giovedì, Luglio 29

Essere trasformati in malati mentali

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Alla fine Wu Chunxia ha ottenuto giustizia. Alcuni giorni fa, l’Alta Corte dello Henan ha sentenziato in favore della donna ingiustamente rinchiusa dalla polizia locale in un ospedale psichiatrico per 132 giorni. Tutto è cominciato nell’aprile 2008, quando le autorità la intercettarono mentre cercava di raggiungere Pechino per chiedere aiuto a All-China Women’s Federation, dopo le ripetute violenze subite in casa. Tre mesi più tardi, fu prelevata dalle forze dell’ordine e sottoposta a 10 giorni di detenzione. Condannata senza processo dalle autorità locali a un anno di ‘rieducazione attraverso il lavoro’, fu, tuttavia, internata in un manicomio per essere curata dalla sua presunta schizofrenia. «Mi hanno coperto gli occhi, costretta a prendere delle pillole e sottoposto a elettroshock tre volte alla settimana», racconta Wu al ‘Beijing News’, «più cercavo di dimostrare la mia normalità , più (i medici) mi dicevano che ero malata». L’ospedale ha acconsentito a dimetterla soltanto dopo svariati tentativi di suicidio. Una volta tornata in libertà, Wu ha citato in giudizio la struttura sanitaria ricevendo 150mila yuan a titolo di risarcimento. Troppo poco rispetto a quanto patito. Nel 2012 la donna ha intentato causa contro la stazione di polizia di Zhoukou, che -nonostante il ricorso in appello- è stata giudicata colpevole il mese scorso.

Per anni attivisti, petizionisti enemici del regime sono stati rinchiusi in centri psichiatrici, finendo nella zona grigia che separa Governo centrale e autorità locali, spesso responsabili di soprusi non avvallati da Pechino. Non solo. A causa dell’inaccuratezza dei controlli medici, persone perfettamente sane sono state ricoverate su pressione dei parenti in seguito a dispute famigliari, venendo «sottoposte ad abusi continui». Un fenomeno noto con il nome di bei jingshen bing, ‘essere trasformati in malati mentali’. Lo scorso anno, il direttore del Fourth People’s Hospital di Urumqi, capitale provinciale dello Xinjiang, ha riconosciuto che tra il 70 e l’80% dei malati presenti nella struttura erano stati ammessi ‘forzatamente’. 

Nel tentativo di proteggere i diritti dei cittadini e ridimensionare i poteri periferici, nell’arco dell’ultimo anno il Partito ha adottato alcune misure andando a colpire l’Ufficio statale per le Lettere e le Petizioni e il sistema dei ricoveri arbitrari. Dopo un dibattito durato 27 anni, il primo maggio 2013 è entrata in vigore la prima normativa nazionale sui disturbi mentali. A sottolineare come il benessere materiale ottenuto con il boom economico debba ora essere affiancato da un benessere di tipo mentale.

La Cina è uno dei Paesi con il più elevato tasso di malattie psichiatriche, attorno al 17,5% nel 2009, secondo la rivista scientifica Lancet’, contro il 26,4% degli Stati Uniti in testa alla classifica mondiale. Si parla di 100 milioni di malati (16 milioni giudicati ‘gravi’) di cui solo il 20% gode di un trattamento medico. Nel 2005 erano soltanto 132mila i letti liberi nelle strutture ospedaliere, meno di un quarto della media mondiale.

Le prime istituzioni adibite al trattamento dei disturbi mentali furono introdotte nel Regno di Mezzo dai missionari occidentali nel 1849. Soggette a un lento declino all’indomani della fondazione della Repubblica popolare -«Fare affidamento sul pensiero di Mao Zedong per guarire le malattie mentali», titolava un pezzo anonimo comparso sul Quotidiano del Popolo il 10 agosto 1971-, poi riabilitate e alimentate da conoscenze d’oltre Muraglia con l’avvio delle riforme di Deng Xiaoping. Tra il 1985 e il 1999 dieci versioni differenti della legge oggi in vigore sono state dibattute all’interno dei circoli accademici, fino a quando lo sviluppo della normativa è passato nelle mani del Ministero della Salute. Nel decennio successivo, alcune grandi municipalità si sono impegnate nella stesura di un proprio regolamento, acquisendo l’esperienza necessaria al raggiungimento di un regolamento nazionale.

L’etica confuciana, che esalta i vincoli famigliari, tradizionalmente delegava l’assistenza dei disabili ai parenti, così come la decisione di sottoporre una persona a cure psichiatriche, sopratutto in caso di trattamenti ospedalieri. Ora la legge stabilisce che «I malati di mente, con l’eccezione di chi è gravemente malato e di chi potrebbe causare danni a sé stesso o ad altri, doverebbero ricevere cure esclusivamente su base volontaria». Inoltre si dichiara che soltanto medici con qualifiche psichiatriche, impiegati in strutture specializzate, sono autorizzati a diagnosticare e curare i disturbi mentali. Il ricovero involontario viene ancora ammesso a due sole condizioni: quando al malato viene diagnosticata una patologia ‘grave’ e quando viene considerato un pericolo per sé o per gli altri. In entrambi i casi il paziente e i tutori legali (ovvero i parenti) possono chiedere una revisione dello stato clinico da parte di due specialisti in maniera indipendente.

Si tratta di piccoli progressi. L’American Journal of Psychiatry’ apprezza il tentativo di coinvolgere differenti agenzie e organizzazioni non governative nella fornitura dei servizi ai malati e alle loro famiglie, così come nella promozione della ricerca scientifica. Tuttavia, secondo quanto riportava alcuni giorni fa il ‘South China Morning Post’, sebbene la normativa sulle malattie mentali abbia reso i ricoveri involontari «quasi impossibili», uscire dal sistema, per chi vi è già dentro, rimane estremamente difficile. Stando a quanto dichiarato dal direttore del centro per la cura dei disturbi mentali del distretto di Haidian di Pechino, circa la metà dei 300 pazienti ricoverati dovrebbe essere dimessa in base a valutazioni dello stesso staff medico. Ma per i famigliari riprendersi in casa i parenti malati vuol dire dover far fronte a costi e fastidi non da poco, sopratutto considerata l’assenza di assistenza comunitaria per la riabilitazione psichiatrica.

Un rapporto stilato da Civil Rights and Livelihood Watch dimostra che per tutto il 2013 «nuove vittime sono state mandate negli ospedali psichiatrici», nonostante le disposizioni dei legislatori. Come avverte Maya Wang, reseracher di Human Rights Watch, la nuova legge continua ad assicurare ai medici il diritto di trattenere qualcuno senza che i tribunali possano controllare le modalità in cui avvengono i ricoveri forzati. La stessa vaga definizione di ‘malattia mentale grave’ lascia ampio margine di manovra alle autorità che si avvalgono del sistema per mettere a tacere le voci scomode.

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