martedì, Agosto 3

Essere giudici, da Torino a Strasburgo

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Sarà il napoletano Guido Raimondi, il prossimo Presidente della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Succede a Vladimiro Zagrebelsky, di cui è stato, dal 2012, vice Presidente. Incarico importante, di responsabilità: a Strasburgo finiscono tutti i ricorsi nei confronti di legislazioni e situazioni giudiziarie abnormi e che violano dignità e diritti dei cittadini. Di tutto, si può dire: dalla legge sui respingimenti dei migranti, a quelle sui diritti delle coppie di fatto e/o omosessuali, e via dicendo. Vicende delicate, riguardano persone in carne e ossa, con un Sì o con un No, se ne può facilmente stravolgere la vita.
Per esempio: la Corte di Strasburgo, recentemente, ha riconosciuto la fondatezza di un ricorso conosciuto come ‘Enrico Oliari contro lo Stato italiano’, dal nome del ricorrente; e si riconosce la fondatezza del ricorso e le carenze della legge italiana in materia di diritti civili.

I ricorsi più numerosi che riguardano l’Italia sono, ça va sans dire, quelli sulle eccessive lunghezze dei processi, e quelli sui limiti della cosiddetta legge Pinto, che ha istituito un sistema di correzioni e risarcimenti interni in Italia nei casi di processi troppo lunghi.

Cosa accade dopo una sentenza della Corte europea? Lasciamo la parola al giudice Raimondi: «L’articolo 46 della convenzione tra gli Stati membri prevede che il singolo Stato debba eseguire la sentenza. Si tratta di riconoscimenti pecuniari di risarcimenti, o di obblighi a riparare le violazioni riconosciute in base alle norme internazionali europee, o ancora l’invito a correggere le leggi esistenti nella materia esaminata nel procedimento. I singoli Governi devono sorvegliare l’esecuzione delle sentenze che li riguardano».

Come si vede non si tratta di bazzecole da prendere sottogamba. Perché il problema, nel problema, è poi costituito dall’efficienza dell’applicazione «che non sempre risponde alle previsioni delle norme».

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