giovedì, Agosto 11

Etiopia: il ‘Pacificatore’ alla guerra Tutto nello stile e nel background di Abiy, secondo gli osservatori, che lo definiscono calcolatore e macchiavellico. Può tornare 'vincitore' o 'martire', comunque per lui sarà un successo

0

Da circa tre settimane Addis Abeba è minacciata dalle forze del Tigray. I ribelli del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, continuano a dichiarare di essere a pochi chilometri dalla capitale. Ora la situazione sembra davvero aggravarsi di giorno in giorno, e, indipendentemente da quando i ribelli entreranno in città -nelle scorse ore, secondo i media locali, i tigrini hanno detto di «non escludere l’avanzata su Addis Abeba», mentre stanno avanzando sulla città di Debre Burhan, a circa 130 chilometri dalla capitale dopo aver rivendicato il controllo della città di Shewa Robit, a 220 chilometri da Addis Abeba-, il conflitto sta trasformandosi in una guerra civile totale che coinvolge l’intera popolazione etiope di 110 milioni di persone.
L’immagine plastica di questa guerra civile totale è l’andata al fronte, per dirigere la guerra,del Primo Ministro Abiy Ahmed, ex ufficiale dell’intelligence. Mentre diversi Paesi e organizzazioni internazionali, a partire dagli Stati Uniti fino ad arrivare all’ONU, hanno ridotto il loro personale nel Paese e hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare il Paese fin tanto che ancora è possibile, e gli USA hanno posizionato forze per operazioni speciali a Gibuti per essere pronte a fornire assistenza immediata all’ambasciata Usa in Etiopia se la situazione della sicurezza dovesse peggiorare.

Scenografica finché si vuole, l’andata al fronte del Premio Nobel per la pace -ai quali si sono aggiunti il mezzofondista e maratoneta Haile Gebreselassie, e il maratoneta medaglia d’argento olimpica Feyisa Lelisa- ha avuto una tremenda efficacia mediatica e politica. Abiy ha raggiunto l’obiettivo di comunicare come il conflitto non sia più tra il Governo federale e la leadership politica (e il suo braccio armato, il TPLF) di uno Stato federato, il Tigray, bensì come sia l’Etiopia nella sua interezza ad essere in guerra -in guerra con se stessa.
Mentre Abiy è assente, il vice primo ministro Demeke Mekonnen Hassen si occuperà degli affari di routine del governo.

«Una lunga e sanguinosa conflagrazione in Etiopia avrebbe probabilmente effetti a catena in Eritrea, Sudan e Kenya, con un flusso costante di rifugiati, armi e gruppi di sfollati», afferma Gloria Emeagwali, esperta di storia africana, docente di Storia presso la Central Connecticut State University . «È probabile che qualsiasi ulteriore instabilità incoraggi organizzazioni terroristiche come Al-Shabab, che potrebbero diffondersi verso ovest in Etiopia e persino in Sudan dalla sua base in Somalia. Ciò frantumerebbe l’efficace modello di contenimento messo in atto dai precedenti e attuali governi etiopi. Regioni più pacifiche del Corno -come Gibuti e il Somalilandpotrebbero attirare terroristi in cerca di prigionieri di guerra o reclute forzate. Una guerra civile potrebbe anche aggravare l’instabilità in Sudan. Per quanto riguarda la stessa Etiopia, la guerra civile totale potrebbe essere catastrofica, innescando tensioni in un Paese che comprende più di 80 gruppi etnici e potenzialmente portando alla rottura del Paese in entità politiche ed enclavi impraticabili».
Evidente, così, il perchè dell’agitarsi della comunità internazionale e della sua burocrazia per tentare il tutto e per tutto un accordo tra le parti che spenga il conflitto e porti le parti a trattare una soluzione politica.
I tigrini nei giorni scorsi hanno combattuto ferocemente per cercare di tagliare un corridoio di trasporto che collega l’Etiopia, senza sbocco sul mare, con il principale porto della regione, Gibuti, e si sono spinti più avanti a sud verso la capitale. La Polizia etiope ha addestrato circa 147.000 civili nella capitale per formare gruppi di difesa del quartiere e aiutare a individuare possibili infiltrati, ha detto la Polizia a ‘
Reuters‘. Jeffrey Feltman, inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, l’ex Presidente nigeriano diventato inviato dell’Unione Africana Olusegun Obasanjo, sono coloro che stanno cercando di mediare l’accordo perchè si passi dallo scontro militare al processo negoziale. Secondo alcune fonti, Obasanjo, nello scorso fine settimana, si sarebbe recato in Russiaper discutere del conflitto etiope. Martedì, poi, Feltman ha affermato che i progressi che stanno intravedendosi sull’accordo diplomatico fra il governo e i ribelli del Tigray rischiano di essere oscurati dagli sviluppi militari.
Il
Ministro della Difesa etiope, Abraham Belay, ha annunciato un cambio di strategia nella lotta ai separatisti. «Non possiamo continuare così, ci sarà un cambiamento», ha dichiarato Belay ai media, parlando di «iniziative differenti» senza fornire dettagli.

Difficile immaginare a quali cambiamenti si riferisce Belay, considerando il punto in cui è arrivato il conflitto, e considerando il ‘personaggio’ Abiy Ahmed.
Robert Besseling, CEO della società di consulenza sul rischio geopolitico Pangea-Risk, ha commentato che la drammatica mossa di Abiy che va al fronte è stata probabilmente una «acrobazia di pubbliche relazioni per suscitare sentimenti patriottici o etnici per contrastare l’avanzata del Tigray». Acrobazie pericolose le aveva fatte le scorse settimane con messaggi che incitavano apertamente all’odio contro i tigrini, e parlando delle forze del Tigray come ‘erbacce’, ‘cancro‘. Besseling, annota «Chiedo anche dove si trova la presunta ‘prima linea’ e dove Abiy intenda unirsi ad essa», sottolineando che ci sono pochissime truppe federali in prima linea che Abiy può comandare. «Detto questo, il passaggio in prima linea susciterà il nazionalismo e probabilmente aumenterà il reclutamento di civili che si uniranno all’Esercito e alle milizie». E così, Abiy, se i tigrini rinunceranno alla conquista di Addis, tornerà essere l’idolo delle folle, come ai tempi del Nobel, e ne avrà un utile politico probabilmente non indifferente; se i tigrini entreranno in città e otterranno la vittoria, potrà dire e mostrare di avercela messa tutta, di aver lottato contro i separatisti giocandosi la vita, e ne potrà uscire come una sorta dimartire‘. Rientra tutto in quel personaggio descritto recentemente da un lungo servizio di ‘CNN‘ (‘From Nobel laureate to global pariah: How the world got Abiy Ahmed and Ethiopia so wrong‘).
Paria lo è diventato proprio nel corso di questo conflitto. Ma
i segnali di allarme sul background,il carattere e le intenzioni di Abiy c’erano e avrebbero dovuto essere colti dalla comunità internazionale fin da quando è diventato inaspettatamente Primo Ministro dell’Etiopia,nell’aprile 2018, e apparentemente si è imbarcato su un percorso di riforma, liberalizzando in qualche modo la politica autocratica del Paese e facendo pace con il suo nemico finora implacabile, il vicino Presidente eritreo Isaias Afwerki.

Secondo J. Peter Pham, esperto di relazioni internazionali in particolare in riferimento all’Africa, recente inviato speciale degli Stati Uniti nel Sahel, prima lo era stato per la regione dei Grandi Laghi, ha conosciuto Abiy quando era vice direttore generale della poco nota Information Network Security Agency (INSA). «INSA era il prototipo -si potrebbe dire che era il primo della classe o tra i primi della classe ed era probabilmente, all’epoca, il migliore della classe- delle agenzie di intelligence africane che curiosavano su Internet. Ha implementato la tecnologia cinese molto presto, prima del 2010, per scovare i dissidenti su Internet. E non solo li ha intercettati nel cyberspazio, ma ha poi utilizzato percorsi elettronici per individuare dove si trovavano fisicamente. E la presunzione era che qualcuno avrebbe poi ‘pagato loro una chiamata’».Abiy era anche nel Consiglio di amministrazione di Ethiopian Telecom, di proprietà statale, «solo per assicurarsi che il monopolista delle telecomunicazioni etiope facesse la sua parte in questa grande causa nazionale».
Consapevoli di questo «
background autoritario, è difficile dare credito alla narrazione di Abiy come riformatore liberale». «Nessuno che conosca questa storia può immaginare che questo sia stato un set-up per la trasformazione democratica». Abiy, prosegue Pham, non solo ha preso il potere politico dei tigrini, che fino a prima della sua nomina avevano guidato il Paese per circa 30 anni –e poi si è ribellato a coloro che lo avevano messo al potere, cioè all’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), la coalizione dei quattro partiti etnici che guidava il Paese e che comprendeva il TPLF-, «ma ha anche perseguito i loro interessi economici, in particolare quelli delle élite dei tigrini che avevano dominato la politica etiope dal rovesciamento del brutale dittatore Hailemariam Mengistu nel 1991 e ha usato il loro ascendente politico per garantirsi attività redditizie».

Anche Will Davison, esperto dell’Etiopia presso l’International Crisis Group, ritiene che Abiy non sia stato compreso. L’accordo di pace con Afwerki, che gli ha fatto vincere il Nobel, «non era particolarmente trasparente o istituzionalizzato e sembrava essere un accordo molto stretto tra Abiy e Afwerki». Afwerki aveva rifiutato le offerte dei precedenti leader etiopi di sbloccare le relazioni bilaterali, chiedendo che l’Etiopia prima si ritirasse dalle aree di confine sanguinosamente contese tra loro, che le Nazioni Unite avevano stabilito fossero dell’Eritrea. Eppure aveva accettato la stessa offerta di Abiy. Come mai? Il sospetto è che ciò «potrebbe essere dovuto al fatto che Abiy aveva assicurato ad Afwerki che il suo vecchio nemico, il TPLF, non sarebbe più stato una forza dominante nella politica etiope, o addirittura che sarebbe stato completamente sradicato».

Secondo Davison, Abiy, poi, ha gestito male lo spostamento di potere dal TPLF. Abiy ha incolpato i Tigrini per quasi tutti i problemi dell’Etiopia. «E questo ha alimentato una disastrosa ricaduta politica che è culminata nella lotta per il potere e nella guerra civile».

Che etiopi e comunità internazionale si siano illusi o abbiano volutamente ignorato i segnali della vera personalità di Abiy concorda Berhane Kidanemariam, diplomatico etiope che conosce Abiy da circa 20 anni, da quando, prima di entrare al Ministero degli Esteri dirigeva l’emittente nazionale del Paese, l”EBC‘, e Abiy era nel suo Consiglio di amministrazione. Lo descrive come «un ufficiale dell’intelligence assetato di potere,ossessionato dalla fama e dalla fortuna» e afferma che l’attenzione di Abiy non è mai stata su «riforma o democrazia o diritti umani o libertà di stampa. Si tratta semplicemente di consolidare il potere per se stesso e ricavarne denaro».
«
Poco dopo che Abiy è stato incoronato con quel premio Nobel per la pace, ha perso l’appetito nel perseguire la riforma interna», ha detto a ‘CNN‘ Tsedale Lemma, fondatore e caporedattore di ‘Addis Standard‘, una rivista mensile indipendente con sede in Etiopia, lo ha «considerato un lasciapassare per fare ciò che desiderava». Salito al potere sulla piattaforma dell’unificazione del popolo etiope, «ha spietatamente consolidato il controllo e alienato i giocatori regionali critici». Lemma, «giorni dopo che Abiy è stato insignito del Premio Nobel, ha scritto un editoriale avvertendo che le iniziative per le quali era stato riconosciuto – il processo di pace con l’Eritrea e le riforme politiche in Etiopia- avevano messo da parte un importante stakeholder, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, ed erano in grave pericolo».

Gli ‘errori’ di Abiy, causati dalla sua arroganza e sete di potere, sono iniziati quando è salito al potere, nel 2018. «Abiy è stato nominato dalla classe dirigente per portare il cambiamento,senza stravolgere il vecchio ordine politico. Ma non appena è salito al potere, Abiy ha annunciato la riorganizzazione della coalizione di governo che il TPLF aveva fondato -l’EPRDF- in un unico, nuovo partito, il Prosperity Party,ostracizzando il TPLF», afferma ‘CNN‘. «La nomina di Abiy aveva lo scopo di sedare le tensioni. Invece, la sua spinta per un nuovo partito politico pan-etiopico ha suscitato timori in alcune regioni che il sistema federale del Paese, che garantisce una significativa autonomia a stati etnicamente definiti, come il Tigray, fosse minacciato. I Tigrini non erano gli unici ad essere preoccupati. Nella regione natale di Abiy, Oromia, e in altre zone amministrative, la gente ha cominciato a chiedere l’autogoverno. Ben presto, il governo ha iniziato a ricadere nelle pratiche autoritarie a cui Abiy aveva rinunciato: violente repressioni sui manifestanti,l’incarcerazione di giornalisti e politici dell’opposizione e due volte il rinvio delle elezioni». Fin tanto che, all’inizio di novembre dello scorso anno, il Primo Ministro ha ordinato gli attacchi militari contro il Tigray. Da quel momento tutto è precipitato.
Nell’arco dei mesi successivi: pulizia etnica,violenza sessuale, omicidi di massa da parte dell’Esercito etiope con l’aiuto di quelle eritree e delle varie milizie alleate. Altra tappa: le elezioni generali di giugno, boicottate dai partiti di opposizione, indette, organizzate e manipolate con l’obiettivo di ricostruirsi una parvenza democratica agli occhi della comunità internazionale. Nell’accelerazione degli eventi da giugno in avanti, gli errori non si contano più: ladichiarazione dello stato di emergenza, la repressione contro i tigrini nella capitale e in altre parti del Paese, l’incitamento all’odio e allasoluzione finale‘. E infine, il colpo di scena dell’andata al fronte.
«
Si vede come un Messia, come prescelto, come qualcuno che è destinato a ‘rendere di nuovo grande l’Etiopia’», ha detto Lemma, Abiy si è auto-dipinto come «un capitalista contemporaneo post-etnico», immagine che è piaciuta molto alla comunità internazionale occidentale, e invece «questo Paese sta crollando».
Rashid Abdi, analista e ricercatore del Kenya specializzato nel Corno d’Africa, ha descritto così il ‘lato complesso di Abiy’: «
non era tutto questo ragazzo solare e sorridente. Quella sotto era una figura molto più calcolatrice e persino machiavellica, che alla fine penso spingerà il Paese verso un futuro molto pericoloso».

Da quando il governo ha annunciato che Abiy Ahmed, come promesso il giorno prima, era partito per il fronte, due giorni fa, di lui non ci sono notizie. Il ‘New York Times‘ riferisce che «non c’è traccia del signor Abiy». Ieri, giovedì, «il suo ufficio ha rifiutato di dire dove fosse».
Il Primo Ministro si dice al fronte, ma non si sa dove sia; da 3 settimane il
TPLF dice di essere ‘alle porte’ della capitale, ma le informazioni non si possono verificare e i suoi uomini non entrano in Addis Abeba. L’Etiopia è in guerra, gli eserciti sono invisibili, le conseguenze, invece, palesi, la gente muore di fame e attende il ‘futuro pericoloso’, invisibile anch’esso, ma molto chiaramente ipotizzato e facilmente ipotizzabile.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->