sabato, Settembre 18

Etiopia – Egitto: il Nilo vale ben una guerra In considerazione che nessun accordo è stato trovato circa la Grand Ethiopian Renaissance Dam, l'Egitto potrebbe decidere di attaccare l'Etiopia per preservare i suoi interessi nazionali. E all'Egitto probabilmente si unirebbe il Sudan

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La Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) potrebbe essere la causa della prima guerra dell’acqua. Dopo il fallimento degli ultimi colloqui, a Kinshasa, mediati dall’Unione Africana, tra Etiopia, Egitto e Sudan, secondo alcuni analisti l’opzione militare, per quanto opzione di ultima istanza, sebbene difficile, è possibile. L’Egitto potrebbe decidere di passare dalle parole ai fatti e attaccare l’Etiopia per preservare i suoi interessi nazionali, vista l’impossibilità di trovare un accordo con Addis Abeba. E all’Egitto probabilmente si unirebbe il Sudan.

Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi non può permettersi le conseguenze economiche e politiche del potenziale drammatico calo delle forniture idriche dell’Egitto. Il Cairo teme che una diga a monte sul Nilo Azzurro ridurrà l’approvvigionamento idrico e la produzione di energia presso l’Alta Diga di Assuan. A rischio ci sono migliaia di ettari di terra coltivata, e una delle prime più importanti conseguenze sociali sarebbe una immigrazione interna di massa, oltre a disordini dettati dalla rabbia della popolazione. Al-Sisi si troverebbe a dover rimodellare l’economia in un momento già critico e contestualmente far fronte all’impoverimento verticale di una grossa fetta di popolazione della fascia più critica. Chiaro che al-Sisi non può permettersi di non reagire anche a costo di una guerra.
In più, fanno notare gli osservatori locali, «la possibilità di entrare in guerra per le acque del Nilo è profondamente radicata nel subconscio nazionale egiziano perché il Nilo è sempre stato la fonte della vita in uno Stato prevalentemente desertico. Questa natura aspra ha fatto sì che gli egiziani, nel corso della loro lunga storia, comprendessero che per mantenere il flusso dell’acqua, a volte doveva essere versato sangue».

Al-Sisi nuovamente negli ultimi giorni ha accennato alla possibilità di uno scontro militare, affermando che «qualsiasi danno all’acqua» del Nilo «dell’Egitto influenzerà la stabilità dell’intera regione».

Parlando all’agenzia ‘Anadolu‘, l’analista politico sudanese Abdullah Rizq ha fatto notare lo stretto riavvicinamento tra il Sudan e l’Egitto nel corso del lungo conflitto sulla diga, considerando le recenti esercitazioni aeree congiunte dei due Paesi come degne di attenzione. Rizq, come la gran parte deggli osservatori locali, è dell’idea che il Sudan combatterà a fianco dell’Egitto contro l’Etiopia nel caso in cui l’Egitto decida di attaccare, considerando come i due Paesi condividano «visione, posizione e interesse».
Il
2 marzo 2021, l’Egitto e il Sudan hanno firmato un accordo sulla cooperazione militare, che è stato il risultato di un’intensa serie di visite di funzionari di alto rango di entrambi i Paesi. L’accordo è stato firmato a conclusione della visita in Sudan del capo militare egiziano tenente generale Mohammed Farid, e include indizi concreti che la questione etiope sia stata la questione discussa, compresi i modi per «rendere sicuri i confini».

Insolitamente per un accordo firmato da militari, fa notare Jacques Neriah, colonnello in pensione dell’IDF, vice capo per la valutazione dell’intelligence militare israeliana, e ora analista speciale per il Medio Oriente presso il Jerusalem Center for Public Affairs, il documento si occupa della definizione di un accordo sulle acque del Nilo prima dell’inizio del secondo riempimento del serbatoio GERD, previsto nel luglio 2021. La minaccia implicita per l’Etiopia è stata prevista: se Addis Abeba proseguire il suo cammino senza raggiungere un accordo, tale atteggiamento sarà considerato, dal Cairo e da Khartoum, una minaccia diretta alla sicurezza idrica di entrambi i Paesi.
Si noti che
negli ultimi anni l’Egitto ha costruito e ristrutturato una mega base militare a Ras Banas sulle rive del Mar Rosso, quasi adiacente al confine con il Sudan e di fronte alla Medina dell’Arabia Saudita dall’altra parte del Mar Rosso. La base, situata all’ingresso meridionale del Canale di Suez, si presenta come un mezzo per proiettare la potenza aerea e navale egiziana per proteggere i suoi alleati, l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo, e per contrastare iraniani, turchi (e israeliani) nel Mar Rosso. Il particolare più importante è che il complesso militare è alla portata dei territori eritrei ed etiope.

Gli eventi sul campo hanno accelerato la crisi tra l’Etiopia e l’alleanza Egitto-Sudan. Quando la guerra nel Tigray è iniziata, il 4 novembre 2020, alcune guarnigioni dell’Esercito etiope di stanza nel triangolo di Al Fashaqah hanno abbandonato le loro basi e si sono unite allo sforzo bellico etiope. Il triangolo è costituito da 97 miglia quadrate di terra fertile rivendicata sia dal Sudan che dall’Etiopia come parte del rispettivo territorio in una disputa che dura da 100 anni, ma occupata per più di 25 anni dagli etiopi (Amhari) e protetta dalle truppe etiopi federali e dalle milizie amhariane, a ovest del territorio del Tigray.

Abbandonando le loro basi, i soldati hanno lasciato l’area sgombra di unità dell’esercito etiope e hanno permesso l’ingresso all’esercito sudanese. Il tentativo di riconquistare l’area da parte delle milizie Amhara è fallito dopo gli scontri avvenuti con l’esercito sudanese, ora lo scontro per questa area sta agitando la situazione sul terreno.
A luglio è previsto l’inizio del secondo riempimento del bacino della diga, se l’Etiopia iniziasse il riempimento senza aver raggiunto un accordo con Egitto e Sudan l’atto «equivarrebbe a una dichiarazione di guerra dell’Etiopia all’Egitto e al Sudan. Questo è uno scenario che le tre parti vorrebbero evitare», ma che pare inevitabile se la diplomazia non riesce nella sua missione.

Il 5 aprile, in concomitanza con il nulla di fatto che stava andando in scena a Kinshasa, il commando e le forze aeree dell’Egitto e del Sudan hanno concluso un’esercitazione militare di cinque giorni presso la base aerea di Merowe, nel Sudan settentrionale.
Secondo una dichiarazione militare egiziana, le esercitazioni, soprannominate ‘
Nile Eagles 2, ha previsto uscite congiunte di jet da combattimento multiruolo per imitare l’attacco di obiettivi ostili e proteggere obiettivi vitali. L’esercitazione prevedeva anche operazioni di assalto, occultamento e mimetizzazione, ha annotato ‘Al-Monitor‘.
«
L’esercito egiziano è fianco a fianco con l’esercito sudanese nella stessa trincea per difenderlo», ha detto il tenente generale Mohamed Farid, capo di stato maggiore dell’esercito egiziano, a conclusione dell’esercitazione. E ha aggiunto che la formazione congiunta contribuirà a rafforzare la sicurezza sia dell’Egitto che del Sudan sottolineando l’importanza «di lavorare insieme contro le sfide comuni al fine di rendere sicuri i confini e proteggere le risorse».

L’Etiopia è in una posizione vulnerabile, causa la guerra civile in corso nel Tigray, in forza della quale sta soffrendo l’isolamento internazionale, e, per quanto l’Egitto stia vivendo una terribile situazione economica che sulla carta non gli darebbe margine di manovra per intraprendere una guerra, e lo stesso si può dire del Sudan, per l’Egitto e il Sudan il Nilo è una questione di vita o di morte. Avviare un guerra per Il Cairo non sarà una decisione facile, ma «l’Egitto potrebbe utilizzare una potenziale guerra come strumento di manifestazione nazionale per unificare il Paese, distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni e annunciare un ritorno in scena come principale contendente regionale», sottolinea Mustafa Salama, analista politico, con una vasta esperienza in fatto di Medio Oriente. «Per decenni, i politologi hanno dibattuto l ‘ipotesi delle guerre per l’acqua, che vede gli Stati che condividono l’acqua diventare più inclini alla guerra in futuro. Anche se può sembrare improbabile, non si dovrebbe escludere un disastroso confronto militare».

Secondo il rapporto 2021 del Global Firepower, l’Esercito egiziano è al 13° posto su 140 Paesiesaminati in termini di forza militare.
Sul totale della popolazione egiziana, stimata in 104.124.440 persone, il rapporto ha mostrato che il
personale militare totale è di 1.330.000, equamente distribuito tra personale attivo, riserve, paramilitare.
Per quanto riguarda la potenza aerea, il rapporto afferma che la forza totale dell’Egitto ammonta a 1.053 risorse; circa le forze di terra, l’esercito egiziano ospita carri armati, veicoli armati e proiettori di razzi, tra le altre armi da guerra; la forza navale è composta da 316 risorse totali.
Il budget per la difesa dell’Egitto è stimato in 10.000.000.000 di dollari.

L’Egitto ha dedicato notevoli sforzi per rafforzare la forza militare, siglando diversi accordi con diversi Paesi leader, tra cui la Francia e la Russia. Le capacità operative delle forze armate egiziane hanno subito significativi miglioramenti sotto la guida del Presidente al-Sisi.

Di molto inferiore la forza militare dell’Etiopia, basti dire che lo stesso rapporto la colloca al 60° posto tra i 140 Paesi in esame. Con una popolazione di 108.113.150 persone, il totale del personale militare è di 162.000 soggetti tutti attivi. Il budget è pari a 520.000.000 dollari.
Le forze, dunque, sono visibilmente squilibrate, il che fa ritenere che se l’Etiopia dovesse essere attaccata la partita si chiuderebbe prima ancora di cominciare.

Mancano circa una ottantina di giorni al riempimento della diga, al-Sisi potrebbe decidere l’attacco in qualsiasi momento dovesse rendersi conto che spazi per la trattativa non ce ne sono più. Anche considerando che l’appoggio a un intervento militare è praticamente unanime e la ‘necessità’ di una guerra è sostenuta da ampi strati della società civile. In queste ore si è pronunciato anche Hamdeen Sabahi, che alle ultime presidenziali aveva sfidato con buon successo al-Sisi. Sabahi ha chiesto al governo di prepararsi a una «guerra giusta» contro l’Etiopia, sottolineando la necessità di «un piano urgente per preparare le persone e la società alla guerra e garantire l’unità nazionale». Si tratta, ha spiegato, di «salvare l’Egitto» prima del secondo riempimento, definendo la diga «una minaccia esistenziale per l’Egitto, il popolo e lo Stato. La vittoria è l’unica opzione; non ci sono alternative».

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