venerdì, Maggio 7

Esistono le imprese nazionali? L' accorpamento tra aziende è un passaggio necessari perché ne va dell’espansione dell’impresa al di fuori del proprio mercato nazionale con i prodotti realizzati

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Chi scrive lo ammette da solo: parlare di assetti industriali ai lettori de L’Indro, che siano sotto gli ombrelloni di mari e laghi, in montagna o in città, resi ardenti in qualunque caso da questa estate torrida può non essere gratificante. E pertanto ce ne scusiamo ma l’argomento è forte e tante conseguenze ce le troveremo alla riapertura delle fabbriche, tra una manciata di giorni.

Negli scorsi decenni abbiamo assistito alla nascita di grandi industrie, prevalentemente a matrice nazionale, cresciute grazie all’intraprendenza di qualche geniale imprenditore e con il sostegno dei governi locali. Perché si sa, le aziende sono portatrici di lavoro e di benessere e alla politica risolvono diverse compagnini di buon governo, dalla generazione di ricchezza all’occupazione e la distribuzione del reddito. Naturalmente c’è la piena consapevolezza di semplificare argomentazioni complesse che alla fine fanno parte di un sistema che potrebbe rientrare nella compagine delle politiche industriali di molti Paesi.

Ora, dopo una lunga fase iniziale, la trasformazione dovuta all’allargamento dei mercati ha imposto la determinazione di nuove regole e di strategie più spinte imposte per la sopravvivenza.

Talune riservatezze o esclusività progettuali o produttive negli scorsi decenni hanno tenuto molto più di quanto non stia accadendo con le tecnologie informatiche di cui disponiamo attualmente. È una realtà indiscutibile, le cui conseguenze vanno contornate piuttosto che ostacolate. E così si è passati dalla competizione di prodotti innovativi a quella di nuove architetture di impresa per reggere gli impatti mercantili, attraverso processi di fusione e accorpamento tra aziende, che rappresentano una sfida difficile per tutti: le piccole imprese rischiano di essere soffocate e le grandi marche possono uscire facilmente di scena da scenari dominati per secoli. L’accorpamento tra aziende, si sa è un processo in costante crescita e sta sempre più interessando le aziende sia italiane che estere con risvolti non sempre devastanti, ma spesso o addirittura sempre importanti. Il processo -la letteratura industriale ne è piena- viene attivato prevalentemente da strategie di espansione tramite acquisizione da parte di aziende medio grandi, spesso straniere. Nella maggior parte dei casi si impongono scelte razionali che tendono a eliminare le ridondanze e quindi numerosi posti di lavoro, ma che possono portare la partecipazione a diverse piazze commerciali e quindi alla fase espansiva dei propri affari. In taluni casi si arriva anche all’eliminazione, assieme alle maestranze, anche di quella classe di management che ha mostrato incapacità nella gestione di impresa, considerando propria l’azienda per i guadagni e altrui per le perdite. Ma questo è un aspetto fisiologico presente in ogni settore e sarebbe facile considerarlo un fatto solo nostrano. Certo è però che il clientelismo generato negli scorsi anni da una partitocrazia inefficace ha fornito agli acquirenti esteri taluni pacchetti azionari a prezzi stracciati, depauperando il Paese di tesori irrinunciabili: esempi ne sono l’uscita repentina dal chimico per l’Italia e poi dall’elettronico per non parlare di quanto sta accadendo nella siderurgia e della meccanica specializzata per comparti strategici.

In linea generale, escludendo l’aspetto relativo alla cultura e agli stili di management, vi sono degli aspetti di un asse traversale a tutte le aree e funzioni aziendali, che riguardano le politiche di marketing e il processo commerciale. Nei processi di fusione spesso vi verificano aumenti consistenti della conflittualità all’interno delle aree con uno stato di malessere e criticità generate da mancanza di ascolto per rilevare le problematiche emergenti ma anche lo svuotamento dei ruoli e la mancanza di un sistema oggettivo di pianificazione. Per non parlare poi di quanto accade nelle funzioni tecniche con la riorganizzazione delle competenze dell’area e il disorientamento, la perdita di identità professionale e la percezione di impoverimento professionale delle società più piccole. Il riassetto, quando avviene, implica dei tempi lunghi di adeguamento dovuti alle inerzie e resistenze connaturate ai processi di cambiamento. Peggio ancora avviene quando si verifica un vero e proprio rifiuto dei nuovi sistemi che si può tradurre in una veloce mortalità dell’impresa. E il conseguente licenziamento degli addetti.

Chi scrive ha semplicemente cercato di dare una visualizzazione piuttosto sconosciuta al pubblico, rappresentata da un termine generalmente definito di “armonizzazione” che spesso è totalmente scorporato dalla sua etimologia. Tuttavia si tratta di passaggi necessari perché ne va dell’espansione dell’impresa al di fuori del proprio mercato nazionale con i prodotti realizzati nel paese d’origine che vengono esportati e commercializzati all’estero o con investimenti diretti esteri, eventualmente in joint-venture con operatori locali per salvaguardare gli investimenti del territorio. Vi sono anche accordi, licenze, contratti di assistenza tecnica e commerciale che consentono di vendere o affittare la tecnologia ad operatori locali di paesi esteri. Si tratta indubbiamente di operazioni che implicano trasformazioni e criticità ma che devono far comprendere quanto sia forte il legame internazionale e talune spinte di neo autarchia, oltre che ormai impensabili sul piano giuridico, rappresentano una grave criticità anche solo a prospettarla a un pubblico non addentro a talune introspezioni. Quanto vediamo, in un futuro non troppo lontano è la restaurazione di una classe politica di qualità che sappia anteporre con coscienza l’interesse della nazione rispetto a singoli segmenti di potere, restituendo alle imprese la competenza e la qualità dei suoi addetti e ancor più, dei suoi dirigenti.

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