domenica, Giugno 26

ESG: attentato alla libertà d’impresa? No, difesa della vita dei cittadini! L’assedio alla formula imprenditoriale speculativa ed opportunistica si fa sempre più stretto ed è importante trovare una via equilibrata alla sopravvivenza del globo

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Le azioni di una s.p.a. diventano delle ‘buone azioni’. Si chiama ‘azionariato attivo’. Illusione? No, è un investimento qualificato, socialmente operativo e di partecipazione influente. Le fasi sono: comperare azioni di un’impresa, diventare comproprietari ed esercitare il diritto di partecipare e votare alle assemblee dei soci azionisti, intervenire pubblicamente con ‘lo scopo di sollecitare la riflessione delle imprese sugli aspetti sociali, ambientali e di governance’, stimolare le società quotate a tutelare l’ambiente, rispettare i diritti umani e dei lavoratori nonché sviluppare buone pratiche di governo dell’azienda (governance e management dell’impresa).

E’ un investimento responsabile in cui si considerano gli aspetti economico-finanziari, sociali, etici, ambientali e di governance. L’adozione degli standard si sintetizza ESG. Operativamente vuol dire dialogare con l’impresa, incontrare il management e confrontarsi, dare voce ai portatori di interesse (‘stakeholders’) e le istituzioni per sviluppare ‘capitale sociale’ e ‘capitale economico’ del ‘sistema Paese’. Molti anni fa in una assemblea della General Motors, un gruppo di azionisti della Chiesa Episcopale americana diede voce “contro la segregazione razziale” e chiese il ritiro della GM dal Sudafrica.

In seguito oltre 200 imprese americane si sensibilizzarono al tema della tutela dei diritti umani e si diede un valido aiuto alla lotta contro l’apartheid. In Italia Etica sgr. (società di gestione del risparmio della Banca Popolare Etica) svolge un ruolo quasi esclusivo nell’’azionariato attivo’. E’ una società di gestione del risparmio e rappresenta “i valori della finanza etica nei mercati finanziari, sensibilizzando il pubblico e gli operatori finanziari nei confronti degli investimenti socialmente responsabili e della responsabilità sociale d’impresa. Ha un patrimonio superiore ai 500 milioni di euro raccogliendo gli investimenti di oltre 25.000 mila clienti nei fondiValori Responsabili’”. Le imprese in cui si è investito, per svolgere questa funzione di stimolo per il miglioramento della redditività economica e sociale,sono nazionali ed internazionali: Piaggio, Prysmian, Yoox, Indesit, Terna ed anche Kraft Foods, Dell,Carrefour ed altre ancora.

Ma come si interviene? Il ‘come’ consiste nel decidere quali sono le spa che superano una griglia di indicatori nazionali ed internazionali di responsabilità sociale d’impresa (CSR-Corporate Social Responsibility) in tematiche inerenti l’ambiente, il ruolo sociale e una governance partecipata (per esempio indicatori ESG-Environment, Sociale and Governance issues). Riguardo all’ambiente l’attenzione è rivolta all’uso ed al consumo dell’acqua nella produzione, monitorare le emissioni di CO2 e altri gas nocivi,adottare politiche energetiche alternative, evitare lo sfruttamento delle foreste,escludere le imprese che producono ogm per scopi non medici e tutelate i diritti degli animali e così via.

L’influenza sull’ambito sociale consiste nel rispettare i diritti delle popolazioni indigene (si veda la tutela dei diritti dei nativi ove si hanno stabilimenti e sedi), non avvalersi del lavoro minorile, non avere relazioni di sussidi finanziari vincolanti a favore di partiti e candidati,supportare il non profit, formazione e sicurezza dei lavoratori e rispetto delle pari opportunità. Le azioni di una spa possono essere delle ‘buone azioni’: anche queste sono buone notizie. Questo approccio, che un tempo era una specie di vezzo sociale, oggi è diventato un imperativo categorico considerando la crisi ambientale, l’esigenza di un equilibrio sociale che non si radicalizzi e una governance diffusa dove ‘stakeholderism’ e ‘schareholderism’ si integrano.

C’è un dibattito aperto che deve ricomporre 2 posizioni: la prima afferma che solo le imprese giuridicamente sancite dalla normativa domestica (si veda D.Lgsl.112/17) e dalla normativa europea in discussione si possano definire come imprese sociali; una seconda considera imprese sociali quelle che sono funzionalmente imprese sociali a fronte di una misurazione e della valutazione di impatto sociale indipendentemente dal framework giuridico. Una considerazione dirimente, secondo me, è il calcolo di in rating sociale che si esprime in numeri che sono un proxi dell’ottimo. Infatti, dopo il G20 e il Cop26 l’unica via riparativa e propositiva è l’Impresa Sociale in questo secondo senso. Altrimenti siamo nel mondo della descrizione e non dell’operatività dei risulti di impatto. Infatti, “Il momento di agire è ora. Non è mai troppo tardi per fare qualche cosa”( Antoine de Saint-Exupéry).

Fare qualche cosa è meglio di “dire qualche cosa” e riguardo alla sostenibilità, sia nel G20 che nel Cop26, si è detto molto. “Fare qualche cosa” vuol dire “fare “ Impresa Sociale(profit e non profit-D.Lgs.112/17,ma anche ETS) che “performa” tramite le sue funzioni aziendali in coerenza di attività e di assetto economico finanziario con gli SDGs-Agenda 2030 dell’ONU. Vuol dire superare il differenziale di potere fra la recitazione ambientalista della parola e gli interessi costituiti. In sintesi, ogni Impresa Sociale (profit e non profit) deve assumere gli obiettivi-icone dell’Agenda 2030 come cappello dell’economia produttiva. Nel ‘purpose’ (nello statuto), in modo determinato, si dichiareranno i goal-SDGs che attengono all’attività in logica progressiva verso l’’impact intregrality’. Si potranno esporre le icone SDGs sul proprio sito e su tutto il materiale aziendale in uso con la specificazione di un rating per ogni obiettivo che è stato sviluppato da un’ Authority (pubblico e privato) che affida alle regioni il controllo della veridicità di tali quantificazioni.

Chi è sopra lo standard-indice-KPI posto dall’ Authority potrà partecipare ai bandi pubblici con un punteggio premiale e potrà esibire le icone ai consumatori o altre imprese con le quali è in filiera (B2c,B2b ecc.) Chi invece è sotto lo standard non potrà esibire le icone e dovrà pagare una quota compensativa in rapporto al deficit calcolato.Si tratta di praticare :”chi inquina paga”,”chi non ha progetti sociali paga”, “chi non ha una governance integrata (mix stakeholders e shareholders) paga”. E’ l’ESG tradotto in funzioni aziendali. Questa scelta declina aziendalmente alcune conclusioni del G20 e di Cop26 che sono state non soddisfacenti(alcuni dicono fallimento ed ancora “bla,bla,bla”).

Un punto critico del G20 e del Cop26 è la dichiarazione di alcuni obiettivi (global warming <1.5°,stop alla deforestazione) senza date e senza sanzioni e con pochi investimenti cadenzati. I finanziamenti potrebbero venire dalle sanzioni e dalle penali delle imprese sotto standard. Qualcuno obietta: alle imprese conviene pagare. Certamente: salvo che non si controlli il livello di massimizzazione dei profitti in sintonia con l’art.41 della Costituzione ove “L’iniziativa economica privata è libera” ma “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Attentato alla libertà d’impresa? No, difesa della vita dei cittadini! Imprese Sociali con icone SDGs –rating tali da mettere a terra il patrimonio ESG condizionati dagli investimenti in tecnologia ambientale,in investimenti sociali (dalla filantropia al crowdfunding a scopo sociale con impatto,alla attività sociale aggiuntiva e sussidiaria rispetto alla base dello Stato), in integrazione di governance integrata (rappresentanza decisionale dei dipendenti,degli stakeholders-consumatori, fasce deboli in logica, sviluppo delle “quote rosa” non in logica di consociativismo ,ma per responsabilità sociale).

E per chi ha bisogno delle norme e dei regolamenti ricordo l’imminente EU “social taxonomy”, il d.Lgs 254/16-DNF, il regolamento di sostenibilità finanziaria EU 2019-2088. Per le quotate che fanno “greenwashing” e usano l’ etichetta ESG si ricorda anche l’eventuale violazione degli obblighi di informativa nei confronti degli investitori (comunicazioni sociali ex art 2621 e 2622 c.c. e possibile richiesta di danni ex.art 2395 c.c.,ex artt.2043 e 2049 c.c.,ex art 94 Tuf.). L’assedio alla formula imprenditoriale speculativa ed opportunistica si fa sempre più stretto ed è importante trovare una via equilibrata alla sopravvivenza del globo.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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