mercoledì, Giugno 23

Essere giudici, da Torino a Strasburgo

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Libri. Perché sono importanti strumenti di conoscenza e di comunicazione. Perché sono fruibili oggi, ma anche in futuro, nelle biblioteche e nei repertori specializzati. Perché sono documenti destinati a restare per gli analisti e gli studiosi. Ne sono stati pubblicati di importanti, preziosi.
Il primo consiste in una corrispondenza, durata ben ventisei anni, tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo, non è un saggio; è un testo per cercare di capire come si possa conciliare la legittima richiesta di sicurezza sociale, con la detenzione a vita e il dettato costituzionale che prevede e dà alla pena un valore riabilitativo.

Il contesto: nel 1985 a Torino si celebra un maxi processo alla mafia catanese; dura quasi due anni. Tra i condannati all’ergastolo S., uno dei capi della cosca, con il quale il Presidente della Corte d’Assise stabilisce un rapporto di reciproco rispetto, quasi di fiducia. Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrive d’impulso, gli manda un libro. Ripensa, il giudice, a quei due anni; risente la voce di S.: «Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia». Non è pentimento per la condanna inflitta, né solidarietà, ma un gesto di umanità per non abbandonare un uomo che dovrà passare in carcere il resto della sua vita. La legge è stata applicata, ma questo non impedisce al giudice di interrogarsi sul senso della pena. Il ‘colloquio’ comincia così. Ventisei anni, trascorsi da S. tra la voglia di emanciparsi attraverso lo studio, i corsi, il lavoro in carcere alternati a momenti di sconforto: soprattutto quando le nuove norme rendono il carcere durissimo con il regime del 41 bis.

La corrispondenza continua, con cadenza regolare: “Caro Presidente”; “Caro S.”; il giudice viene eletto al Consiglio Superiore della Magistratura, diventa Senatore, va in pensione; e continua a interrogarsi sul problema del carcere e della pena. Anche S. è un’altra persona, speranza e disperazione si alternano, si arriva a un tentativo di suicidio; e sullo sfondo, la stessa domanda: come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena.
Il giudice si chiama Elvio Fassone, ‘Fine pena: ora’, il titolo del libro. Sellerio editore.

Un altro libro che merita di essere segnalato perché fa crescere la consapevolezza di una realtà amara è ‘No prison. Ovvero il fallimento del carcere’, di Livio Ferrari, pubblicato da Rubbettino; Voltaire diceva che per compulsare il grado di civiltà di un Paese bisogna visitare le sue prigioni. Voltaire oggi in Italia si metterebbe le mani nei capelli. La fotografia che emerge da questo libro è impietosa, non lascia scampo. Un fallimento su tutti i fronti, ovunque: sia sotto l’aspetto punitivo, che rieducativo, nonché quello della sicurezza. ‘No prisonci dice che occorre ripensare completamente le modalità di esecuzione delle condanne; l’impianto e le convenzioni che ruotano attorno al mondo della giustizia e della conseguente esecuzione sono tutte da resettare e ricostruire dalla radice.

Se Messenia piange, Sparta non ride. Ecco un caso giudiziario che ha dell’incredibile; e incredibile è poco. Shaker Aamer non è più il prigioniero239 di Guantánamo. Dopo un ‘lungo incubo’ di quasi 14 anni, durante i quali ha ripetutamente denunciato di aver subito maltrattamenti e di torture, è stato liberato ed è tornato nel Regno Unito: era l’ultimo britannico detenuto nel supercarcere speciale per sospetti ‘terroristi di Al Qaeda’ realizzato nella base militare Usa sull’isola di Cuba.

Aamer, 48 anni, di origine saudita è residente a Londra, col diritto di rimanere indefinitamente nel regno dove ha una moglie (cittadina britannica) e 4 figli. Catturato a fine 2001 in Afghanistan come sospetto militante di un gruppo di talebani in contatto con Osama bin Laden, Aamer era entrato a Guantánamo nel 2002. Da allora non è mai stato incriminato o sottoposto a processo dalle autorità Usa. Che ci faceva Aamer in Afghanistan? Ha sempre sostenuto di trovarsi in quel Paese con una associazione di volontariato, e denuncia di aver subito torture da parte di militari americani, di averle viste fare ad altri prigionieri, anche alla presenza di agenti britannici; probabilmente, ora che è libero di parlare, emergeranno altri ‘dettagli’ imbarazzanti per i governi di Washington e Londra. Ma potrebbe anche seguire l’esempio di altri prigionieri britannici tornati dallo stesso inferno: hanno siglato un accordo col Governo per tenere la bocca chiusa ricevendo in cambio indennizzi da milioni di sterline per le violenze subite in carcere. Attualmente sono 112 i detenuti di varie nazionalità che ancora rinchiusi nel supercarcere di Guantánamo, nonostante la promessa di chiuderlo fatta all’inizio del suo primo mandato dal Presidente americano Barack Obama.

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