sabato, Maggio 8

Etiopia – Eritrea: pace in nome dei quattrini del Golfo I porti eritrei pronti a riprendere l’attività per le merci etiopi in attesa delle infrastrutture pagate dagli Stati del Golfo. Le basi, la tenuta, le criticità dell’accordo di pace nell’intervista con Cristiano D’Orsi, docente all’Università di Johannesburg

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Ieri il Primo Ministro etiopico Abiy Ahmed ha visitato i porti eritrei di Assab e Massawa, che a breve ricominceranno a lavorare nuovamente anche per l’Etiopia. E’ il primo risultato tangibile del recente accordo di pace tra i due Paesi. Assab è stato il principale porto dell’Eritrea utilizzato dall’Etiopia -che non ha sbocco sul mare- per l’import e l’export prima che i due Paesi entrassero in guerra, nel 1998. Per 20 anni, poi, l’Etiopia ha utilizzato il porto di Gibuti. Ora, terminate le ostilità, l’attività di scalo è pronta riprendere, il che faciliterà i flussi economici per i due Paesi  -la rete stradale tra Assab e la città etiope di Bure è in fase di ristrutturazione- ma anche la realizzazione di nuove infrastrutture molto importanti  per lo sviluppo. Nei giorni scorsi, dopo un incontro ad Addis Abeba tra Abiy Ahmed e Reem Al Hashimy, Ministro emiratino per la cooperazione internazionale, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di avere in cantiere la costruzione di un oleodotto che collegherà Eritrea ed Etiopia, «l’ultimo segno del crescente coinvolgimento dello Stato del Golfo nel Corno d’Africa», sottolineano gli osservatori locali. L’oleodotto collegherà Assab alla capitale etiopica di Addis Abeba.

L’Etiopia ha iniziato a estrarre petrolio greggio, inevitabilmente ha bisogno di accedere al mare attraverso l’Eritrea per esportarlo. Gli Emirati, dietro le quinte, avevano svolto un ruolo importante nel riavvicinamento tra Etiopia ed Eritrea. Gli Emirati sono interessati a sfruttare le opportunità di investimento in Etiopia, l’economia in più rapida crescita in Africa. Da considerare che Abu Dhabi ha una base militare ad Assab -usata, per altro, nella guerra nello Yemen-  e teme che rivali come l’Iran o il Qatar possano acquisire spazi nei due Paesi strategici per gli Stati del Golfo  -la ‘guerra’ tra Iran e Golfo per l’accapparramento dei Paesi musulmani dell’Africa è oramai palese.

Cristiano D’Orsi, ricercatore e docente di diritto internazionale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Johannesburg, ci ha aiutati a fare il punto della situazione dopo la ripresa delle relazioni guardando alla tenuta dell’accordo.

 

Accordo di pace, dopo 20 anni, tra Etiopia e Eritrea quasi un fulmine a ciel sereno che ha marcato l’estate dell’Africa. Ci può spiegare cosa c’è alla base e crede che questo accordo terrà?

Non propriamente un fulmine a ciel sereno. Già nel settembre del 2017 il World Council of Churches aveva inviato una delegazione in entrambi i Paesi con la benedizione di David Yamamoto, Vice-Ministro degli Esteri americano con delega per l’Africa.  Il Vice-Ministro aveva anche incontrato le delegazioni dei due Paesi (separatamente ed insieme) a Washington ed aveva visitato entrambi i paesi nell’Aprile 2018. Sebbene non siano state fatte alcune comunicazioni ufficiali all’indomani delle visite, esse sono certamente servite per ripristinare un dialogo tra i due Paesi. Comunque, non solo gli americani hanno mediato. Anche i partner arabi dell’Eritrea hanno fatto il loro lavoro. Il Presidente eritreo dopo la visita di Yamamoto si è recato in visita in Arabia Saudita che ha anch’essa cercato di persuadere il Presidente Afewerki ad un’apertura maggiore. Ed ai primi di luglio, pochi giorni prima dello storico accordo con l’Etiopia, il Presidente Afewerki si è recato in visita ad Abu Dhabi, dove sembra sia stato sollecitato a trovare un accordo con Addis Abeba in cambio di una ingente somma di denaro per sviluppare l’economia e le infrastrutture del Paese. A questi sforzi, bisogna aggiungere gli sforzi delle Nazioni Unite, il cui Segretario Generale Guterres, non piu di un mese fa, ha dichiarato che le sanzioni all’Eritrea erano divenute « obsolete ». Chiaramente, l’accordo porterà ad un’apertura reciproca tra i due Paesi, compreso l’uso dei porti eritrei per le navi etiopi. D’altro canto c’è ancora da sistemare il problema dei confini nella zona di Badme che sarà compito non semplice, ma che, sotto l’egida onusiana e dell’Unione Africana, si spera potrà essere sistemato in breve tempo. Date tutte queste premesse, è chiaro come ci sia l’interesse per la comunità internazionale che l’accordo tenga e, personalmente, ne sono fiducioso.

In Eritrea che sta accadendo? è in atto un processo davvero di cambiamento delle politiche nello specifico in materia di diritti umani?

Per il momento questa è una risposta prematura da darsi. Gli ultimi rapporti internazionali (dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani a Freedom House, da Amnesty International a Human Rights Watch) non danno segnali di reale cambiamento. Chiaramente è nella speranza di tutti, ed in primis degli eritrei, che il regime di Afewerki possa diventare piu flessibile e piu aperto al dialogo, non solo verso le opposizione ma anche verso i cittadini eritrei che non fanno parte di alcuna opposizione politica.

Lei è intervenuto sul tema degli eritrei in fuga dalla leva ventennale, un problema sociale non da poco.

Certamente la ragione principale per la quale gli eritrei, soprattutto maschi, siano fuggiti dal Paese in questi ultimi decenni è rappresentato dal ‘ famigerato’ ‘Servizio Nazionale’ che non deve comunque essere confuso come un servizio militare permamente. In effetti, esso era nato come progetto politico per dare una compattezza e piu speranza alla società eritrea all’indomani della conclusione della guerra di indipendenza. Prova ne sia che il servizio nazionale ha non solo una componente militare, ma anche una componente civile. Ed inoltre è stato inaugurato nel 1995, ovvero tre anni prima della ripresa delle ostilità contro l’Etiopia (1998). E’ chiaro, tuttavia, che questo appartanere permanemente allo Stato (in una forma o in un’altra) da parte dei cittadini eritrei, irregimentati in modo rigido (per esempio con l’obbligo di avere un training nel campo di Sawa come parte dell’educazione scolastica di ogni maschio eritreo in età scolare) ed in una situazione di depauperamento economico ha incentivato la fuga degli Eritrei verso l’estero.

Che ne sarà degli eritrei che si sono rifugiati nei diversi Paesi del mondo, dall’Europa all’Australia?

Anche questa domanda non può avere una risposta semplice ed univoca. Certamente chi si trova all’estero ed integrato nelle società di accoglienza rimarrà all’estero, a meno di un desiderio di voler ritornare a casa. Desiderio che, però, non è sempre ben visto dalle autorità eritree, le quali continuano a temere che chi ritorna possa aspirare al sovvertimento del regime vigente. Comunque, a differenza di altre comunità di richiedenti asilo africane, la comunità eritrea è una di quella con il piu alto tasso di accoglienza delle proprie istanze di rifugiato. Questo appunto perchè è stato acclarato come non sia possibile evitare  il Servizio Nazionale e come esso si compia in violazione di un certo numero di diritti che afferiscono alla persona umana. Chiaramente quei pochi che hanno la propria domanda di rifugio respinta sarebbe meglio che non facessero ritorno in Eritrea, considerato che il loro destino potrebbe essere alquanto incerto.

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