sabato, Ottobre 23

Espulsioni dal M5S e il confronto con i comunisti

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Da quando nel 2013 il M5S (Movimento 5 Stelle) di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è arrivato in Parlamento, non sono mancati i problemi al loro interno. Soprattutto è emersa con forza la loro difficoltà a gestire un normale dissenso interno, regolato spesso con espulsioni, sanzioni o quant’altro. Misure giustificate dal timore di essere contaminati da una politica che negli ultimi anni è riuscita a mostrare il peggio di sé, ma che certamente non possono essere nel 2015 il modo per gestire democraticamente un Partito o movimento che dir si voglia. Qualcuno ha fatto il confronto con la durezza della sinistra, comunista soprattutto, di una volta, che appunto procedeva con espulsioni e radiazioni di fronte ad un pensiero non conforme con la linea dominante. Abbiamo chiesto a Giovanni De Luna, scrittore e docente di storia contemporanea all’Università di Torino se questo confronto è lecito.

 

Professore, che differenza c’è tra le modalità che il M5S usa nei confronti di chi dissente dalla linea del movimento e quelle utilizzate soprattutto dai comunisti contro chi non condivideva la linea del Partito?
Io leggerei questa cosa in termini di netta discontinuità. Non c’è insomma nessun paragone possibile. Quella dimensione che troviamo nel grande romanzo ‘L’uscita di sicurezza’ di Ignazio Silone, dove è raccontato come cosa voleva dire essere espulsi dal Partito Comunista, voleva dire che l’adesione ad un Partito comportava una dimensione totalizzante, totalitaria.

 

Che cosa succedeva quando ci si iscriveva ad un Partito come quello comunista di allora?
Si entrava in un universo che aveva le sue regole, la sua disciplina, un suo progetto per il futuro, un suo progetto di società.

 

E dunque che cosa rappresentava una rottura?
Era una vera e propria lacerazione. Una rottura con il Partito ti segnava il corso della vita. Di colpo intorno a te non c’erano più le amicizie che c’erano state, non c’erano più gli affetti di una volta. Quindi era un dramma politico ed esistenziale. Anche nel 1956, quando in occasione dei fatti di Ungheria ci furono uscite di gruppo dal Pci (Partito comunista italiano) e dunque non da soli, si verificarono lacerazioni che le persone si sono portate dietro per tutta la vita. Questo perché si trattava di grandi affidamenti alla politica e di una politica che a sua volta segnava fino in fondo i percorsi individuali.

 

Oggi quella politica non c’è più…
Certamente non c’è più niente di così grandioso e se vogliamo di così terribile. Non c’è più niente di così forte. E quindi tutta questa dimensione delle entrate e delle uscite dall’universo grillino è spogliata da ogni tipo di drammaticità. Non ha niente dei connotati che aveva nel passato. E mentre la dimensione totalizzante della politica comunista del ‘900 rinvia appunto a quello che erano le forme di rappresentanza della politica di allora, dunque partiti di massa, politica di massa, partecipazione politica di massa ora non c’è più nulla di tutto questo.

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