domenica, Giugno 13

Etiopia: il governo federale rivendica la conquista di tre città del Tigray Anche se fossero confermate le conquiste di Axus, Adwa e Adigrat, ora l’esercito federale deve affrontare le linee difensive tigrine attorno a Mekelle. Si rischia una lunga guerra di trincea mentre con l’entrata in guerra dell’Eritrea, il conflitto si è già regionalizzato

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Il governo federale sabato 21 novembre ha annunciato che le sue truppe hanno preso il controllo della città di montagna Adigrat, la seconda città più grande della regione che dista 116 km dalla capitale Mekelle. «Le nostre forze di difesa stanno attualmente marciando su Mekelle», dichiara l’agenzia governativa EthiopiaState of Emergency Fact Check, un’agenzia governativa. Il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) in una dichiarazione ha confermato pesanti bombardamenti aerei e terrestri su Adigrat, senza dare ulteriori informazioni su chi ora controlla la città. Secondo il governo federale, anche le città di Axum e Adwa sarebbero sotto il suo controllo. Le affermazioni delle parti belligeranti sono difficili da verificare perché le linee telefoniche e Internet sono state interrotte dall’inizio del conflitto il 4 novembre e i media sono in gran parte bloccati.

In una dichiarazione di sabato, il Primo Ministro Abiy Ahmed – vincitore del premio Nobel per la pace lo scorso anno e ora incontrastato Signore della guerra – ha elogiato l’avanzata del suo esercito. «Le nostre forze hanno ora completamente liberato la città di Adigrat dalle milizie del TPLF a partire da oggi. Insieme al resto dell’Etiopia, lavoreremo per garantire che tutte le esigenze umanitarie saranno affrontate», ha detto Abiy.

La necessità di riportare una vittoria definitiva e rapida sul TPLF porta il governo federale a rifiutare tutti gli appelli internazionali di cessate il fuoco e di dialogo tra i contendenti. Il Primo Ministro Abiy ha letteralmente ignorato gli appelli di Stati Uniti e Unione Europea ad una tregua. Gli appelli alla pace di Papa Francesco e l’offerta di mediazione del governo italiano proposta dal Premier Giuseppe Conte sono stati considerati una non gradita intromissione negli affari interni di un Paese sovrano e rigettati.

L’Unione Africana ha nominato gli ex Presidenti Joaquim Chissano del Mozambico, Ellen Johnson-Sirleaf della Liberia e Kgalema Motlanthe del Sud Africa come inviati speciali per la crisi etiope. «Il compito principale degli inviati speciali è coinvolgere tutte le parti in conflitto al fine di porre fine alle ostilità, creare le condizioni per un dialogo nazionale inclusivo per risolvere tutte le questioni che hanno portato al conflitto e ripristinare la pace e la stabilità in Etiopia», recita il comunicato stampa A.U.

Il tentativo di mediazione dell’Unione Africana (di cui sede si trova proprio ad Addis Abeba) sembra destinato a naufragare sul nascere. Il governo federale, poche ore dopo la nomina dei tre ex Presidenti africani per aiutare a mediare la crisi, ha chiarito che non vi è la necessità di colloqui con il governo regionale del Tigray. Questa dichiarazione è coerente con le ripetute affermazioni che il governo federale non avvierà colloqui con il TPLF e il governo regionale, considerati un partito ribelle e una amministrazione rinnegata e illegale. Venerdì 20 novembre, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato ai giornalisti che, «fino ad ora, le autorità etiopi non hanno accettato alcuna forma di mediazione esterna».

Un alto funzionario del Tigray venerdì ha accusato le forze governative di omicidi ‘sfrenati’ invitando la comunità internazionale ad intervenire. «Le forze federali sono molto interessate all’uccisione spontanea di civili, al bombardamento sfrenato delle città», ha detto il consigliere presidenziale del Tigray, Getachew Reda, durante una conferenza stampa. Centinaia, forse migliaia di persone sono state uccise, più di 30.000 rifugiati sono fuggiti in Sudan e le forze del Tigray hanno lanciato razzi contro la regione dell’Amhara in Etiopia e la vicina nazione dell’Eritrea.

Abiy Hamed da ‘figlio della rivoluzione’, Premio Nobel per la Pace e speranza di transizione democratica dell’Etiopia dopo la dinastia Amara degli Imperatori, il regime del DERG e i 30 anni di dominio tigrino del TPLF, si è trasformato in un Signore della Guerra che utilizza la pulizia etnica come arma militare e politica. L’obiettivo del Primo Ministro è quello di distruggere il suo avversario politico, il TPLF, e di annientare la resistenza armata tigrina a costo di decina di migliaia di vittime civili. In questa assurda guerra fratricida si intravvede l’oscuro piano politico di Abiy: acquisire il totale controllo del Paese, instaurando un regime autoritario a scapito della democrazia, diritti umani e libertà civili. Sempre più in Etiopia si rafforza la convinzione che Abiy intenda diventare il ‘Menelik III’, Imperatore incontrastato.

I bombardamenti indiscriminati sui centri urbani proseguono senza sosta. Il governo regionale e il TPLF stanno parlando apertamente di genocidio, associandolo a quello avvenuto nel 1994 in Rwanda. Seppur il sospetto di pulizie etniche si stia rafforzando ogni giorno che passa, sembra prematuro accusare il governo federale di genocidio della etnia Tigrina. Un’accusa probabilmente rivolta per motivi di propaganda politica. Le testimonianze e le denunce di pulizia etnica e di ‘sfrenati’ massacri di civili nel Tigray trovano supporto da prove inconfutabili di immagini satellitari fornite all’agenzia stampa ‘Reuters’ dalla società spaziale commerciale Maxar Technologies.

«Le forze federali non hanno alcuna intenzione di risolvere pacificamente la grave crisi politica nazionale. Sono interessate ad ottenere una rapida vittoria attraverso bombardamenti sfrenati delle città e il sistematica uccisione di civili. La Comunità Internazionale deve intervenire per porre fine a questa orrenda carneficina» ha dichiarato Getachew Reda, consigliere del governo regionale del Tigary durante una conferenza stampa.

Nelle altre parti del Paese (per ora non coinvolte nel conflitto al nord) si registrano licenziamenti arbitrari di funzionari pubblici tigrini, arresti e detenzioni ingiustificate ed esecuzioni extra giudiziarie. Si nota anche tra i media controllati dal governo federale una esplicita volontà ad incitare all’odio etnico contro la minoranza Tigrina.

Il governo federale sta tentando anche di annientare il governo regionale. Sono stati spiccati mandati di arresto per Abay Tsehaye, direttore generale della fabbrica di zucchero Wonjit, ex capo dell’Agenzia per la rete e la sicurezza delle informazioni (INSA), il maggiore generale Tekleberhan Woldearegay ed ex capo dei servizi di intelligence e sicurezza nazionali Getachew Assefa; Il presidente dell’Accademia Meles, Tedros Hagos, Getachew Ambaye (che era a capo del procuratore federale) e il vicedirettore del servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) dell’Etiopia, colonnello Tazer Gebregziabhier.

Il maggiore generale Kinfe Dagnew, ex direttore generale della Metals and Engineering Corporation (METEC) dei militari, TenaKurundi (generale di brigata), Berhe W. Michael (colonnello), Mulu W. Gebriael (colonnello) e Tekeste H. Mariam (colonnello), sono stati arrestati.

La speranza di una breve campagna militare nutrita dal Primo Ministro etiope sta svanendo ogni giorno che passa. Anche se fossero confermate le conquiste di Axus, Adwa e Adigrat, ora l’esercito federale deve affrontare le linee difensive tigrine attorno a Mekelle, in un paesaggio montagnoso ostile e difficile. Si rischia una lunga guerra di trincea mentre con l’entrata in guerra dell’Eritrea, il conflitto si è già regionalizzato.

Il silenzio della comunità internazionale è assordante. Dov’è la comunità internazionale dei diritti umani quando l’attuale governo dell’Etiopia continua a prendere di mira un gruppo basato sulla sua etnia con violenza e atti di punizione sponsorizzati dallo Stato? Perché c’è un doppio standard nell’applicazione delle norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale a questo governo? La comunità internazionale è chiamata ad adempiere ai propri obblighi nei confronti del popolo del Tigray e del popolo etiope affinché vengano applicati in modo equo gli standard di rispetto dei diritti umani, si applichi un immediato cessate il fuoco e si aprano i colloqui di pace, coinvolgendo tutte le forze politiche nazionali, i leader tradizionali, le autorità religiose e la società civile.

La guerra civile etiope si inserisce nella delicata disputa della mega diga Grande Rinascita e sullo sfruttamento delle acque del Nilo che coinvolge direttamente Egitto e Sudan. Se il Primo Ministro Abiy non riporterà una vittoria a breve termine, offrirà l’occasione al Cairo e Khartoum per risolvere la disputa con un raid aereo e lancio di missili per distruggere la diga. I primi segnali sono già evidenti. Aerei da combattimento egiziani già presenti in Sudan. Sabato il governo di Khartoum, per la prima volta, ha rifiutato di partecipare ai colloqui che intercorrono tra i tre paesi per risolvere la spinosa questione. Il governo provvisorio di transizione, controllato dai militari sudanesi, reputa che l’Etiopia stia giocando da troppi anni e sia la prima responsabile di colloqui infruttuosi. «Altre soluzioni possono essere ora considerate» avverte il governo di Khartoum.

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