sabato, Maggio 8

Esistono false rivoluzioni? field_506ffbaa4a8d4

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Brinton definisce la rivoluzione come un cambiamento improvviso e violento della classe dirigente con un’altra classe che fino ad allora non aveva avuto voce in capitolo nella gestione dello Stato e del potere, questo attraverso un intervento violento, un sovvertimento o un’insurrezione armata. Brenton si chiede se la definizione di rivoluzione si possa applicare a un cambiamento senza ricorso alla violenza.

Il ricercatore Arthur Bauer ha definito le rivoluzioni all’inizio del XX secolo come tentativi riusciti o falliti che miravano a produrre cambiamenti nella struttura della società attraverso l’uso della forza e della violenza.

La definizione del termine ‘rivoluzioneadottata dalla sociologia è quella di cambiamento radicale e profondo nella società e nella sua struttura sociale, specialmente se improvviso e accompagnato dalla violenza.

Quanto alla definizione politica, ‘rivoluzionesignifica cambiamento del regime politico al potere e dei suoi simboli. Se uniamo le definizioni, otteniamo una definizione comprensiva secondo la quale ‘la rivoluzione è un cambiamento radicale e non pacifico del regime politico e dei suoi simboli, della struttura politica, sociale, economica e culturale, un cambiamento di solito improvviso e accompagnato dal ricorso alla volenza’.

Ricercatori e intellettuali occidentali hanno pubblicato studi importanti sulla rivoluzione, che sono per la maggior parte studi sulle famose rivoluzioni mondiali che tendono a comprenderne le spinte e i motivi e a sintetizzare le fazioni che vi hanno partecipato.

Allora quali sono alcuni degli elementi comuni della rivoluzione che ci permettono di comprenderne i motivi e le spinte? E perché si verificano le rivoluzioni, nonostante talvolta ci sia divergenza di cause e moventi?

Il concetto moderno di rivoluzione, secondo la filosofa Hannah Arendt, «è legato in maniera inestricabile alla nozione che il corso della storia comincia di nuovo improvvisamente, che una storia completamente nuova, una storia mai conosciuta o raccontata prima, sta per manifestarsi».
Questo concetto non era noto prima dello scoppio delle rivoluzioni francese e americana alla fine del XVIII secolo. Il nodo di questo nuova storia è la comparsa della libertà, come ha affermato uno dei teorici della rivoluzione francese, Nicolas de Condorcet, dicendo che «la parola rivoluzione non è applicabile se non alle rivoluzioni il cui obiettivo è la libertà».

La Arendt rifiuta la possibilità di equiparare la rivoluzione (secondo la definizione di Platone) a una trasformazione quasi naturale di una forma di governo in un’altra. Secondo la filosofa, la rivoluzione non è un semplice cambiamento, ma è un nuovo inizio della storia, sconosciuto prima delle due rivoluzioni americana e francese. Le epoche passate hanno conosciuto il cambiamento politico e la violenza che gli si accompagna, ma non ritenevano che fosse proprio di questo cambiamento e della violenza portare a qualcosa di completamente nuovo.

La Arendt ritiene che l’elemento moderno, caratteristico e nuovo delle rivoluzioni americana e francese sia la comparsa della libertà. E distingue tra la libertà e liberazione, che non sono la stessa cosa. La liberazione può essere la condizione della libertà, ma non conduce automaticamente a essa. E la libertà cui si tende è la libertà politica. Libertà non significa soltanto liberazione dalla repressione, capacità di movimento, associazione e rivendicazione dei diritti, liberazione dal bisogno e dalla paura. Tutte queste libertà sono prodotti della liberazione, ma non sono il contenuto reale della libertà, che è partecipazione alla vita pubblica e ingresso nella sfera pubblica. Se la rivoluzione avesse avuto come unico obiettivo la garanzia dei diritti civili, non avrebbe mirato alla libertà, ma alla liberazione dai governi che hanno oltrepassato i loro poteri e hanno violato diritti preesistenti e consolidati. Alcuni pensatori non sono d’accordo con la Arendt sul circoscrivere la rivoluzione a un cambiamento che conduce soltanto all’acquisizione della libertà, poiché le rivoluzioni possono portare anche al consolidamento dell’oppressione, al dominio dell’arretratezza, alla repressione, alla corruzione e al regresso.

L’etichetta ‘rivoluzionenon dà legittimità politica a qualunque movimento o cambiamento violento, né significa ammissibilità di quanto fatto dai rivoluzionari, legittimità della loro ribellione o della loro insurrezione. Inoltre, non è necessario che la rivoluzione sia completamente popolare per essere definita tale: al contrario, la maggior parte delle rivoluzioni è stata cominciata da un numero limitato di persone, rivoluzionari o ribelli, a cui in seguito si sono aggiunti altri gruppi di persone come partecipanti o sostenitori. Lo scoppio di una rivoluzione, come il suo successo, non implica che il potere rovesciato non avesse sostenitori o non godesse di una certa popolarità o una qualche legittimità. Per esempio, la rivoluzione cubana è stata portata avanti soltanto da circa 300 combattenti guidati da Fidel Castro, che entrarono nella capitale l’Avana l’8 gennaio 1959 e rovesciarono la dittatura militare di Fulgencio Batista sostenuta dagli Stati Uniti d’America. Analogamente, la rivoluzione islamica iraniana godeva di enorme popolarità, ma anche  Mohammad Reza Pahlavi aveva sostenitori e li ha tuttora.

Tornando alla domanda fondamentale: ci sono rivoluzioni vere e altre false?, la risposta è: affatto. Ci sono rivoluzioni che falliscono, rivoluzioni demagogiche, rivoluzioni reazionarie e altre che hanno portato alla tirannia, alla corruzione, all’arretratezza e al regresso. E come definiamo le rivolte sciite contro gli Omayyadi, a cominciare dal movimento dell’imam al-Husayn e dal suo martirio a Karbala insieme alla sua famiglia e ai suoi compagni, nonostante il suo fallimento militare? È stata una rivoluzione la cui eco è ancora viva nella storia e nel presente, nonostante siano passati circa 1400 anni.

Sulla base di questo, dissentiamo con molti politici e commentatori che accusano le rivoluzioni della ‘primavera araba’ di non essere rivoluzioni semplicemente per la loro opposizione ad esse, o la loro divergenza religiosa, ideologica o politica con tali movimenti. Le rivolte cominciate in Tunisia, Egitto, Bahrain, Libia, Yemen, Siria e nell’Iraq occidentale sono rivoluzioni in quanto hanno instaurato un cambiamento totale o parziale, nonostante le loro deviazioni successive e nonostante alcune si siano servite dell’intervento straniero per la vittoria sul regime, come alcuni regimi si sono serviti dell’intervento straniero per domare le rivoluzioni.

Purtroppo queste, sebbene siano rivoluzioni, nella maggior parte dei casi non sono arrivate a un cambiamento completo verso la libertà, la democrazia e i diritti civili e politici: in Iraq hanno portato al potere dell’ISIS, e alla fondazione del dominio del Califfato, mentre la Siria si è divisa in emirati islamisti, salafiti e jihadisti tra l’ISIS, il Fronte al-Nusra, il Fronte Islamico, il movimento Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam, ecc., al punto che sono sembrate rivoluzioni salafite sunnite dall’orientamento takfirista radicale.

La rivoluzione francese non ha portato al dominio dei giacobini radicali, poi al colpo di stato di Napoleone Bonaparte e alla sua trasformazione della repubblica in un impero che ha invaso gli stati circostanti e ne ha colonizzati altri, specialmente nel terzo mondo? Le autorità rivoluzionarie cubane non hanno eliminato migliaia di oppositori, arrestato e represso decine di migliaia di loro, monopolizzato il potere e le ricchezze, il che ha portato alla fuga di centinaia di migliaia di cubani verso gli stati limitrofi?

La stessa cosa, dalla repressione al monopolio del potere all’eliminazione degli oppositori, è avvenuta con le rivoluzioni russa, cinese, iraniana e così via. Eppure continuano a essere chiamate rivoluzioni

 

Traduzione Stefania Dell’Anna

 

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