venerdì, Settembre 17

Ernesto Che Guevara, può un mito morire? A 50 anni da quel lunedì mattina del 9 ottobre 1967 il rivoluzionario resta un mito, ma l’America Latina ha svoltato a destra

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Può un mito morire? A mezzo secolo -oggi- dall’uccisione di Ernesto Che Guevara, da quella esecuzione in quel lunedì mattina del 9 ottobre 1967 a La Higuera da parte di Mario Teran -sergente dell’Esercito boliviano del dittatore Renè Barrientos che combatteva il tentativo di rivoluzione socialista in Bolivia- pare proprio che la risposta siaNO’, può essere ucciso, nel corpo, ma non nello spirito. Il mito, a 50 anni dalla morte, pare del tutto intatto, anzi, accresciuto. Quel che certamente è in crisi, in America Latina e non solo, è la concretizzazione nella quotidianità di quel mito.
Le celebrazioni di ieri e oggi sono lì a dimostrarlo.

Il Presidente della Bolivia, il socialista Evo Morales, visitando le regioni del Paese in cui si sviluppo il ‘foco’ di guerriglia condotto da Ernesto Che Guevara, ha detto che la Bolivia sarebbe stata «totalmente diversa» se Guevara non fosse stato ucciso e se il progetto rivoluzionario fosse stato vincente. «Questo ricordo proprio qui», ha sottolineato Morales, che avrebbe dovuto recarsi a Cuba per celebrare l’anniversario e invece all’ultimo momento ha deciso di ripiegare per celebrazioni in patria, «dà molta energia e volontà a tutti coloro che lottano assieme ai popoli contro l’imperialismo, per l’uguaglianza e la giustizia, non soltanto in Bolivia, ma in America latina e nel mondo». Morales ha rilanciato la sua proposta di un nuovo internazionalismo per l’unità dei popoli contro le «aggressioni nordamericame» e ha rilevato che oggi le «rivoluzioni non si fanno più con le armi, ma con la conoscenza e con il voto».

Cinquant’anni più tardi il Paese sudamericano celebra il ricordo del Che con una serie di eventi a Vallegrande, la località dove il comandante argentino venne sepolto in una fossa comune poche ore dopo aver trovato la morte una sessantina di chilometri più a sud. Cinque giorni di eventi organizzati dal Comitato ‘50 anni del Che in Bolivia‘, con mostre fotografiche, presentazioni di libri, visite guidate al mausoleo del medico argentino, nove tavoli di discussione che nei gia’ nei giorni scorsi hanno ripercorso l’ideale del Che, dalla sognata transizione al socialismo al pensiero economico, dalla lotta al capitalismo fino all’anti-imperialismo.
Dibattiti a cui ha preso parte anche il più giovane dei fratelli di Ernesto, Juan Martin, lo stesso che in primavera ha pubblicato il libro sul Che in cui allontana l’immagine più comune, quella eroica, per svelare quella più intima e umana del guerriero sudamericano: «Era uno qualunque. Un tipo fuori dal comune ma non perchè fosse eccellente». Uno che però fu capace di eliminare il regime dittatoriale di Fulgencio Battista e di installare la rivoluzione a Cuba, l’isola che da sempre rappresenta la spina nel fianco agli Stati Uniti da cui dista 200 chilometri.
Un uomo contraddittorio, divenuto idolo per alcuni, icona dei movimenti di rivoluzione di sinistra, e criminale per altri. Di certa c’è la sua storia: la sua cultura alimentata fin da ragazzo attraverso le letture di poeti, filosofi e romanzieri, la tempra che gli permise di mettere a tacere l’asma sui campi di rugby, la sua vocazione al viaggio e all’avventura, fin da quando a metà dei corsi di medicina che stava frequentando all’università di Buenos Aires decise che era giunto il momento di partire.

Un viaggio solitario nel nord dell’Argentina a bordo di una bicicletta a cui aveva aggiunto un motore, e poi quella spedizione in giro per il Sudamerica a bordo della Poderosa II, la motocicletta con cui attraversò il continente in compagnia dell’amico Alberto Granado: la tappa nel lebbrosario di Huambo, in Perù, dove i due si fermarono e prestarono servizio come medici, e poi Colombia e Venezuela, dove Ernesto vide in prima persona lo stridio tra ricchezza e povertà. Era il 1952, il viaggio quello che il film ‘I diari della motocicletta’ ha contribuito a rendere immortale: Guevara tornerà dal viaggio arricchito dall’approccio con le idee marxiste e dalla consapevolezza delle profonde disuguaglianze sociali che animavano il continente.
Fu probabilmente quell’esperienza a far fiorire in lui la curiosità, il desiderio di invertire lo status quo, un bagaglio che lo portò dopo la laurea a continuare a viaggiare, fino a conoscere in Messico Fidel Castro. Era il 1955: Ernesto avrebbe così preso parte al Movimento 26 luglio, così chiamato in ricordo del giorno del 1953 in cui Castro aveva assaltato con alcuni ribelli la caserma Moncada di Santiago de Cuba nel tentativo di rovesciare il regime di Fulgencio Battista. Il progetto, allora fallito, si sarebbe concretizzato il 1 gennaio del 1959, al termine della battaglia di Santa Clara: Fidel Castro, il lider maximo, sarebbe rimasto sull’isola fino allo scorso 25 novembre, quando morì novantenne.
Il Che diventò Ministro dell’Industria e dell’Economia, ma non si sarebbe fermato a lungo a Cuba: anche a causa di differenti vedute e di un orientamento filocinese poco allineato con Mosca, il principale partner di Cuba, Ernesto si congedò da Castro con una lettera resa nota il 3 ottobre del ’65: «Altri Paesi nel mondo hanno bisogno dei miei modesti sforzi», aveva scritto.
Andò in Congo, dove la rivoluzione fallì. Nel 1966 lasciò definitivamente Cuba per la Bolivia, per iniziare una nuova rivoluzione nella giungla della Bolivia orientale nella speranza di creare «due, tre, molti Vietnam» in America Latina. Poco dopo l’arrivo con 47 uomini nell’arida regione di Nancahuazú, il gruppo guidato dal guerrigliero perse i contatti con Cuba, i viveri iniziarono a scarseggiare, lui combatteva con l’asma e tutti con le malattie. Gli Usa presto seppero della sua presenza in Bolivia. «Non sparate, sono il Che. Valgo più vivo, che morto», sarebbe l’ultima frase detta ai militari che lo catturarono, l’8 ottobre 1967. Il giorno dopo fu fucilato in una scuola. Aveva 39 anni.

Il 10 ottobre 1967, una ventina di giornalisti e quattro fotografi arrivarono su un aereo militare nel remoto villaggio boliviano di Villagrande. Dovevano essere i testimoni della morte di Ernesto Guevara, e pochi giorni dopo la fotografia del cadavere del Che divenne pubblica. La stampa mondiale diffuse quell’immagine potente e dal grande significato politico, che mostrava il corpo del rivoluzionario argentino, disteso su una vasca di cemento e circondato da militari. Magro, con i folti capelli scuri scompigliati, la barba lunga, gli occhi spalancati.
Voleva ‘esportare’ la rivoluzione in America Latina. La sua rivoluzione finì a occhi aperti su una vasca di cemento, e divenne un mito.

Cuba ha reso oggi omaggio ieri al Che, a Santa Clara. Davanti al complesso dove sono sepolti i resti del comandante della Rivoluzione e quelli dei suoi compagni, circa 70.000 persone e diverse generazioni di cubani si sono radunati per onorare il guerrigliero argentino intorno al Presidente Raul Castro, in uniforme da generale, che però non ha fatto il discorso ufficiale, lasciato invece al vicepresidente Miguel Diaz-Canel.
Questa città situata a 300 chilometri ad est della capitale cubana lo considera come un figlio adottivo da quando conseguì nel dicembre 1958 una vittoria decisiva contro le truppe del dittatore Fulgencio Batista. «Per me il Che resta ben presente, per la sua vita, la sua opera e il suo esempio», ha affermato fra gli altri Lis Monteagudo, oggi 79enne, che fu uno dei compagni d’arme di Guevara in Congo.

Il mausoleo di Santa Clara non ha mai smesso di essere una meta per devoti e turisti, dopo che a inaugurarlo fu il ‘lider maximo’ Fidel Castro, deciso a onorare in maniera eterna il guerrigliero. Santa Clara ospita i resti dal 1997, quando furono recuperati da una tomba ‘anonima’ in Bolivia, e non fu scelta a caso. Si tratta della località conquistata nel 1958 dalle truppe guidate dal Comandante, nella battaglia decisiva della rivoluzione cubana a seguito della quale fuggì il dittatore Fulgencio Batista.
A Cuba, Che Guevara resta un eroe nazionale. Ricordato per il suo lavoro volontario nella costruzione di case o nel caricare sacchi di zucchero, è stato scelto anche come volto delle banconote da tre pesos, ritratto mentre taglia canna da zucchero nei campi.

Il cinquantesimo anniversario arriva in un momento difficile per glieredidi Guevara in Sudamerica. In pochi anni, vari governi hanno virato verso destra, tra cui quelli di Argentina, Brasile, Perù e Paraguay. Mentre il Venezuela in cui l’ex Presidente Hugo Chavez aveva restituito vita al sogno socialista è diventato, con il successore Nicolas Maduro, un Paese dove il cibo scarseggia e la democrazia è incrinata. E in Colombia, la rivoluzione armata che il Comandante imbracciò ha ceduto: dopo oltre cinquant’anni le Farc hanno reso le armi. Intanto, Fidel Castro è morto a fine 2016 e Cuba si è avvicinata all’eterno nemico, gli Stati Uniti allora guidati dal presidente Barack Obama.
Dopo gli anni delle guerriglie, ci dice Gabriella Chiaramonti, docente di storia dell’America latina all’Università di Padova, “ci sono state le dittature militari. Negli anni ‘70 tutta l’America Latina, con l’eccezione di Colombia, Venezuela, Costa Rica e Messico, era governata da dittature militari, spesso duramente e capillarmente repressive, che miravano esplicitamente alla depoliticizzazione della società. Poi ci sono stati i processi di ri-democratizzazione, resi ancora più precari e problematici dallo scoppio nel 1982 della grande crisi del debito. Per le strade di Buenos Aires come in quelle di Lima si leggevano scritte sui muri che dicevano «con la democracia no se come», con la democrazia non si mangia”.

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