potrebbe permettersi il lusso di non intervenire, come fece nel 1994 proprio in Rwanda.
Kagame, però, ha forti legami politici con il TPLFche risalgono agli Anni Novanta.
Meles Zenawi, Paul Kagame e Yoweri Kaguta Museveni erano all’epoca iGood Boys‘ (i bravi ragazzi) su cui Stati Uniti e Gran Bretagna avevano concentrato il supporto politico, finanziario emilitare per un riassestamento dei poteri nel Corno d’Africa e Africa Orientale che rispecchiassero gli interessi delle potenze anglosassone anche a scapito della influenza francese nella regione dei Grandi Laghi.

I tre Good Boys erano stati incaricati di sostituire regimi dittatoriali con regimi più democratici e tecnicamente preparati al fine di offrire la necessaria stabilità per i mercati e per gli investimenti anglosassoni, nonchè diminuire l’influenza economica e politica della Francia. Zenawi, Kagame e Museveni vennero celebrati come i leader dell”Africa Rising’ (Risorgimento Africano).

Fu Museveni, (aiutato anche dal colonnello Mu’ammar Gheddafi) ad abbattere il regime di Milton Obote. Fu Museveni, salito al potere, ad aiutare il TPLF e Zenawi a rafforzare i legami con le potenze anglosassoni al fine di poter conquistare il potere abbattendo la dittatura stalinista del DERG (Comitato in lingua Amarica). Furono, infine, Museveni e Zenawi che aiutarono il Fronte Popolare Ruandese di Paul Kagame a conquistare il potere in Rwanda, nel 1994, durante il genocidio attuato dalla dittatura razziale HutuPower di Habyarimana.
Zenawi accettò, nel 1996, di inviare truppe in supporto a quelle ugandesi e ruandesi per abbattere il regime di Mobutu Sese Seko, in Congo (all’epoca Zaire), che offriva protezione e supporto militare alle milizie genocidarie ruandesi che stavano tentando di riconquistare il Rwanda con l’aiuto della Francia.
La gestione del potere de tre ‘Good Boys’ è stata identica. Tutte e tre le amministrazioni si sono basate su una gestione tecnocratica che ha offerto importante sviluppo economico ma linea autoritaria. Entrambe hanno represso ogni politica etnica tesa a dividere i rispettivi Paesi e farli cadere negli orrori della guerra civile.

Paul Kagame rimane tutt’ora legato al TPLF e la sua proposta per uscire dalla crisi politica militare in un qualche modo favorisce la dirigenza tigrina, quindi potrebbe incontrare un netto rifiuto da parte del Governo federale di Abiy.

In serie difficoltà con gli alleati occidentali, il Primo Ministro etiope sta tentando di rafforzare i legami economici, politici e militari con il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. A seguito di una visita ufficiale a Istanbul del Ministro degli Esteri etiope, Demeke Mekonnen, il Governo turco si è dichiarato disposto ad espandere i suoi investimenti in Etiopia, che già ammontano a 2,5 miliardi di dollari, divenendo il secondo investitore straniero in Etiopia dopo la Cina, e offrire il pieno appoggio al governo di Addis Ababa nellaoperazione di pulizia contro una organizzazione politica militare ribelle‘.

La Turchia si è anche offerta di giocare il ruolo di mediatore per evitare il conflitto tra Sudan ed Etiopia legato a dispute territoriali di confine e alla mega diga GERD. Il Presidente Erdogan afferma di essere in grado di evitare la guerra risolvendo le varie dispute in modo pacifico e civile. Il Governo di Khartoum al momento non si esprime. Alcune fonti diplomatiche affermano che i servizi segreti sudanesi sarebbero a conoscenza di una imminente vendita di armi turche al governo di Addis Ababa da eventualmente utilizzare contro il Sudan ,se il conflitto diventerà inevitabile. Il soli atti diplomatici compiuti fino ad ora dal governo sudanese sono stato quello di richiamare a Khartoum l’Ambasciatore di stanza ad Addis Ababa per una serie di consultazioni e di accusare ufficialmente l’Etiopia di aver aggredito militarmente più volte il Sudan con l’obiettivo di annettersi territori di frontiera rivendicati dalla etnia etiope Amhara.
La Lega Araba ha ufficialmente espresso il suo supporto al Sudan nella difesa dell’integrità territoriale contro le provocazione e rivendicazione dell’Etiopia.

In questi giorni il governo federale deve affrontare anche un’altra criticità. Oggi ricorre il 46simo anniversario della creazione del TPLF. A Mekelle e in altre città del Tigray i giovani sono intenzionati a celebrare l’anniversario della fondazione sfidando le forze dell’ordine federali. I leaders del partito di Abiy (Prosperity Party) che sono nel Tigray sono stati invitati dal Primo Ministro a lasciare Mekelle come forma di protezione da eventuali tentativi di ritorsione. Nebiyu Sihul, capo della sezione tigrina del Prosperity Party, è ora protetto ad Addis Ababa.

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