martedì, Settembre 21

Essere italiani? Non è proprio un orgoglio! 38 anni dalla strage di Ustica senza verità

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È triste per chi fa cronaca dover tornare un’altra volta su argomenti che non solo non fanno onore all’Italia ma addirittura ne fanno vergognare l’appartenenza. Un tragico esempio è di un Paese che non è stato in grado di portare alla luce un mistero così grave quale la perdita del DC 9 Itavia nel mare di Ustica. Ma è così e nonostante i rigurgiti di un nazionalismo stentato di chi ha costruito il proprio partito su un burlesco anelito di secessione, essere italiani e dire al mondo che il proprio Stato ha nascosto tutti i segreti avvenuti il 27 giugno 1980 è avvilente come certe dichiarazioni senza basi e senza conoscenze che si vanno esternando da un tempo ormai diventato infinito.

Ne parliamo, ma senza nessuna volontà di approfondire come nostro uso perché molti e molti lo hanno fatto, fabbricandoci notorietà e successo personale senza mai però trovare il punto finale e lasciando alla fine troppi dubbi irrisolti diventati mercè di un’opinione pubblica impreparata e disorientata.

Non è per niente decoroso parlare così di una nazione che rappresenta una realtà industriale -ancora e non si sa per quanto- oltre che una fonte di cultura, del diritto e di tante altre cose che hanno fatto compiere passi importanti all’umanità.

Ma comportamenti deviati e senza alcuna ricerca di verità sono senza dubbio artefici di una credibilità che il popolo ha del tutto smarrito verso il proprio impianto direttivo, senza per questo negare quindi che da quella data si sono alternati governi di colori opposti ma che alla fine hanno chinato le proprie inutili terga a forze esterne che la storia ci ha fatto comprendere quanto fossero a conoscenza di dinamiche e probabilmente artefici di regie irrisolte.

Alle 20:59 di 38 anni fa persero la vita le 81 persone a bordo del bimotore dalle marche I TIGI partito da Bologna Borgo Panigale e diretto a Palermo Punta Raisi lungo l’aerovia Ambra 13.

L’incidente accadde nel mare prospiciente Ustica, in mezzo al Tirreno, quindi in acque internazionali. Là il mare è molto profondo e infatti i relitti finirono a una profondità di oltre 3.500 metri sotto il pelo dell’acqua.

Ora il velivolo, ricostruito per l’85% grazie a un’opera assai paziente ma piena di inutilità dei ripescaggi del 1987 e del 1991, è ospitato presso gli ex magazzini dell’ ATC del capoluogo emiliano. Città che ha attraversato poi il grave lutto della bomba collocata in una sala d’aspetto della sua stazione ferroviaria, il 2 agosto dello stesso anno in cui si perse il DC 9 Itavia. 85 morti. Una massa intricata di piste deviate e di messaggi distonici. Tragica concomitanza di date? Stessa incapacità di conoscere quanto accaduto? Lasciamo a chi ci legge trarre qualche conclusione.

Noi, per quanto riguarda l’incidente dell’Itavia, ci limitiamo a parlare di inconcludenza, sottolineando semplicemente che prove evidenti quali l’integrità di molti degli oblò dell’aereo possono lasciar supporre che l’abbattimento sia avvenuto dall’esterno ma ancora si dibatte sulla collocazione a poppa di un ordigno mai rinvenuto, lasciando comunque in piedi l’ipotesi che la scomparsa della traccia radar di Marsala e Licola sia dovuta a collisione con altri velivoli o da contatto con un missile terra aria. Tesi antitetiche che non fanno bene né alla credibilità della nostra Arma Azzurra,né ai tecnici che sono stati protagonisti delle indagini. Un altro motivo di non essere molto fieri delle nostre istituzioni!

La compagnia aerea apparteneva a Aldo Davanzali, un imprenditore marchigiano che aveva rilevato l’impresa da Giovanni Battista Caracciolo e che già era pesantemente indebitata prima dell’incidente; Itavia cessò le operazioni il 10 dicembre successivo cannibalizzata da Alitalia; altro scandalo italiano. Un vettore governato da incapaci che succhia i soldi dei contribuenti e che continua a non trovare una soluzione per uscire dalla melma dei suoi debiti.

Scriviamo queste frasi con una rabbia che trapela senza difficoltà dalle nostre parole: e la sentiamo affiorare tutte le volte che si inneggia all’italianità con toni di un patriottismo desueto che già in Europa ha causato fin troppi morti in un passato indegno.

Noi riteniamo che non tanto la perdita di questo aereo, quanto la vigliaccheria con cui si è trattata la comunicazione dell’inchiesta ha causato un danno di immagine assai profondo all’Italia. Peggio degli abbissi tirrenici in cui è finito il jet.

La realtà la vediamo tutti i giorni e non basterà certo una levata di scudi o la promessa di “spezzare le reni” a qualche partner commerciale e industriale che prima o poi ci farà pagare in termini di posti di lavoro le troppe esternazioni ingiustificate che vagano sulla rete in questi ultimi giorni.

E poiché le migliori menti sfornate dalle nostre università stanno lasciando l’Italia che è incapace di offrire carriere dignitose e professionalità adeguate, le speranze di un futuro migliore si infrangono su slogan e accaparramenti di posizioni senza costrutto. Non era questa l’Italia che sognavamo per i nostri figli!

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