lunedì, Dicembre 6

Esistono false rivoluzioni? field_506ffbaa4a8d4

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Esistono rivoluzioni false e rivoluzioni autentiche? E qual è il criterio per classificare una rivoluzione come autentica o falsa? Il giudizio espresso su una rivoluzione deve sottostare al nostro background ideologico, religioso e politico e alla nostra posizione politica rispetto ad essa, perché alla rivoluzione sia concesso l’attributo ‘autentica’ o ‘falsa’?

Innanzitutto, occorre precisare il significato del termine ‘rivoluzione’, sebbene ne esistano definizioni divergenti. La parola ‘rivoluzionesignifica -originariamente- cose diverse in arabo e nelle lingue latine. In arabo, la parola ‘thawra‘ (‘rivoluzione‘) deriva dal verbo ‘thaara-yathuuru’, che significa ‘prendere illegalmente‘, ‘agitare‘, ‘istigare‘, e da cui deriva l’etimologia del nome ‘thawr‘, toro, il maschio della mucca. Gli arabi utilizzavano la parolathawracol significato di furore‘, ‘collera‘, ‘indignazione‘, e non l’hanno utilizzata come termine politico e sociale col significato di cambiamento radicale, sovvertimento, insubordinazione e cambiamento del regime se non in epoca moderna. Per esprimere l’insurrezione o la rivoluzione contro il governo e il regime vigente, gli arabi utilizzavano piuttosto la parola ‘khuruj‘ (‘attacco’, ‘assalto’).

Anche nelle lingue latine, l’uso della parola ‘rivoluzione’  come termine politico, sociale, con il significato di cambiamento radicale e trasformazione, è recente. La parola ha avuto origine nel campo dell’astronomia ed è stata utilizzata in politica per analogia. Il termine astronomico ‘rivoluzione’, che ha raggiunto un’importanza crescente con l’astronomo Niccolò Copernico, non indica violenza, ma il movimento circolare ripetuto delle stelle, un evento che va al di là dell’influenza dell’uomo, al quale, in altre parole, non è possibile opporsi. Quando la parola è stata trasferita nel campo politico, il suo significato era quello di successione di governi e Stati in rotazione che l’uomo non ha la possibilità di trasformare o cambiare.

Occorre, dunque, ritornare al primo momento in cui la parola ‘thawra-revolution‘, rivoluzione,  è stata utilizzata col significato attuale. Il 14 luglio 1789 si è verificata la famosa presa della prigione-fortezza della Bastiglia a Parigi. Quando udì  della caduta della Bastiglia, della liberazione di alcuni suoi prigionieri e della defezione delle forze reali prima dell’assalto popolare, il re  Luigi XVI disse: «È una rivolta», ma il duca Liancourt lo corresse dicendo: «Tutt’altro, sire, è una rivoluzione!». La filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt afferma: «Quando Luigi XVI disse che l’assalto della Bastiglia era una ribellione, affermava il suo potere, i vari mezzi a sua disposizione per opporsi alla cospirazione e alla sfida presente alla sua autorità».

Non esiste un’unica definizione di rivoluzione. Il ricercatore e storico americano Crane Brinton, nel suo libro ‘L’anatomia della rivoluzione‘, afferma che rivoluzione è una parola ambigua, e la lista di eventi e fatti collegati a questo termine è illimitata.
Abbiamo la ‘grande rivoluzione francese’, la ‘rivoluzione americana’, la ‘rivoluzione industriale’, la ‘rivoluzione di Haiti’, la ‘rivoluzione sociale’, la ‘rivoluzione dei neri d’America’, la ‘rivoluzione nell’industria automobilistica’, ecc… La parolarivoluzioneè diventata sinonimo della parolacambiamento‘, forse a suggerire che il cambiamento in questione è improvviso e degno di nota.

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