sabato, Maggio 15

Essere donna in Africa

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Dakar – Mani scure decorate con degli henné neri che corrono fino alla punta delle falangi. Dita consumate, piegate dall’artrite, logore da anni di duro lavoro; ecco come appaiono le mani delle donne senegalesi che ogni giorno si accingo a svolgere duri lavori nelle zone rurali del Paese. Se le osservi bene sono solcate da lunghe rughe, da spessi calli, dalle cicatrici, sono forti e robuste, ma allo stesso sono affaticate e invecchiano precocemente è sono una mappa dettagliata della loro condizione di mani invisibile e sfruttate nella società africana.
In questo Paese le donne costituiscono la vera anima della società nonostante la maggior parte di loro viva in una condizione difficile, discriminata e subalterna soprattutto nella società rurale.
Esse vengono riconosciute a livello sociale solo dopo che si sono sposate e hanno dato alla luce il loro primo figlio, ma il loro ruolo nel nucleo familiare rimane lo stesso subalterno al marito e solo in seguito, con la menopausa, acquisiscono maggiore autorità all’interno della famiglia. Lemancipazione femminile, soprattutto quella economica, è molto difficile in quanto la donna è spesso destinata esclusivamente alla cura casa e della famiglia a causa di una carenza dei servizi statali a cui la donna deve sopperire. Il numero di esse che riescono ad accedere a tutti i livelli di istruzione ed in particolar modo all’università è molto ridotto in confronto ai coetanei maschi e questo limita la loro lotta per rivendicare i propri diritti. Questa situazione di dipendenza dal padre prima e dal marito poi si riversa anche all’interno dei rapporti tra sessi, dove frequentemente si verificano violenze e in caso di denuncia le vittime rischiano l’esclusione dalla comunità oltre ai danni fisici ed al trauma psicologico.
Nel 2000 la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite ha posto degli importanti obiettivi di sviluppo che impegnano la comunità internazionale al raggiungimento di alcuni traguardi: lo sviluppo e la riduzione della povertà entro il 2015, un implemento della scolarità e uneguaglianza dei diritti tra sessi. Questi traguardi in realtà non sono stati raggiunti ma il Senegal sta lavorando molto per poterli raggiungere presto.
Un obiettivo fondamentale su cui il Paese sta investendo molto è quello che si prefigge di promuovere luguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, un prerequisito essenziale per la realizzazione della giustizia sociale molto importante per un Paese di base socialista la cui massima figura è stata Léopold Sédar Senghor padre fondatore della nazione e del concetto di negritudine.
Parlare della condizione della donna in Africa non è facile e l’argomento si fa ancor più complesso quando le realtà da considerare e da trattare sono tanto frammentate e diversificate. La sua condizione e il suo lavoro sono due cose che rappresentano in pieno la donna africana e non possono essere prese in considerazione separatamente. In Occidente il lavoro significa spesso emancipazione, realizzazione personale, autonomia e rivendicazione dei propri diritti, nei Paesi africani la questione diventa vitale, parlare di lavoro porta il discorso sulla vita stessa delle donne, il loro valore e la loro sopravvivenza.
Le loro mani invisibili, da sempre e silenziosamente costruiscono l’Africa, ne strutturano le fondamenta della società, sono forze doppiamente produttive perché come donna madre-nutrice e come donna produttrice il loro ruolo è, ovunque, insostituibile. Sono responsabili della casa e della famiglia, dell’educazione dei figli. Secondo degli studi della FAO tra il 60% e l80% della produzione di cibo nel Sud del mondo è prodotto dalle donne, le donne rappresentano il 70% della forza lavoro nei campi in molti Paesi e il loro ruolo è sempre subalterno all’uomo e si devono occupare dei lavori non specializzati. Sono responsabili dell’approvvigionamento del 90% della fornitura d’acqua domestica e tra il 60% e l’80% della produzione di cibo consumato e venduto dalle famiglie. Sono coinvolte nell’80% delle attività di immagazzinamento del cibo e trasporto e nel 90% del lavoro richiesto nella preparazione della terra prima della semina. Questi numeri dimostrano come il loro ruolo sia cruciale e fondamentale nella produzione agricola di piccola e media scala, nella sussistenza familiare e nelleconomia generale dei loro paesi. L’Africa sub-sahariana è una delle regioni al mondo in cui le donne lavorano di più e a tale forza economica non corrisponde, se non in minima parte, un potere sociale e politico. Le ore di lavoro di una donna senegalese che vive nelle zone agricole possono arrivare a diciotto. La sua giornata lavorativa inizia all’alba e non termina finché ogni membro della famiglia non è stato nutrito e curato. Per quanto concerne il lavoro nei campi, ad esempio la risicultura in Africa occidentale è una delle attività che talvolta vede impegnate solo le donne, mentre nelle terre Peul è loro affidato l’allevamento; in generale le donne rappresentano l’80% della forza lavoro.
Negli ultimi anni lo spirito di intraprendenza che contraddistingue le donne africane ha prodotto diverse soluzioni per contrastare l’inefficienza dei poteri pubblici e l’astrattezza delle politiche di sostegno. La solidarietà e laggregazione di gruppo sono due dinamiche fondamentali che hanno favorito la nascita e lo sviluppo di molti progetti che gli hanno permesso di uscire dal loro ruolo marginale. Queste dinamiche nascono dalla struttura poligamica dei nuclei familiari dove le diverse mogli trovano tra di loro sostegno e aiuto nelle innumerevoli mansioni familiari e così hanno riportato queste dinamiche all’interno della più estesa società dove hanno cercato il modo di sostenersi anche economicamente. Nascono così, nei decenni passati le mutue o tondine: associazioni i cui i partecipanti pagano una quota e alimentano una cassa comune di cui ciclicamente dispongono per portare a termine i loro progetti. Il concetto di base è che il denaro motiva le persone a riunirsi, ma l’obiettivo finale non è quello. Peraltro la quota può essere molto esigua ed essere versata in natura a seconda dei casi. Si forma così una società reale ma al di fuori del contesto dell’economia e al di fuori dello Stato, che funziona con le sue proprie regole dove tutti sono allo stesso livello e con dei sistemi di regolazione dei conflitti e dei litigi.
L’affluenza sempre maggiore delle giovani donne africane ai corsi di formazione che riguardano i meccanismi bancari e le strutture di finanziamento non è un caso ma nasce e si evolve grazie a questi gruppi e spesso l’istruzione viene vista come una delle esigenze più fortemente sentite anche se ancora difficile da soddisfare.
Negli ultimi decenni sono nate le donne dello sviluppo, ovvero coloro che consacrano il proprio tempo e le proprie risorse al miglioramento delle condizioni di vita di una comunità. Sviluppano dei progetti per il bene della comunità locale e propongono soluzioni a problemi collettivi e spesso forniscono beni e servizi pubblici al posto dello Stato. Sono un collegamento tra le istituzioni e la popolazione, un punto di riferimento per i concittadini. È necessaria una maggiore sensibilizzazione e capacità d’intervento da parte dell’intera comunità mondiale per aiutare l’Africa femminile nel suo cammino verso un’emancipazione innanzitutto umana ed intellettuale.
L’emancipazione di queste donne è un percorso ancora molto in salita: le barriere erette dalla tradizione stanno iniziando a cedere ma pesano e peseranno a lungo sulla mentalità africana e tanto può essere ancora fatto per quella che da sempre è l’invisibile spina dorsale del continente. La partecipazione istituzionale delle donne nella politica dei rispettivi Paesi è in crescita. La rivista Forbes ha stilato una lista delle venti giovani donne più potenti dell’Africa. Sono proprio le nuove generazioni di donne infatti a svolgere un ruolo chiave nello sviluppo economico e tecnologico del continente. Il 2012 per loro è stato un anno particolarmente significativo in questo senso. La Commissione dellUnione Africana ha eletto come Presidente, Nkosazana Dlamini-Zuma, medico e Ministro degli Interni in Sudafrica, prima donna a capo dellorganizzazione. Sempre nello stesso anno il Malawi ha accolto il secondo Capo di Stato donna del continente, Joyce Banda. Oltre alla politica le donne africane stanno ottenendo anche risultati nell’imprenditoria sociale, nei diritti umani. Rainatou Sow è un’attivista per i diritti delle donne e fondatrice della non profit Make Every Woman Count, che ogni anno pubblica un rapporto sulla condizione delle donne in ogni Paese africano Spicca anche un premio Nobel per la Pace: Leymah Gbowee premiata nel 2011, per la sua battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace.
Un grande storico africano, Joseph Ki-Zerbo, in una sua opera, ‘Storia dell’Africa nera’, si chiedeva «A quando l’Africa?». Ora nel terzo millennio a questa domanda si affianca un altro quesito: «A quando l’Africa della donna?» . E attraverso un’attenta riflessione possiamo sostenere che l’Africa di oggi comincia già ad essere l’Africa di alcune donne che faranno l’Africa delle donne, tant’è che l’Unione Africana ha battezzato il decennio 2010-2020 come quello della «rivincita delle donne africane».

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