sabato, Ottobre 23

Etiopia, elezioni con vincitore certo: Pirro-Abiy Lunedì il Paese, in piena guerra civile, e senza alcun vero interesse da parte della popolazione, andrà al voto. Fino a pochi mesi fa si riteneva che queste elezioni potessero essere 'storiche', la cartina di tornasole della transizione avviata dal Primo Ministro Abiy Ahmed. Poi, in pochi mesi, tutto è cambiato

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Lunedì 21 giugno, in Etiopia si terranno le elezioni generali -le ultime si erano svolte nel 2015-, dopo il rinvio dall’agosto 2020, in uno dei momenti più critici della storia della Nazione -il secondo Paese più popoloso dell’Africa, con oltre 100 milioni di cittadini.
Fino a pochi mesi fa si riteneva che queste elezioni potessero esserestoriche‘, la cartina di tornasole della transizione avviata dal Primo Ministro Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019. Poi, in pochi mesi, tutto è cambiato. Il punto di svolta e di precipizio: il conflitto in Tigray, ovvero la decisione di Abiy, nel novembre scorso, di avviare l’offensiva contro il Tigrayan People’s Liberation Front (Tplf – Fronte popolare di liberazione del Tigray), il partito che governava la regione, reo, di essersi opposto al governo federale e aver tenuto elezioni contro il volere di Addis Abeba. E a seguire, le violenze etniche in diverse parti del Paese, le svariate crisi che hanno fatto ripiombare il Paese nell’insicurezza, l’incombenza di una carestia nel Nord del Paese, il biasimo internazionale e le relative crisi diplomatiche -l’ultima in corso in queste ore che vede Addis Abeba sotto ‘processo’ da parte dell’Unione Africana, la quale ha annunciato l’apertura di un’inchiesta nel Tigray-, fino al boicottaggio delle elezioni da parte di alcuni gruppi di opposizione e il rinvio delle votazioni in diverse località del Paese causa insicurezza.

Saranno elezioni storiche, sì, a loro modo storiche, ma in negativo. Secondo i dati della Commissione elettorale, più di 37 milioni di etiopi si sono registrati per votare su di un totale di circa 50 milioni di aventi diritto. Gli elettori eleggeranno 547 membri del Parlamento federale e il leader del partito vincitore diventerà Primo Ministro. Il Consiglio elettorale nazionale dell’Etiopia ha dichiarato che più di 40 partiti -per lo più regionali- si sono presentati, schierando 9.000 candidati.
I partiti della regione più popolosa dell’Etiopia, l’Oromia -regione di provenienza di Abiy-, con in testa il potente Oromo Liberation Front (OLF) e l’Oromo Federalist Congress (OFC), hanno deciso di non presentarsi e invitano gli elettori a boicottare il voto, in segno di protesta per l’incarcerazione dei loro leader politici.

Le elezioni non si potranno tenere nel Tigray, ovviamente, dove i combattimenti continuano e dove il TPLF, è stato bollato come organizzazione terroristica dal Governo federale di Abiy. E anche in altre 54 circoscrizioni del Paese -nelle regioni orientali della Somalia e di Harari- le votazioni non si potranno tenere causa problemi organizzativi, e per ora sono state rinviate al 6 settembre. In totale, 78 dei 547 collegi elettorali non voteranno, secondo il rapporto ‘Reuters‘.
I risultati provvisori dovrebbero essere annunciati entro 5 giorni, mentre i risultati finali certificati sono previsti entro 23 giorni.

L’Unione Europea ha annunciato il 3 maggio chenon invierà osservatori, affermando che il Governo non ha soddisfatto le condizioni necessarie per garantire l’indipendenza della missione e dei suoi sistemi di comunicazione. Gli Stati Uniti si sono dichiarati «gravemente preoccupati» per l’ambiente in cui si terranno le elezioni, causa «l‘inasprimento delle divisioni regionali ed etniche in più parti dell’Etiopia che minaccia l’unità e l’integrità territoriale del Paese. Il periodo successivo a queste elezioni sarà un momento critico per gli etiopi per riunirsi per affrontare queste divisioni», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price. Price ha denunciato «l‘esclusione di ampi segmenti dell’elettorato a causa di problemi di sicurezza e sfollamento interno», gli ostacoli «a un processo elettorale libero ed equo», «la detenzione dei politici dell’opposizione», come riporta ‘Reuters’.

William Davison, analista senior di Crisis Group, fa il punto della situazione e spiega il veleno che scorre nelle vene di questa tornata elettorale, tanto diversa da come ci si attendeva.
«
Le elezioni si svolgeranno all’ombra della devastante guerra tra le autorità federali e i leader regionali estromessi dal Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF), che sono i principali sostenitori dell’attuale sistema federalista etnico. Il sistema, che il TPLF è stato determinante nella progettazione, promuove i diritti di autogoverno della variegata raccolta di comunità etiopi, ma i critici lo vedono come un rafforzamento dell’identità etnica e un indebolimento dell’unità nazionale. Il TPLF è stato il partito preminente in un’alleanza che ha tenuto il potere per quasi tre decenni fino all’ascesa di Abiy alla presidenza nell’aprile 2018. Unadisputa elettorale ha innescato il conflitto Tigray. Quando, nel giugno 2020, il Governo federale ha ritardato le elezioni, il Governo regionale del Tigray ha rotto con le autorità centrali e ha votato per la legislatura della regione il 9 settembre, affermando che il mandato del governo non poteva estendersi oltre il suo mandato quinquennale. Le autorità federali hannosuccessivamente ritenuto illegittima la nuova leadership regionale. Il 3 novembre, il governo del Tigray ha assunto con la forza un comando militare nazionale di stanza nella regione, affermando di aver agito a causa di un’imminente operazione federale per cacciare l’amministrazione del TPLF.

In mezzo a un blocco federale sul Tigray, le forze armate nazionali e i suoi alleati hanno rimosso la leadership del Tigray dal potere il 28 novembre e hanno istituito un’amministrazione provvisoria. Ma i leader destituiti del TPLF stanno guidando un’insurrezione dalle aree rurali che gode di un notevole sostegno tra i tigrini. I sentimenti pro-ribelli sono stati alimentati da segnalazioni di atrocità, in particolare da parte delle forze eritree, e dalla decisione della regione di Amhara di rivendicare con la forza parti del Tigray.
L’ONU
stima che un milione di persone viva nelle aree in cui operano le forze di difesa ribelli del Tigray, con centinaia di migliaia di quei civili sull’orlo della fame. Un obiettivo chiave della resistenza è ripristinare il TPLF, ora marchiatocome organizzazione terroristica dal Parlamento federale, al governo. Non c’è fine in vista della guerra, né sul campo di battaglia né attraverso i negoziati, dato che la resistenza è radicata, mentre Abiy si rifiuta di parlare con la leadership del Tigray espulsa e non è emersa alcuna alternativa a quelle figure».

Mentre divampava il conflitto nel Tigray, altre aree del Paese si incendiano. La crisi più importante in Oromia.
Il conflitto in Oromia, una regione di circa 40 milioni di persone, spiega Davison, è stato alimentato dalle tensioni attorno al sistema etnico federalista. Prima che le elezioni venissero rinviate, si prevedeva una serrata competizione, per il consiglio direttivo dell’Oromia e per i 178 seggi del Parlamento federale, con i leader e i partiti dell’opposizione popolare che avrebbero sfidato il Partito di Abiy. «Le forze nazionaliste oromo hanno ottenuto un notevole impulso dopo che l’attivista Jawar Mohammed -una forza trainante del movimento di protesta che ha catalizzato l’ascesa al potere di Abiy nel 2018- si è unito all’opposizione Oromo Federalist Congress (OFC), nel dicembre 2019, lo stesso mese in cui è stato creato il Prosperity Party», Partito della Prosperità, il partito di Abiy. «L’OFC si alleò in pochi giorni con l’Oromo Liberation Front (OLF), un movimento precedentemente bandito -i leader erano rientrati nel Paese come parte di un’amnistia Abiy accelerata dopo il suo insediamento- venerato da molti nazionalisti Oromo, creando una potente forza di opposizione. Poi è arrivato l’omicidio, il 29 giugno 2020, del popolare cantante Oromo Hachalu Hundessa, che ha sconvolto la politica del Paese. La sua uccisione ha scatenato disordini mortali in Oromia e in Addis Abeba, che hanno spinto le autorità federali a reprimere gli attivisti Oromo. In mezzo al caos, Jawar e altri alti leader dell’opposizione sono stati arrestati e sono ora sotto processo per crimini incluso il terrorismo. I due principali gruppi di opposizione oromo, OFC e OLF, affermano che le autorità hanno imprigionato in massa i loro membri e chiuso gli uffici del partito, reprimendo le loro attività. Di conseguenza, hanno boicottato le elezioni. L’Esercito di Liberazione Oromo (OLA), una propaggine dell’OLF, afferma di essere in ‘guerra totale‘ con le autorità come parte della sua lotta per la completa autodeterminazione di Oromia. Il movimento, che il 6 maggio il Parlamento nazionale ha bollato come organizzazione terroristica, afferma che mira a impedire il voto in Oromia.

I disordini nella regione centrale potrebbero aumentare dopo che i nuovi governi federali e regionali prenderanno il potere, poiché l’OLA e i suoi sostenitori considereranno senza dubbio illegittime le autorità che si insedieranno. Sebbene sia difficile valutare in modo autorevole le capacità dell’OLA, l’insurrezione si è diffusa dalle roccaforti occidentali e meridionali dell’Oromia».

La violenza etnica è dilagata anche nella regione Benishangul-Gumuz, impedendo le elezioni in due delle tre principali zone amministrative della regione. «Le milizie etniche della comunità Gumuz -un gruppo che è stato storicamente tra quelli oggetto di incursioni di schiavi da parte delle più potenti etnie etiopi e i cui attivisti dicono che la comunità è ancora oppressa- si sono mobilitate e operano principalmente nella remota e fitta foresta di Metekel Zone. Hanno ucciso le persone di etnia Amhara, Shinasha e Oromo, che i ribelli Gumuz percepiscono come coloni, e recentemente hanno anche preso il controllo di un distretto nella zona di Kamashi nella regione».

E’ praticamente scontato che Abiy e il suo partito vinceranno queste elezioni, in parte perchè la maggior parte degli etiopi potrebbe essere spaventata da un drammatico cambio di leadership, ma soprattutto perchè non c’è opposizione politica che possa lanciare una sfida significativa. Abiy vincerà, ma, come si sottolinea da settimane, sarà una vittoria di Pirro. Basta guardare la situazione degli schieramenti in campo, come spiega Davison. «Il partito che ha schierato il maggior numero di candidati è il Partito della Prosperità di Abiy, formato nel dicembre 2019 dalla fusione di tutti gli otto partiti di governo regionali diversi dal TPLF. Il principale concorrente nazionale è il Ethiopian Citizens for Social Justice, (EZeMa). Si differenzia da Prosperity per essere un convinto sostenitore della revisione del sistema federalista etnico. EZeMa è, in effetti, il successore di una coalizione di opposizione che ha ottenuto guadagni nelle elezioni più competitive dell’Etiopia nel 2005. Dopo le dispute sui risultati e una micidiale repressione del governo, il leader di EZeMa, Berhanu Nega, e gli alleati, sono stati incarcerati. Alcuni di loro in seguito hanno lanciato un’insurrezione per lo più inefficace dall’Eritrea e dagli Stati Uniti, prima di tornare come parte dell’apertura di Abiy del 2018 che ha comportato anche un’amnistia di massa per gli attivisti politici incarcerati.

Il Partito della Prosperità ed EZeMa stanno cercando soprattutto di ottenere il controllo del consiglio che governa Addis Abeba, potenza economica e politica del Paese. Lì, le due parti si affronteranno l’una contro l’altra e un altro concorrente, Balderas for True Democracy, che afferma di difendere l’autonomia e i diritti civili dei cittadini multietnici di Addis Abeba contro quelli che si dice siano tentativi dei nazionalisti oromo di aumentare il gruppo influenza socio-culturale e controllo politico nella città».

E il peggio potrebbe venire dopo il voto. Davisono prevede violenza post-elettorale. «La competizione elettorale potrebbe scatenare la violenza, poiché lo status dell’Oromia e della capitale federale è stato a lungo un punto critico,in particolare tra Amhara e Oromo. La città ospita residenti legati ai numerosi gruppi etno-linguistici etiopici, ma è circondata da Oromia. I nazionalisti Oromo affermano che la città fu costruita su un terreno Oromo alla fine del XIX secolo. Vogliono avere più voce in capitolo nella sua gestione. Una richiesta in parte basata sulla costituzione federale del 1995, che concede alla regione dell’Oromia un ‘interesse speciale‘ indefinito ad Addis Abeba. Un piano di sviluppo del governo del 2014 per la capitale e le aree circostanti di Oromia ha scatenato proteste in tutta la regione, con i manifestanti che hanno affermato che l’iniziativa comporterebbe sfratti iniqui degli agricoltori Oromo. La crescita della città negli anni precedenti aveva già allontanato molti dalla loro terra. La disputa sottostante potrebbe esacerbare le tensioni sulla condivisione del potere ad Addis Abeba tra i rami Oromia e Amhara del Partito della Prosperità. Se sconfitti, come sembra quasi certo,i nazionalisti oromo potrebbero obiettare alla perdita del controllo della capitale.

Nel frattempo, anche il leader di Balderas,Eskinder Nega, è sotto processo per crimini di terrorismo. Una recente sentenza della Corte Suprema ha ordinato alla commissione elettorale di iscriverlo al ballottaggio, nonostante il procedimento giudiziario in corso. I suoi travagli hanno agitato i suoi sostenitori, inclusi gli etnici Amharas ad Addis Abeba, e il Movimento Nazionale di Amhara, un partito di opposizione di Amhara che è partner di Balderas e ha una base di appoggio prevalentemente urbana. Ad aprile, il Movimento ha sostenuto manifestazioni ad Amhara, accusando il Governo di Abiy di non aver impedito l’uccisione di civili di Amhara da parte, presumibilmente, dei miliziani OLA e Gumuz, a marzo e aprile intorno a un’enclave amministrativa Oromo ad Amhara. I risultati controversi nella regione, la seconda più popolosa dell’Etiopia, potrebbero anche contribuire a ulteriori disordini».

Violenza post-elettorale, e poi il grande interrogativo si appunta sul Premio Nobel: che farà Abiy? «Se Abiy vince, ci sono due possibili traiettorie che potrebbe seguire. La prima è che inizia la costruzione della Nazione. L’altro è che segue un corso più autoritario», afferma Mohammed Girma, docente di filosofia politica presso l’Università di Roehampton. «Se intraprende la strada della costruzione della Nazione, farebbe bene ad ascoltare di più e, contrariamente al suo stile preferito, a fare meno conferenze. Questo processo di ascolto e dialogo deve iniziare con la sua stessa regione -Oromia- e estendersi al Tigray dilaniato dalla guerra. Può scegliere la via autoritaria. È una possibilità reale. Non mancheranno i pretesti se questo sarà ritenuto politicamente redditizio. Abiy può proiettarsi come leader della legge e dell’ordine. C’è già una diffusa illegalità e la perdita di un senso di sicurezza e sicurezza tra le masse. L’Etiopia è in una fase in cui la democrazia può essere vista come un lusso».
E’ però incontrovertibile che «
questa elezione, se Abiy vince, è un’enorme opportunità per lui per correggere i suoi passi falsi passati. Deve preoccuparsi meno dei grandi progetti. Questi sono tutti importanti. Ma ha bisogno discendereper affrontare le radici della paura, della sfiducia e della violenza che minacciano di abbattere il tessuto sociale della Nazione». Il punto cruciale della sfida che Abiy è il problema della diversità etnica e la questione dell’equa ripartizione del potere e delle risorse. Problema antico quanto l’Etiopia medievale. 

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