lunedì, Aprile 12

Etiopia: deportazioni di massa dei rifugiati eritrei Il dittatore eritreo, Isaias Afewerki, avrebbe chiesto al Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, il rimpatrio forzato dei 96.000 profughi presenti nel Tigray. L’operazione è in corso. E l’assistenza umanitaria impedita da Addis Abeba

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In uno sviluppo che le Nazioni Unite hanno definito ‘inquietante’, l’Etiopia ha dichiarato, nei giorni scorsi, che sta restituendo migliaia di rifugiati che sono scappati dai campi nella sua regione del Tigray mentre la guerra dilagava, caricandoli sugli autobus per tornare alla zona di confine con l’Eritrea, il Paese di origine dei rifugiati. La notizia è arrivata quando gli Stati Uniti hanno affermato di ritenere che le truppe eritree siano attive in Etiopia, definendo il tutto come un ‘grave sviluppo’. Un portavoce del Dipartimento di Stato in una e-mail ha citato rapporti credibili e ha detto «sollecitiamo che qualsiasi truppa di questo tipo venga immediatamente ritirata».

Le rare testimonianze raccontano violenze orribili. Il dittatore eritreo, Isaias Afewerki, avrebbe chiesto al Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, il rimpatrio forzato dei 96.000 profughi presenti nel Tigray. Le operazioni di rimpatrio sono svolte congiuntamente dagli eserciti etiope ed eritreo. La maggior parte dei profughi sono giovani scappati dal servizio militare obbligatorio. Tutti gli uomini e donne giunti a maggior età devono svolgere il servizio militare dalla durata di 20 anni in Eritrea. Quando Isaias è diventato debole, dopo la guerra con l’Etiopia, il servizio militare obbligatorio è diventato un ottimo strumento di controllo della popolazione e per sedare ogni tipo di opposizione politica che in qualche modo un giorno potrebbe sorgere.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha dichiarato che «nell’ultimo mese abbiamo ricevuto un numero schiacciante di notizie preoccupanti di rifugiati eritrei nel Tigray uccisi, rapiti e rimpatriati con la forza in Eritrea. Se confermate, queste azioni costituirebbero una grave violazione del diritto internazionale», aggiungendo che la sua agenzia ha incontrato alcuni rifugiati nella capitale, Addis Abeba, e ha nuovamente sollecitato l’accesso umanitario senza ostacoli al Tigray.

Parole che fanno trasparire l’impotenza delle Nazioni Unite. Dopo aver subito un attacco ad un convoglio umanitario attuato dai soldati federali etiopi per evitare fughe di notizie (gli umanitari avevano incontrato dei soldati eritrei), il Segretario Generale ONU, nel disperato tentativo di poter accedere alla popolazione bisognosa di aiuti, aveva dichiarato che non vi erano prove della presenza di soldati eritrei nel nord Etiopia. Capriola diplomatica inutile, in quanto la presenza degli eritrei (già notata dal convoglio ONU) è stata rivelata dagli Stati Uniti, mettendo in imbarazzo le Nazioni Unite.

Abiy continua a bloccare agli umanitari l’accesso al Tigray. Solo la Croce Rossa Internazionale è riuscita accedervi, ma sotto stretta sorveglianza militare. L’accesso agli umanitari viene negato in quanto è un corso la deportazione di massa di circa 96.000 profughi eritrei stanziati in Tigray. La conferma giunge anche da UNHCR. «Abbiamo ricevuto messaggi allarmanti da eritrei che vivono all’estero e quando li abbiamo esaminati, abbiamo accertato che diverse centinaia di rifugiati erano stati caricati questa mattina sugli autobus per essere rimpatriati nella regione del Tigray», ha riferito l’agenzia ONU per i rifugiati.

Prima della deportazione i 96.000 rifugiati non hanno avuto accesso a cibo o altri rifornimenti per quasi un mese. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha affermato di essere«estremamente preoccupata» per il ritorno forzato dei rifugiati e ha negato il suo coinvolgimento, dicendo che l’Etiopia ha rilevato uno dei suoi centri di transito nella capitale, Addis Abeba, il 3 dicembre. Migliaia di rifugiati eritrei sono fuggiti ad Addis Abeba e nella capitale del Tigray, Mekele, per fuggire alle deportazioni. L’Etiopia ha affermato che il loro «movimento non regolamentato» rende difficile garantire la loro sicurezza.

Nonostante il governo continui ad impedire l’accesso al Tigray a giornalisti e umanitari, nuove notizie di crimini emergono ogni giorno. Il Consiglio Danese per i Rifugiati ha informato che il mese scorso sono stati uccisi tre membri dello staff che lavoravano come guardie in un sito del progetto. Altri tre umanitari al servizio di International Rescuee Committee sarebbero stati uccisi, due erano espatriati.

Il Tigray rimane in gran parte isolato dal mondo cinque settimane dopo lo scoppio dei combattimenti tra il governo dell’Etiopia e quello del Tigray a seguito della lotta per il potere durata mesi. I governi si considerano reciprocamente illegittimi, dopo mesi di attriti, iniziati quando Abiy è entrato in carica, nel 2018, marginalizzando il Fronte di liberazione popolare del Tigray, un tempo dominante. Si pensa che migliaia di persone siano state uccise nei combattimenti iniziati il 4 novembre, e che hanno minacciato di destabilizzare il Corno d’Africa.

Il governo federale continua a rifiutare l’accesso agli umanitari per necessità di nascondere i crimini commessi, le truppe straniere e il fatto che il TPLF è lontano dall’essere stato sconfitto e i combattimenti continuano. «I suggerimenti secondo cui l’assistenza umanitaria è ostacolata a causa del combattimento militare attivo in diverse città e aree circostanti all’interno della regione del Tigray non è vero e mina il lavoro critico intrapreso dalle forze di difesa nazionali per stabilizzare la regione», ha detto l’ufficio del Primo Ministro, notando solo «sporadiche sparatorie».

«Ogni giorno a cui non abbiamo accesso è un giorno perso. Ogni giorno in cui non abbiamo accesso è un giorno che aumenta le sofferenze dei civili», ha riferito ai giornalisti il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric.

Il governo di Addis Ababa afferma di essere responsabile di garantire la sicurezza degli aiuti, sebbene il conflitto e le relative tensioni etniche abbiano lasciato molti abitanti del Tigray diffidenti nei confronti delle forze governative. Con il pretesto di garantire la sicurezza, l’Esercito gestirà l’intervento umanitario con tutti i rischi che comporta la situazione. Tra i rischi: trasformare gli aiuti umanitari in un’arma di guerra dandoli solo a chi accetta il dominio del governo centrale.

Mentre 96.000 profughi eritrei spariranno (forse per sempre) senza lasciare traccia, costretti a ritornare in patria per subite la «giusta punizione», il governo etiope informa che i campi profughi eritrei sono sotto il pieno controllo dell’Esercito, aggiungendo che la consegna di cibo è in corso.

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