mercoledì, Settembre 22

Est Europa, elezioni e secessioni L’ascesa dei nazionalisti ungheresi e i tentativi secessionisti a Donetsk causano timori

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Est Europa Crimea

Sono i risultati di elettorali in tre Paesi e l’avvio delle elezioni in un quarto a caratterizzare questo inizio di settimana. In UngheriaAfghanistan Costa Rica si sono infatti svolte elezioni per decidere rispettivamente un Primo Ministro e due Presidenti, mentre oggi comincia la lunga tornata delle elezioni generali in India, che avranno termine soltanto fra cinque settimane, il 12 maggio. Mentre queste ultime sembrano rappresentare un’incognita, con lo scontro fra l’Indian National Congress (INC) di Rahul Gandhi ed il Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi, le elezioni svoltesi durante l’ultimo fine settimana hanno fornito più conferme che sorprese.

È questo il caso, ad esempio, dell’Ungheria, dove il Primo Ministro Viktor Orbán è stato riconfermato per un ulteriore mandato di quattro anni grazie al 44,4% dei voti conquistato dal suo partito, Fidesz, che otterrà così 133 dei 199 seggi disponibili al Parlamento ungherese. 38 i voti conquistati dalla coalizione Összefogás (Unità) guidata dal socialista Attila Mesterházy, mentre inquieta la crescita del partito nazionalista e xenofobo Jobbik, il cui 20,5% rappresenta una crescita di quattro punti percentuali rispetto al voto di quattro anni fa. Un incremento atteso, quello del partito di Gábor Vona, che dovrebbe però trovare chiuse le porte di una possibile alleanza di Governo con Fidesz: ciononostante, in vista delle imminenti elezioni europee, la crescita di un altro partito di estrema destra (dopo quello del Front National di Marine Le Pen) non può essere ignorato.

Scarse sorprese anche in Afghanistan: il voto del 5 aprile conferma l’indecisione emersa dai sondaggi fra l’ex Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex Ministro delle Finanze Ashraf Ghani Ahmadza. Si prospetta perciò il ricorso al ballottaggio, anche se i risultati dello scrutinio non saranno resi noti prima del 24 aprile. A Kabul Abdullah sembra comunque essere saldamente in testa, anche se i suoi concorrenti denunciano frodi. Oltre all’importanza storica del voto, che rappresenta il primo passaggio di consegne democratico dall’insediamento alla Presidenza di Hamid Karzai, va segnalata l’affluenza del 60%: un risultato non irrilevante, considerati i numerosi attentati con cui i Talebani hanno cercato di dissuadere gli afghani a recarsi alle urne.

Vittoria agevole, infine, per l’ex diplomatico Luis Guillermo Solís in Costa Rica. Col 77,85% dei voti, il rappresentante del Partido Acción Ciudadana ha battuto Johnny Araya del Partido Liberación Nacional, lo stesso della Presidente uscente Laura Chinchilla, ed ha infranto un’alternanza bipartitica più che quarantennale: dal 1970, infatti, i Presidenti del Paese centroamericano hanno rappresentato o il PLN o il Partido de Unidad Socialcristiana. Lo stesso Solís, al suo primo incarico su elezione, era militante del PLN fino al 2005, quando se ne andò per irregolarità nei voti interni. Proprio gli scandali che hanno riguardato il partito avrebbero indebolito il proprio rappresentante e consentito la vittoria di Solís.

Intanto, come anticipato, oggi inizia la lunga marcia dell’India verso la formazione del XVI Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento. I sondaggi più recenti sembrano dare un notevole margine di vantaggio all’Alleanza Democratica Nazionale, ossia la coalizione di centro-destra guidata da Narendra Modi. Tra i 234 ed i 246 i seggi attribuiti dalle inchieste dell’ultimo mese, contro i 111-123 per l’Alleanza Progressista Unita di Rahul Gandhi e dell’attuale Primo Ministro Manmohan Singh. L’elezione, la più lunga nella storia del Paese, è partita oggi nel Nord-Est del Paese e, così dilatata, dovrebbe permettere un maggior controllo al fine di evitare violenze ai seggi.

Violenze che, invece, continuano in Ucraina. Dopo una mattinata di scontri nel versante orientale del Paese, nel pomeriggio dal palazzo della Regione di Donetsk, occupato da attivisti filorussi, è stata proclamata la Repubblica sovrana di Donetsk. Al proclama si è aggiunto l’annuncio di un referendum che, l’11 maggio, dovrebbe decidere l’annessione alla Russia della stessa regione. Proprio in relazione allo sviluppo degli eventi nella zona, già in mattinata il Primo Ministro provvisorio Arsenij Jacenjuk aveva denunciato un piano russo «per smembrare l’Ucraina» al fine di invaderla militarmente. In seguito all’aggravarsi della situazione, è stata poi indetta una riunione di emergenza che ha portato anche il Presidente Oleksandr Turčinov ad annullare una visita ufficiale in Ucraina. Frattanto, il Ministero della Difesa comunicava l’uccisione di un ufficiale ucraino da parte di un militare russo in Crimea. La relazione tra Kiev Mosca, quindi, rimane a dir poco estremamente tesa. Peraltro, gli attriti proseguono anche a livello commerciale, dato che la Russia ha sospeso le importazioni da parte di sei aziende casearie ucraine: l’aspetto economico degli sviluppi ucraini potrebbe risultare dirimente e, proprio per questo, il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha annunciato che, insieme al suo omologo francese Michel Sapin, si assicurerà che il piano di sostegno concordato tra Kiev e FMI entri in vigore il prima possibile.

Francia che è stata oggetto di severe critiche da parte delle autorità del Ruanda, nel ventennale del genocidio. Durante la cerimonia di commemorazione, il Presidente Paul Kagame ha infatti affermato in un discorso in inglese che «nessun Paese è così potente, anche se lo pensa, da poter cambiare i fatti», salvo poi aggiungere, in francese, che «dopo tutto, i fatti sono cocciuti»: un segnale che va a sommarsi all’indicazione dell’Ambasciatore transalpino Michel Flesch come ‘persona non gradita’ e alle denunce più esplicite, sempre da parte di Kagame, del «ruolo diretto» da parte della Francia «prima, durante e dopo il genocidio». Autocritica, invece, da parte dell’ONU, il cui Segretario Generale Ban Ki-moon ha ammesso che «i caschi blu sono stati ritirati dal Ruanda nel momento in cui c’era più bisogno».

Le accuse di Kagame non impediscono comunque alla Francia di esprimersi sulle vicende africane: è di oggi la pubblicazione di un’intervista ufficiale al Ministro della Difesa Jean-Yves Le Driansecondo il quale vi sarebbe preoccupazione per come la Libia meridionale, a due anni e mezzo dalla caduta di Gheddafi, sia divenuta «un covo di vipere in cui i jihadisti stanno ritornando, acquisendo armi e raccogliendo rinforzi». Al contrario di quanto avvenuto in Mali e nella Repubblica CentrafricanaParigi non sembra intenzionata ad intervenire direttamente, quanto piuttosto ad addestrare possibili volontari ed a sollecitare una cooperazione fra i Paesi confinanti.

Tuttavia, mentre nel nord della Libia riaprono alcuni dei porti della Cirenaica, precedentemente bloccati dai separatisti orientali, la situazione degli invocati Paesi confinanti non si dimostra meno problematica. Lo dimostra, fra gli altri, il caso dei tre leader delle proteste contro l’allora Presidente Hosni Mubarak che, in Egitto, sono stati condannati ad una pena di tre anni da una corte d’appello. I capi di imputazione per Ahmed MaherAhmed Douma e Mohammed Adel riguardano manifestazioni non autorizzate ed assalti alla polizia, ma il sospetto è che l’amministrazione insediatasi destituendo il Presidente eletto Mohamed Morsi voglia inibire le proteste di strada in vista delle prossime elezioni presidenziali, a cui è candidato il Generale ‘Abd al-Fattāh Al-Sīsī. Sempre in ambito mediorientale, inoltre, continua l’isolamento di Israele: dopo gli attriti con Washington e le pesanti denunce delle Nazioni Unite, domenica è stato il collettivo Anonymous a dimostrare il proprio dissenso verso le politiche del Governo di Benjamin Netanyahu, in questo caso oscurando siti web e manomettendo sistemi di sicurezza informatica in segno di solidarietà col popolo palestinese dopo i recenti attacchi aerei su Gaza.

Oggi, invece, Papa Francesco ha approvato la riforma dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), che, secondo il comunicato diramato dalla Città del Vaticano, «continuerà a servire con attenzione e a fornire servizi finanziari specializzati alla Chiesa Cattolica in tutto il mondo». Ha così fine il dibattito su quale sarebbe stata la trasformazione dell’istituto finanziario, dopo che, negli ultimi mesi, alcune dichiarazioni dello stesso Pontefice avevano suggerito anche la possibilità di una trasformazione in una banca etica, se non addirittura di una vera e propria chiusura. Nonostante le commissioni preposte alla formulazione della proposta si siano quindi decise per la soluzione meno drastica, il Vaticano informa che le attività della banca rimarranno sotto il controllo dell’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) della Santa Sede e proseguiranno «un allineamento sostenibile e sistematico delle strutture legali e normative della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano con le best practice regolamentari internazionali».

Sospensione dal servizio, infine, per l’Ambasciatore italiano in Turkmenistan, Daniele Bosio. Bosio si trova attualmente in stato di arresto nelle Filippine, accusato di traffico di minori. Le autorità di Manila, infatti, sostengono di averlo colto in fragrante in un parco acquatico mentre si trovava in compagnia di minori locali, di cui avrebbe abusato o tentato di abusare.

 

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