giovedì, Dicembre 2

Espulsioni per terrorismo: tra necessità e abuso Con il penalista Luca Masera facciamo luce su uno strumento utile ma controverso

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Le cronache parlano di provvedimenti di espulsione che colpiscono soggetti altamente pericolosi, considerati in procinto di compiere atti terroristici, ma anche uomini la cui accusa di affiliazione allo jihadismo da parte dell’autorità di polizia, appare quantomeno affrettata e basata su considerazioni generiche. Una forbice di comportamenti sanzionati molto ampia, dentro la quale potrebbero cadere casi di abuso di questo strumento.
C’è sicuramente un problema dal punto di vista delle garanzie, in quanto la procedura che porta alle espulsioni è lasciata in gran parte alla discrezionalità ampissima dell’autorità di polizia; una discrezionalità che sostanzialmente”, secondo Masera, “non viene neanche controllata dall’autorità giudiziaria del Tar”. L’autorità amministrativa del Tar ha infatti sempre riconosciuto che trattandosi di questioni attinenti alla sicurezza l’ordine pubblico non c’è neanche un grosso obbligo di motivazione: “se leggiamo i provvedimenti di espulsione, mentre una sentenza penale per condannare un soggetto per terrorismo deve motivare nel dettaglio quali sono gli elementi fondanti della sentenza, questi praticamente non sono motivati, se non in poche righe”.

La giustificazione di questo modus operandi viene spesso attributo alle necessità di non rivelare le fonti di informazione sul soggetto, ma in questo modo si è data all’autorità di polizia una discrezionalità quasi senza controllo. “E questo dovrebbe fare paura in un paese democratico”, continua Masera, “come il fatto che uno straniero, anche regolare che vive in Italia da anni, magari sposato/a con un italiano/a e con famiglia qui, si ritrovi ad essere espulso, con il a rischio di subire trattamenti inumani e degradanti”; perché va anche ricordata la sorte che può attendere una persona con la patente di sospetto terrorista, una volta rispedita nel suo paese d’origine. E questo magari sulla base di considerazioni generiche e dalle quali risulta difficile difendersi.

L’uso mediatico di questo strumento è palese
, con la volontà di accrescere un senso di sicurezza nella popolazione, così come quello di fiducia nell’operato del Governo, sulla base di
un’equazione che forse tende a dare più importanza alla quantità delle espulsioni piuttosto che alla qualità delle stesse. Intendendosi per qualità il rispetto di quelle garanzie democratiche, ed in particolare processuali, con la quale va con la quale l’efficacia di una misura, per quanto importante, va sempre coniugata. Uno strumento quindi tutt’altro che irragionevole, a patto che “sia lasciato uno spazio di controllo preventivo all’autorità giudiziaria amministrativa”.

Un’altra questione può però sorgere: è veramente la scelta migliore lasciare a piede libero, seppur non più sul proprio territorio, un soggetto altamente radicalizzato? Non si corre il rischio di un effetto “ritorno di fiamma” con un potenziale terrorista che può proseguire le proprie attività criminose dall’estero, anche (se non specialmente) contro il nostro Paese? “Una delle idee alla base delle espulsioni”, spiega Masera, “sarebbe quella di una collaborazione da parte del paese in cui l’espulso viene rispedito”; facile intuire come questo costituisca spesso una semplice speranza, a seconda del paese in questione.

Ma aldilà di questo è vero che l’espulsione “può essere uno strumento efficace mediaticamente, che però sposta per un po’ i problemi prima di vederli tornare ingigantiti”; il problema – semmai – “è capire quali possono essere le alternative, con le più probabili riconducibili allo schema delle misure di sorveglianza, che però comportano costi elevati da tenere in considerazione”.

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