domenica, Agosto 1

Etiopia: gli Stati Uniti esigono immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray Secondo i rapporti americani, dal primo giorno dell’attacco in Tigray, le truppe eritree erano presenti. Questo autorizza a presupporre accordi siglati tra il Premier etiope e il sanguinario dittatore eritreo Isias Afewerki prima che la crisi politica con il TPLF si trasformasse in guerra

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Gli Stati Uniti hanno chiesto il ritiro immediato delle truppe eritree dalla vicina regione del Tigray, in Etiopia, a seguito di credibili rapporti sul loro coinvolgimento nella guerra civile scatenata dal Primo Ministro e Premio Nobel per la Pace Abiy Ahamed Ali. I rapporti, redatti da osservatori militari, daterebbero l’intervento delle truppe eritree fin dal primo giorno delle ostilità, il 4 novembre 2020. Una data importante che autorizza a presupporre accordi siglati tra il Premier etiope e il sanguinario dittatore eritreo Isias Afewerki prima che la crisi politica con il Tigray People’s Liberation Front – TPLF si trasformasse in guerra aperta. Di conseguenza il conflitto era già su scala regionale prima ancora che iniziasse.

Questo è uno sviluppo grave“, riferisce un portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in una dichiarazione inviata per e-mail ai Media americani. “Chiediamo all’Eritrea che letruppe siano ritirate immediatamente.”. La notizia del coinvolgimento dell’Eritrea era stata data in largo anticipo dal TPLF ma non ritenuta credibile. Ora i rapporti militari USA offrono credito alle accuse degli ex governanti del Tigray di accordi segreti tra Asmara e Addis Ababa per la distruzione del TPLF e lo smembramento territoriale del Tigray.

La presenza di truppe eritree è stata la causa dell’attacco al convoglio umanitario ONU vicino la città di Shire attuato dalle truppe federali. Il convoglio, che si stava recando al campo rifugiati eritreo, si era imbattuto in una colonna di soldati eritrei. Nel disperato tentativo di poter accedere alla popolazione bisognosa di aiuti il Segretario Generale delle Nazioni Unite aveva dichiarato che non vi erano prove della presenza di soldati eritrei nel nord Etiopia. Un atto di servilismo inutile in quanto la presenza degli eritrei (già notata dal convoglio ONU) è stata rivelata dagli Stati Uniti, mettendo in imbarazzo le Nazioni Unite.

Come ringraziamento, Abiy continua a bloccare agli umanitari l’accesso al Tigray. Solo la Croce Rossa Internazionale è riuscita ad accedervi ma sotto stretta sorveglianza militare. L’accesso agli umanitari viene negato in quanto è un corso una deportazione di massa di circa 96.000 profughi eritrei stanziati in Tigray. Una operazione congiunta tra federali e soldati eritrei. Secondo le prime testimonianze, i profughi sono costretti a rientrare nel loro Paese e vi sarebbero vari casi di violenze sessuali. Tutti vengono caricati su dei camion come bestiame diretti oltre frontiera.

Per nascondere la presenza degli eritrei, il Premio Nobel per la Pace Abiy aveva fatto girare la fakenews che i soldati del TPLF indossassero uniformi simili a quelle dell’esercito eritreo per “accusare il governo eritreo in false affermazioni di aggressione contro il popolo del Tigray“. Questa volta la conferma non arriva dal ‘nemico etnico’, né da qualche giornalista europeo ‘pagato per diffondere la propaganda del TPLF’ come erano stati definiti dal governo (in un comunicato stampa TV in lingua Amharica) quei rari giornalisti che seguono il dramma, riportando i crimini di guerra e i sogni di potere assoluto di Abiy, ormai chiamato a livello popolare ‘Menelik III’. La conferma arriva dalla Casa Bianca e dal Pentagono. L’astuto leader etiope non ha ancora reagito alla richiesta americana di far uscire le truppe eritree. Anche l’Eritrea non ha commentato.

Le truppe eritree, secondo il rapporto degli osservatori americani, avrebbero compiuto violazioni dei diritti umani in Tigray. La Casa Bianca ha chiesto un’indagine indipendente sulla questione.  “Tutte le parti devono rispettare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario“, ha detto il Dipartimento di Stato.

Il coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto etiope sembra essere l’epilogo di un vero e proprio complotto ideato da Abiy Ahmed Ali e dal dittatore Isaias Afewerki per eliminare dal governo il TPLF, attaccare il Tigray e spartirsi il territorio. Un complotto a cui si è resa necessaria la partecipazione del vicino Amhara che da anni ha in sospeso dispute territoriali con il Tigray.

Per attirare l’élite Amhara, Abiy ha iniziato a promettere loro l’accesso al porto di Assab, in Eritrea. Ha inoltre assicurato la sua ferma volontà di pareggiare i conti con il TPLF una volta per tutte. Eppure il coinvolgimento delle milizie Amhara non può semplicemente essere spiegato con convenienze economiche. Un gran peso hanno avuto le dispute entiche non risolte fino ai tempi di Menelik I, che uscì vittorioso dalla guerra della Zemene Mesafint , ‘Era dei Principi’, durata 100 anni. L’élite e gli intellettuali Amhara chiamano l’attuale aggressione militare al Tigray la ‘Campagna dei Meneliks al Nord’ riferendosi a due spedizioni militari di Menelik I nel nord (1889 e 1896), dove si scontrò contro i tigrini causando immense sofferenze al Tigray.

Il supporto dell’élite Amhara è ancora più importante viste le ostilità latenti con gli Oromo. Nella prima fase del suo mandato, Abiy sventolava la bandiera Oromo per poi espropriare altre terre nei dintorni della capitale per espanderla (Addis Ababa si trova nella Oromia, pur essendo una regione a parte) e sparare ai giovani oromo durante le manifestazioni. L’iniziale luna di miele con gli Oromo serviva per indebolire e vincere il gruppo armato indipendentista Wollega.

La pace tra Eritrea ed Etiopia non è stato un merito di Abiyma delle monarchie arabe (Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti) desiderosi di far uscire dall’isolamento il dittatore eritreo, loro beniamino. Questa pace cucinata in modo arabo aveva come unico obiettivo quello di riabilitare il regime di Isaias e far interrompere le sanzioni economiche internazionali imposte per i crimini contro l’umanità commessi, il favoreggiamento del terrorismo, la sistematica violazione dei diritti umani.

Il popolo eritreo non è stato consultato sull’accordi di pace con l’Etiopia. Né lo è stato il popolo tigrino. Il TPLF è sempre stato contrario alla pace per motivi economici e clanici. Temevano una colonizzazione economica del Tigray da parte degli eritrei, più ‘smart’ nel business. I rancori clanici (Isiais è un tigrigna) risalgono alla guerra di confine interpretata dal TPLF come un tradimento degli anni di lotta comune contro il DERG assieme al EPLF Eritrean People’s Liberation Front. L’accordo di pace ha portato ad Abiy un grande prestigio internazionale e un Premio Nobel per la Pace, ma è stata la prima scintilla del doomsday attuale.

Vari intellettuali tigrini e lo stesso TPLF paragonano Abiy a Menelik I, il primo imperatore della dinastia Amhara Salomonica che riunificò il Paese conquistandolo militarmente. Dal punto di vista tigrigno il regno di Menlik I era selvaggio e brutale. Mai inclusivo ed equo. Un’accusa fondata. Menelik, per unire l’Etiopia, ha preteso la subordinazione e il dominio per tutti gli etiopi non Amhara e l’imposizione della fede Ortodossa.

In ultima analisi il conflitto in corso è un regolamento di conti tra etnie e clan coinvolte in dispute secolari. Cugini tigrigni contrapposti e la guerra tra i Tigrigna e gli Amhara. Come alla fine dell’Epoca dei Principi dietro a questo conflitto c’è un ambizioso politico che sogna il potere assoluto: ‘ Menelik III’.

Il popolo eritreo è ancora una volta vittima. Gli eritrei hanno combattuto per liberare l’Eritrea dal 1961 al 1991. La loro visione dell’Eritrea era uno stato pacifico e sovrano. Un sogno improvvisamente dirottato dal presidente a vita Isaisas Afewerki. Non solo la popolazione fu defraudata della libertà ma diventò un semplice strumento a disposizione del sanguinario dittatore. In queste ore, 96.000 profughi eritrei sono brutalmente deportati in Eritrea. Forse di loro non sentiremo mai più parlare…

Mentre la richiesta americana di immediato ritiro delle truppe eritree non ha ancora ricevuto risposte ufficiali da parte dei governi di Asmara e Addis Ababa, domenica 13 dicembre il Primo Ministro sudanese Abdalla Hamdok ha incontrato il suo omologo etiope per discutere sulla crisi umanitaria provocata dal conflitto in Tigray (Il Sudan ospita già 50.000 rifugiati che entro questo mese potrebbero raddoppiare), sullo sconfinamento dell’esercito sudanese nei territori di frontiera contestati di Berkat Norain e Al-Fushaqa  e su temi di sicurezza regionale.

“Non vedo l’ora di avere discussioni produttive su questioni politiche, umanitarie e di sicurezza di interesse comune che servono a costruire un futuro di pace, stabilità e prosperità per le nostre due nazioni sorelle e per la regione” ha affermato il Primo Ministro Hamdok ai media etiopi all’arrivo presso il Bole International Airport. Fughe di notizie parlano di un tentativo da parte del governo federale etiope di convincere il Sudan a restare neutro nel conflitto. Per Addis Ababa è di estrema importanza convincere Khartoum a non appoggiare i ’nemici’ del TPLF e di allentare la cooperazione militare con l’Egitto, fatta in chiara visione anti-etiope a causa dell’irrisolta e pericolosa disputa regionale sulle acque del Nilo che direttamente chiama in causa la mega diga del GERD.

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