lunedì, Ottobre 25

Eserciti militari privati e politica americana field_506ffbaa4a8d4

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Una tra le forme di business che sta passando più inosservata nel mondo è quella delle compagnie militari private. Nonostante l’alone di mistero che l’avvolge, essa ha subito un’impennata, sin dalla fine della Guerra Fredda, e oggi genera un giro d’affari multimiliardario.

Come riporta Sean McFate su Salon, stiamo parlando di aziende militari dal volto di corporation multinazionali sofisticate, con sussidiarie in tutto il mondo, comprate e vendute a Wall Street, le cui azioni sono elencate negli scambi di Londra e New York. Nei loro consigli d’amministrazione siedono magnati di Wall Street e ex generali delle forze armate, i loro manager sono esperti dirigenti già listati da Fortune 500 – l’elenco annuale pubblicato dalla rivista ‘Fortune‘ che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi sulla base del loro fatturato- e i loro ranghi sono riempiti con ex militari e soggetti con esperienza legale reclutati in tutto il mondo. Queste aziende hanno, tra i loro clienti, i governi, ma anche il settore privato e le organizzazioni umanitarie. Hanno perfino le proprie associazioni di settore: l’International Stability Operations Association di Washington, la British Association of Private Security Companies di Londra e la Private Security Company Association in Iraq.

Nonostante l’attenzione suscitata negli ultimi anni, sopratutto tra accademici e giornalisti, questo particolarissimo settore rimane avvolto da una quasi palpabile nebbia, poiché, notoriamente, è difficile penetrarne i confini e coglierne la più concreta essenza. In parole povere, davvero poco è noto circa come questi soggetti militari privati esistano e funzionino.

L’industria militare privata è diventata un soggetto di interesse per molti studi negli ultimi 10 anni, ma la conoscenza concreta che ne è scaturita è davvero labile. Il primo ostacolo nel quale ci si imbatte studiandola è la carenza di dati disponibili. Le aziende stesse possono essere meno trasparenti dell’Esercito statunitense o delle misteriose agenzie di intelligence. Questi soggetti, infatti, non devono sottostare al Freedom of Information Act – atto per la libertà d’informazione, legge sulla libertà di informazione emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 – o ad altri strumenti legislativi che impongano trasparenza. Basti pensare che perfino i membri del Congresso non hanno accesso diretto ai contratti con cui queste aziende sono assunte, anche se poi è di fatto il Congresso stesso a firmare gli assegni.

L’industria sembra soffrire di una vera e propria fobia dei media, e ciò non stupisce se pensiamo che essa trae la propria origine dal settore militare, storicamente allergico al pubblico scrutinio. I giornalisti, che nemmeno possono intervistare membri del settore, possono solo registrare gli eventi che la circondano e gli studiosi fanno sopratutto affidamento sul lavoro dei giornalisti per le loro analisi delle aziende, creando una sorta di cortocircuito che può portare a conclusioni che possono essere speculative o erronee sul piano fattuale.

Vero è che queste compagnie lavorano in ambienti e territori altamente sensibili, e la segretezza, per quanto avversa al mestiere giornalistico che fa – o dovrebbe fare – dell’informazione e della trasparenza un baluardo imprescindibile, in questo caso è davvero questione di vita o di morte.

Inoltre, le inchieste governative in materia sono limitate e, talvolta, fumose. Al momento nessun regolamento significativo sembra delimitare i confini del loro raggio d’azione, i contratti tra venditore e acquirente, le sponde scoscese del pericoloso conflitto d’interessi, il che è notevole se si pensa che queste aziende sono autorizzate a usare forza letale all’estero sotto il vessillo della bandiera a stelle e strisce.

Gli stessi investigatori governativi hanno spesso accesso limitato ai meccanismi interni dell’industria, ma le conclusioni a cui sono giunti sembrano restringere 3 aree: lo status legale dei contractors armati sul campo di battaglia; le frodi monetarie, gli sprechi e gli abusi; le esperienze in Iraq e Afghanistan. Mentre ramificazioni più ampie sono state scarsamente scandagliate.

Molta della narrativa mediatica sull’argomento è incorniciata e impelagata su termini demonizzanti, anche in parte a causa dell’attrazione sensazionalistica suscitata dall’etichettare le compagnie private militari come ‘mercenari’, che porta con sé la malcelata promessa di un folto pubblico di lettori e telespettatore.
Dall’altra parte, non sembrano cavarsela meglio quelli che difendono tale settore, perché tendono a trattarlo come un’altra qualsiasi industria di servizi, tralasciando le questioni morali, strategiche e la complessità delle norme che la regola. Sostengono sopratutto che il settore privato sia più efficiente e efficace del pubblico nel trovare soluzioni alle difficili sfide poste dal tema della sicurezza, ma non dotano questa tesi di un’efficace parco di prove esterne.

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credits: thedailybeast.com

Erik Prince, fondatore e CEO di Blackwater, ha detto: «Il nostro obiettivo è fare per l’apparato di sicurezza nazionale quello che FedEx ha fatto per il servizio postale.» Ciononostante, dopo che una manciata di membri di Blackwater ha ucciso 17 civili innocenti in Iraq nella piazza Nisour a Baghdad nel settembre 2007, la sua compagnia ha attraversato una vera e propria opera di rebrand, cambiando il proprio nome dal termine militare Blackwater, usato dai Navy Seals per descrivere operazioni sott’acqua, a Xe, che sta per Xenon, un gas inerte e non infiammabile. Questa però poteva essere visto come una scelta cinica e la compagnia ha cambiato nome nuovamente, stavolta in Academi. Prince ha poi lasciato la compagnia e il Paese.

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