venerdì, Settembre 24

Esperimenti economici nel Delta del Fiume delle Perle Una nuova zona di libero scambio per promuovere la cooperazione tra Macao, Hong Kong e la Mainland

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Oltre 1000 chilometri quadrati per «attraversare il fiume tastando le pietre». Dopo sei mesi di studi sulla fattibilità del progetto, in Cina una nuova zona di libero scambio potrebbe presto vedere la luce nel Delta del Fiume delle Perle, la culla del manifatturiero cinese. Si tratterebbe di una zona sperimentale comprendente le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao con le tre zone pilota della provincia meridionale del Guangdong Qianhai (nella città di Shenzhen) l’isola di Hengqin (a Zhuhai), e Nansha (distretto di Canton). Qui «investitori e residenti avranno vita facile come nell’ex colonia britannica», promette Zhu Xiaodan, Governatore del Guangdong, il quale alcuni giorni fa ha annunciato di aver riscontrato ‘feedback positivi’ da parte di Pechino. Senza rilasciare informazioni dettagliate si è poi limitato ad auspicare la realizzazione del progetto in tempi brevi: «Spero non dovremo aspettare fino alla fine dell’anno».

L’idea era stata lanciata nel 2012 dal neosegretario del Partito del Guangdong, Hu Chunhua, a sole due settimane dall’approvazione da parte del Consiglio di Stato della Free Trade Zone di Shanghai. Primo membro del Politburo a proporre ufficialmente l’integrazione tra la provincia meridionale cinese e le due regioni amministrative speciali, forte dei precedenti autorevoli. Prima di lui il Vicepremier Wang Yang, suo predecessore alla guida del Partito del Guangdong, aveva caldeggiato una maggiore interconnessione tra le varie economie concentrate nel Delta del Fiume delle Perle, avvertendo: «Sulla scia del rapido sviluppo delle altre aree della mainland, la regione rischia di venire surclassata se non riesce ad andare avanti». Il progetto ha poi ricevuto un’ulteriore spinta quando durante il Terzo Plenum del Partito dello scorso novembre la dirigenza ha rimarcato l’esigenza di riformare il sistema finanziario e riconoscere al mercato un «ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse». A sei mesi dal taglio del nastro della FTZ di Shanghai, anche Tianjin, Qingdao e Xiamen si candidavano a zone pilota.

L’inclusione nella nuova FTZ di Macao e Hong Kong, principale piazza finanziaria d’Asia, potrebbe aiutare la Cina continentale a capitalizzare l’esperienza acquisita dalle due regioni amministrative speciali -entrambe parte della Repubblica popolare ma con una propria autonomia economica- nella realizzazione di un sistema di libero mercato. Stando all’Index of Economic Freedom pubblicato congiuntamente dall’Heritage Foundation e dal ‘Wall Street Journal’, il Porto Profumato si è attestato per 19 anni consecutivi l’economia più libera del pianeta. Per avere un metro di paragone, nel 2013 Macao era al 26esimo posto, mentre la Cina si piazzava soltanto in 136esima posizione.

Come la zona di libero scambio di Shanghai, che ha un estensione ben minore (soli 29 chilometri quadrati), il nuovo esperimento servirà a «testare nuovi approcci normativi, programmi di politica economica o di politica pubblica, e a facilitare le transazioni commerciali», scrive il ‘South China Morning Post’. Ma non sarà un mero doppione. Mentre la FTZ di Shanghai ha un respiro fortemente internazionale, l’area di libero scambio del Guangdong sarà focalizzata soltanto sul Delta del Fiume delle Perle con lo scopo di trasformare e spostare il baricentro dell’economia regionale, fino ad oggi dipendete dal manifatturiero a basso costo, verso l’industria high-end. Sopratutto, secondo il Governo locale, la provincia necessita urgentemente di sviluppare il settore dell’hi-tech, dopo decenni di produzione ‘low cost‘ (dove ‘low cost‘ fa rima con ‘low quality‘).

Nel fare luce sulle potenzialità (tutt’oggi vaghe) della nuova zona di libero scambio, lo scorso dicembre il ‘Global Times’ sottolineava non soltanto «la possibile maggiore ampiezza, ma anche la portata più innovativa delle riforme finanziarie (nel Delta del Fiume delle Perle) e una maggiore apertura agli investimenti esteri». I vantaggi andrebbero dalla concessione alle compagnie cinesi ritenute idonee di emettere a Hong Kong obbligazioni societarie denominate in yuan, all’abbattimento degli ostacoli sul ritorno degli investimenti offshore in yuan da Hong Kong alla mainland. La nuova FTZ avrebbe poi lo scopo di «decentralizzare i poteri del Governo, tagliare sull’amministrazione delle operazioni doganali e semplificare la registrazione delle imprese»; oltre a costituire l’ennesimo laboratorio per la piena convertibilità della valuta cinese. Allo stesso tempo la sinergia tra il Guangdong, fucina del manifatturiero, e l’ex colonia britannica, hub finanziario e dell’industria dei servizi, servirebbe a compensare punti di forza e debolezze dei due poli.

La collocazione geografica non è casuale, giacché i trascorsi storici rendono la provincia del Sud una sede particolarmente adatta per gli esperimenti economici. Fu proprio dal Guangdong, precisamente da Shenzhen, che nel 1980 la Cina aprì le porte al capitalismo. Ed è stato con un viaggio nel Guangdong che Deng Xiaoping -emulato dal Presidente Xi Jinping a pochi giorni dalla nomina a Segretario generale del Partito- diede nuovo vigore alla riforme dopo i fatti di piazza Tian’anmen. I dati ufficiali dimostrano che nel 2013 il Pil del Guangdong ha superato i 6230 miliardi di yuan (un +8,5 su base annua) diventando la prima provincia cinese a scavalcare la soglia dei 6000 miliardi. Nel 2012 l’export regionale si aggirava sui 574 miliardi di dollari, con Hong Kong riconfermata prima destinazione delle esportazioni della regione, contando per il 38,8% del totale.

La zona di libero scambio del Delta del Fiume delle Perle non farebbe altro ribadire una direzione già intrapresa da tempo e riaffermata nel 2010 con l’approvazione della FTZ di Qianhai, un’area di 15 chilometri quadrati nella città di Shenzhen e a soltanto un’ora di macchina da Hong Kong. Anche qui lo scopo conclamato è quello di fornire agli investitori d’oltremare un accesso agevolato al mercato interno cinese, ma dopo l’inaugurazione della Free Trade Zone di Shanghai gli economisti hanno avanzato diversi dubbi sul suo futuro. La prossimità di Qianhai a Hong Kong, la maggiore piazza offshore del renminbi (yuan) al mondo, potrebbe non bastare a raggiungere gli obiettivi fissati dalla leadership cinese: 650mila abitanti entro il 2020, un prodotto interno lordo di 25 miliardi di dollari e investimenti per 400 miliardi di yuan. Lo sviluppo a rilento del distretto sembra aver indispettito anche l’ex colonia britannica. «E’ necessaria una maggiore integrazione tra Hong Kong e il Guangdong» scandiva alcuni giorni fa James Sung Lap-kung, politologo della City University of Hong Kong, in seguito alla richiesta formale di Macao di ampliare la propria presenza sull’isola di Hengqin, una delle aree che dovrebbero rientrare nella FTZ del Delta del Fiume delle Perle. Nel 2009, l’allora Vicepresidente Xi Jinping aveva salutato la zona sperimentale insulare definendola ‘un’area dimostrativa’ per la cooperazione tra il Guangdong, Hong Kong e Macao. Lo stesso anno l’ex colonia portoghese sborsava 1,2 miliardi di HKD per affittare per 50 anni un chilometro quadrato da destinare all’estensione dell’Università di Macao, portando la sua presenza sull’isola a complessivi 5 chilometri quadrati. Ora, però, lo spazio sembra non bastare più.

Nonostante la collaborazione tra la madrepatria e le due regioni amministrative speciali abbia ricevuto ampio appoggio, la sua realizzazione appare cosa non semplice. Innanzitutto,  rimarrebbe da colmare il gap che intercorre tra il sistema legale e finanziario del Guangdong e quello di Hong Kong e Macao, l”unicità’ dei quali potrebbe rappresentare un problema più che un vantaggio. Per di più, trattandosi di un progetto transfrontaliero, la nuova FTZ risulterebbe molto più difficile da gestire rispetto a quella di Shanghai – commenta Louise Lou sul ‘Global Times’-, sopratutto date le dimensioni (1000 chilometri quadrati!). D’altra parte, superato l’entusiasmo iniziale, la stessa area sperimentale della capitale economica cinese ha suscitato qualche alzata di sopracciglio per via dell’opacità dei regolamenti e delle molte restrizioni spuntate negli ultimi mesi. 

Pechino sarà disposto ad imbarcarsi in nuove difficoltà proprio a ridosso dalla nascita del polo di Shanghai, per la realizzazione del quale -si dice- il Premier Li Keqiang abbia incontrato forti opposizioni all’interno del Partito? Sarà disposto a rischiare, considerata l’esistenza di un molto simile Closer Economic Partnership Arrangement tra mainland e Hong Kong, introdotto nel 2003 per agevolare l’accesso del business hongkonghese nel continente? Come fa notare la redattrice del ‘Diplomat’ Shannon Tiezzi, le sorti delle aree di libero scambio di Shanghai e del Guangdong ci diranno molto sulle reali intenzioni riformiste dei leader cinesi; più di quanto non abbia fatto il lungo communiqué rilasciato dal Partito al termine della terza riunione plenaria.

 

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