domenica, Settembre 26

Eritrea: Trump apre al dialogo per accaparrarsi il petrolio La Casa Bianca lavora al disgelo per sostenere Exxon e Mobil nella corsa per mettere le mani sui ricchissimi giacimenti di petrolio e gas

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Lunedì 24 aprile il Vice Assistente del Segretariato americano degli Affari Africani, Donald Yamamato, si è recato in visita in Eritrea per aprire discussioni ufficiali con il regime dittatoriale di Isayas Afeworki. La notizia ha fatto scalpore in quanto le relazioni tra Eritrea e Stati Uniti da vent’anni sono assai tese, deteriorandosi definitivamente  nel 2009, quando la Casa Bianca ha deciso di imporre sanzioni economiche contro il Governo di Asmara, accusato di sostenere e armare il gruppo terroristico somalo Al-Shabaab, combattuto dagli Stati Uniti e dalla coalizione militare delle forze africane, AMISOM comandata dall’Esercito ugandese (UPDF). Nel 2017 il Governo di Asmara ha rifiutato di accettare il ritorno di un centinaio di suoi cittadini deportati dagli Stati Uniti a causa della nuova normativa sull’immigrazione voluta dal Presidente Donald Trump. Per rappresaglia la Casa Bianca ha degradato i servizi presso la sua Ambasciata ad Asmara e ha sospeso i visti per i cittadini eritrei, compresi i richiedenti asilo politico.

Yamamato, prima di continuare la sua visita a Gibuti ed Etiopia, avrebbe parlato con il Governo di Asmara di sicurezza regionale, secondo quanto riferito dallo Dipartimento di Stato americano. Due gli argomenti trattati: la lotta contro i terroristi somali di Al-Shabaab e la disputa sulla frontiera con l’Etiopia, causa della guerra di confine  iniziata nel 1998 e terminata nel 2000. Uno dei primi gesti diplomatici del nuovo Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali è stato quello di dichiarare la sua intenzione a ricucire i rapporti con l’Eritrea. La mano tesa da Abiy  era stata categoricamente rifiutata da Asmara. Secondo il regime di Afeworki non vi è nulla da parlare e Addis Abeba deve solo restituire la zona contesa della città di Badme. Intransigenza che non ha lasciato alcun spazio di manovra al Governo etiope, costretto a mantenere la pressione militare alle frontiere con l’Eritrea.

Yamamato ha promesso al regime di Amara che la sua visita è un primo passo per futuri dialoghi tra i due Paesi, in previsione di un disgelo e della ripresa dei rapporti diplomatici e degli scambi commerciali. Molti analisti politici regionali si sono chiesti il motivo della decisione del Presidente Trump di inviare Yamamato in Eritrea, un Paese prigioniero del più brutale e sanguinario regime africano, spesso paragonato a quello di Pyongyang. La decisione di Trump sembra tendere la mano alla Corea del Nord africana aiutandola ad uscire dall’isolamento internazionale che dura da vent’anni, imposto all’epoca dagli stessi Stati Uniti. Un regalo inatteso e vitale per il regime rosso e per  l’economia nazionale eritrea strangolata dalle sanzioni economiche.

Isayas Afeworki, quando liberò il Paese dal secolare dominio etiope, era intenzionato a portare assieme alla libertà una giustizia economica e sociale basata sui principi del marxismo. L’Etiopia, Paese ben più importante agli occhi dell’Occidente, giocò bene le sue carte e dopo meno di un anno il movimento rivoluzionario Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FPLE) si trovò isolato dal resto del mondo. All’epoca la Cina muoveva i suoi primi passi nel continente africano e decise di non supportare l’Eritrea come aveva fatto con Sudan e Zimbabwe. Le sanzioni economiche occidentali costrinsero il Governo all’autarchia economica. Il costante pericolo contro-rivoluzionario portò il movimento di liberazione alla degenerazione stalinista.
A differenza della Unione Sovietica, dove lo stalinismo per trionfare dovette fisicamente eliminare i rivoluzionari della prima ora, tra i quali Lenin e Trotzki, fu la stessa dirigenza rivoluzionaria e lo stesso Afeworki a imboccare la via della degenerazione del sogno rivoluzionario nella speranza di difendersi dai nemici interni ed esterni. A distanza di 27 anni   dalla liberazione, l’Eritrea è un immenso lager dove i cittadini sono trattati da sudditi e i diritti civili negati. Su ogni cinque abitanti uno è ingaggiato dal regime con il compito di spiare gli elementi ‘contro rivoluzionari’.

La delazione per motivi personali ed economici è all’ordine del giorno. Sul Paese regna un clima di paura e terrore. Ognuno può ricevere la visita inaspettata della Polizia politica ed essere portato via senza conoscere i motivi. Chi parte non ritorna. Il servizio militare è obbligatorio per tutti e dura dai 10 ai 15 anni. Il libero pensiero e la critica sono considerati crimini contro la rivoluzione. Milioni di eritrei pensano solo a come fuggire dal loro meraviglioso Paese, trasformato in una immensa e orribile prigione.
La situazione era ed è questa, non è cambiata. Il regime rosso regna usando il terrore, i soprusi e la violazione quotidiana dei più elementari diritti umani. Allora perché il Presidente Donald Trump ha deciso di tendere la mano e di aprire il dialogo con un Governo che assassina a sangue freddo i suoi cittadini? Due le principali ragioni. Terrorismo e Idrocarburi.
L’Eritrea, nel tentativo di trovare alternative alle sanzioni economiche occidentali, da dieci anni ha cercato alleanze tra le monarchie del Medio Oriente, in primis con l’Arabia Saudita, principale finanziatore e promotore del terrorismo sunnita e salafista internazionale -da Al Qaeda a Daesh.

Riyad  si è letteralmente comprata (per pochi spiccioli) l’Eritrea, trasformandola in un terreno propizio per il terrorismo, costringendo il Governo a supportare movimenti come Al-Shabaab, e gli abitanti a convertirsi all’Islam radicale. Non si esclude l’esistenza in Eritrea di cellule di Daesh. Una situazione simile non può che preoccupare gli Stati Uniti, intenti a debellare il terrorismo nel Corno d’Africa per proteggere il Canale di Suez e il Mar Rosso, una via marittima vitale per la navigazione militare e commerciale che collega l’Europa con l’Asia.  
Una ragione ancora più importante ha spinto il Presidente Trump a chiudere entrambi gli occhi sui quotidiani abusi esercitati da un regime accecato dalla violenza e dalla sete di potere in nome di ideali ormai dimenticati e soppiantati da volgare propaganda. L’Eritrea galleggia su ricchissimi giacimenti di petrolio e gas sul territorio e in mare. Giacimenti maggiori di quelli scoperti nel est del Congo, Kenya e Uganda o di quelli sfruttati (parzialmente a causa della guerra civile) in Sud Sudan.
Furono gli italiani a scoprire questi immensi giacimenti di idrocarburi all’epoca del colonialismo. Negli anni Sessanta, sempre gli italiani, effettuarono ulteriori esplorazioni, trovando immensi giacimenti di petrolio e gas nelle acque territoriali, vicino alle isole Dahlak. Durante le esplorazioni i tecnici causarono un’esplosione e il gas fuoriuscì per due mesi.

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