venerdì, Agosto 6

Etichetta sugli alimenti: cosa cambia?

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In tanti si domandano cosa ne sarà del Made in Italy, di quel marchio che già da tempo è vittima di numerose contraffazioni e truffe internazionali. Quello che più fa preoccupare però è il diritto del consumatore di conoscere la provenienza dei prodotti scelti tra gli scaffali di un supermercato. Diritto che, in virtù dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo 1169/2011, viene certamente a mancare.

Finora infatti, grazie al D.lgs.109/1992, il legislatore italiano aveva reso obbligatoria l’indicazione nell’etichetta dell’indirizzo della sede dello stabilimento di produzione; una prescrizione tutta italiana che la Commissione europea aveva accettato e che, anche oggi, avrebbe potuto essere riconosciuta se l’Italia avesse provveduto a notificare tale norma ai sensi del reg. UE 1169/11.

Secondo quanto riportato all’Art. 26 del regolamento in questione, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea e relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori (che modifica i regolamenti (CE) n. 1924/2006 e (CE) n. 1925/2006), l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria in alcuni casi tra i quali quando «l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza». Nulla dice però in merito all’obbligo di inserire le informazioni inerenti lo stabilimento di produzione, suscitando di fatto l’indignazione di numerosi cittadini italiani.

Sono più di 20 mila le firme raccolte a tal proposito nella petizione lanciata da “Io leggo l’etichetta”, il blog ideato da Raffaele Brogna per «andare incontro alle esigenze di risparmio di milioni di italiani». Oltre ad essere stata inviata al Governo Italiano, al Ministero delle Politiche Agricole e al Parlamento Europeo, la petizione ha altresì ottenuto l’impegno di numerose aziende produttrici e marchi della Grande Distribuzione Italiana (Coop, Conad, Selex, Esselunga, Eurospin, Lidl, Sigma, Pam Panorama, Auchan, Carrefour, Crai, Despar, Sisa, Simply, ecc…), «a continuare a scrivere sull’etichetta lo stabilimento di produzione e possibilmente anche il nome dei produttori dei loro prodotti Private Label, indipendentemente dall’entrata in vigore del Reg. 1169/2011 che elimina  tale obbligo».

Delle conseguenze e dei possibili danni derivanti dall’entrata in vigore di tale regolamento, ce ne parla l’autore del libro “L’etichetta”, Dario Dongo, avvocato esperto di ‘food law’, cofondatore de Ifattoalimentare.it nonché fondatore di Greatitalianfoodtrade.com, il primo portale in 8 lingue dedicato alla promozione della cultura alimentare italiana.

 

Dal prossimo 14 Dicembre, data in cui è prevista l’entrata in vigore del reg. Ue 1169/11, non sarà più possibile leggere sull’etichetta dei prodotti le informazioni sullo stabilimento di provenienza o confezionamento della merce italiana. Perché? Cosa prevede esattamente?

In tempi ormai lontani l’Italia si era distinta per aver preteso di aggiungere, sulle etichette alimentari, un’informazione obbligatoria ulteriore rispetto a quelle già condivise con gli i Stati membri dell’allora Comunità Economica Europea. L’indicazione appunto della sede dello stabilimento ove il prodotto é stato realizzato e/o confezionato.  Il governo italiano aveva perciò raccolto il consenso della Commissione a imporre che gli alimenti prodotti e venduti nel proprio territorio riportassero tale notizia, giustificata da esigenze di miglior tutela della salute pubblica. La disponibilità di questa informazione sulle confezioni infatti consente alle autorità sanitarie una più efficace gestione dei controlli pubblici ufficiali, in particolare nelle situazioni di crisi di sicurezza alimentare. Il regolamento (UE) 1169/2011, la cui applicazione ha avuto luogo in gran parte a decorrere dal 14 dicembre, ha tuttavia uniformato le regole in tema di informazione al consumatore relativa ai prodotti alimentari, prescrivendo ai governi dei Paesi aderenti di ri-notificare alla Commissione ogni misura nazionale aggiuntiva. Ne deriva che, in difetto di notifica a Bruxelles della disposizione italiana che prevede la citazione obbligatoria della sede dello stabilimento, tale norma decadrà.

Quali i principali danni- per i consumatori come per lo stesso Made in Italy- derivanti dall’abolizione dell’obbligo di inserimento della sede di stabilimento nelle etichette dei prodotti?

Il danno, aggravato dalle condizioni economiche non favorevoli in cui l’Italia tuttora versa, è duplice:

– i consumatori, da un lato, non potranno più distinguere in un colpo d’occhio i prodotti realizzati e/o confezionati in Italia rispetto a quelli che provengono da altri Paesi UE. Fino ad oggi, la presenza in etichetta della sede dello stabilimento garantiva che almeno una fase del processo di produzione aveva avuto luogo in Italia. Permettendo così ai consumatori più o meno attenti di scegliere il prodotto ‘Made in Italy’, non solo in ragione di una maggior fiducia verso la nostra produzione agro-alimentare ma anche per contribuire al PIL e all’occupazione nazionale. Poiché ogni nostra scelta di acquisto realizza, di fatto, un piccolo ‘Jobs Act’, che moltiplicato per 60 milioni di consumatori effettivamente incide sull’economia del Paese,

– i produttori italiani di alimenti e bevande, a loro volta, hanno potuto beneficiare del privilegio riconosciuto ai loro beni da parte dei consumatori. È ben vero che la citazione dello stabilimento è ancora possibile, su base volontaria, ma è altrettanto vero che tale notizia non coincide con l’interesse dei grandi gruppi multinazionali. I quali invece potranno decidere di non comunicare la sede dello stabilimento al preciso scopo di ‘tenere le mani libere’. Nel senso cioè di poter continuare a vendere prodotti recanti marchi noti come italiani anche qualora – per le esigenze economiche più varie, fiscali o di costo del lavoro ad esempio – scelgano di delocalizzare la produzione o la fornitura in altri Paesi europei.

In che modo l’Italia, nello specifico il Ministero dello Sviluppo Economico, avrebbe potuto agire giuridicamente per mantenere tale obbligo, originariamente previsto dal legislatore italiano?

Il Governo Renzi avrebbe potuto notificare alla Commissione europea l’informazione obbligatoria della sede dello stabilimento in etichetta. Una procedura semplice, già a suo tempo adottata in altri casi (come la previsione dell’origine obbligatoria dei prodotti avicoli, ai tempi dell’influenza aviaria), che può ben venire giustificata sulla base di quanto previsto nel regolamento (UE) 1169/11, al Capitolo VI.

In casi estremi, come quello della contaminazione alimentare, in che modo le autorità potranno risalire alla sede dello stabilimento di produzione di un prodotto per verificare il luogo in cui ha avuto origine? Rimarrà, quantomeno, l’indicazione del numero di lotto?

Il codice di lotto rimane obbligatorio, ai sensi del regolamento UE 91/2013. Sebbene, nella versione 9.12.14 della bozza di DPCM sull’argomento, sia stata ipotizzata l’ingiustificata esenzione da tale obbligo dei c.d. alimenti preincartati (nella cui definizione figurano non solo i prodotti incartati davanti al consumatore su sua richiesta, ma anche quelli preimballati ai fini della vendita diretta, che rappresentano una discreta quota degli alimenti offerti a scaffale dei supermercati). Le autorità sanitarie italiane, dal loro canto, finora hanno potuto confidare nella citazione in etichetta della sede dello stabilimento di produzione e/o confezionamento per risalire in tempi istantanei all’origine di eventuali rischi di sicurezza alimentare, e mitigarne i pericolosi effetti. Se e quando tale informazione verrà meno, la gestione del rischio sarà invece ritardata dall’attesa dei giorni e degli orari di lavoro in cui risulti possibile interpellare gli uffici del ‘responsabile dell’etichetta’ – che può essere il produttore, come pure un distributore stabilito in UE – per identificare lo stabilimento da cui sia provenuto un prodotto pericoloso.

Attualmente, in Italia, è possibile riconoscere i prodotti “senza OGM” da quelli che invece ce l’hanno? Quali sono, in questo caso, gli interessi delle multinazionali che si scontrano con quelli dei consumatori?

I regolamenti CE 1829, 1830/2003 hanno introdotto l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza e anche solo la derivazione da OGM di un alimento o di un ingrediente in esso contenuto. Questo obbligo non è tuttavia previsto in altri Paesi come gli USA, ove le multinazionali interessate investono grandi risorse nella ‘lobby’ per ostacolare le iniziative volte a garantire questa informazione ai consumatori. Rimane da chiedersi se e in quale misura il livello di tutela stabilito in Europa verrà considerato nell’ambito dei negoziati per il c.d. TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

 

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