domenica, Novembre 28

Erdogan ha perso la scommessa neo-ottomana? Le scelte dopo le Primavere Arabe hanno portato il Paese in un vicolo cieco?

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Le mire egemoniche della Turchia sulla Siria, che sarebbe potuto essere un prezioso alleato se i ribelli sunniti legati alla Fratellanza avessero vinto rapidamente la guerra, appaiono irrimediabilmente frustrate. Non solo. Ankara si trova ora in uno scontro non solo contro Damasco, ma anche contro Teheran e Baghdad (gli altri membri dell’asse sciita, insieme all’Hezbollah libanese, che sostengono Assad), suoi vicini. Dal proprio lato della barricata la Turchia può contare sull’Arabia Saudita, con cui tuttavia ha un’alleanza dettata dallo stato di necessità e non dalla comunione di intenti. Riad infatti considera la Fratellanza Musulmana un’organizzazione terroristica ed è solo in funzione anti-iraniana che ha lasciato alleare i ribelli da lei sostenuti (alcuni laici e molti gruppi jihadisti salafiti) con quelli sponsorizzati dalla Turchia: le agende dei due Paesi restano inconciliabili nel lungo termine.

La presenza dello Stato Islamico si è poi rivelato un altro problema per gli interessi turchi. L’Occidente ha subito individuato come propria priorità la sconfitta dell’Isis e delle altre organizzazioni fanatiche islamiche e, piuttosto che lasciar cadere la Siria nelle mani dei jihadisti, ha finito con il favorire indirettamente la dittatura di Assad. Gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno poi sostenuto militarmente i curdi siriani, l’unica forza di terra dimostratasi in grado di combattere efficacemente gli uomini del Califfo. La Turchia, avendo diverse priorità (impedire la nascita di uno Stato curdo e abbattere Assad), ha mantenuto a lungo una linea ambigua nei confronti dell’Isis e delle altre sigle jihadiste, consentendo il passaggio di uomini dalla propria frontiera e forse non solo. Ma tanto più si è spinta su questo cammino tanto più si è trovata isolata dai suoi alleati tradizionali, con un’entità curda mai così vicina al vedere la luce al suo confine meridionale, e ora anche con un durissimo confronto in atto con Mosca.

L’intervento della Russia in Siria, nel settembre 2015, ha cambiato drasticamente lo scenario. Il rapporto che Erdogan aveva pazientemente cucito con Vladimir Putin si è disfatto, degenerando rapidamente. I bombardamenti russi hanno definitivamente (pare) stabilizzato Assad e costretto sulle difensive i ribelli, specie quelli sostenuti dalla Turchia, su quasi tutti i fronti. Di recente Mosca ha iniziato anche a sostenere con i propri raid l’avanzata dei curdi siriani ma, cosa più importante di tutte, ha approfittato della guerra (e dell’abbattimento di un suo velivolo, reo di aver sconfinato, da parte dell’aviazione turca) per spostare in Siria una quantità di materiale bellico tale da poter alterare gli equilibri di forza nella regione per i decenni a venire. Secondo gli analisti più la guerra prosegue più la Turchia rischia di vedersi indebolita dall’espansionismo mediorientale di Putin, motivo per cui una pace che sacrifichi i suoi interessi in Siria e forse anche circa i curdi siriani, ma li salvaguardi nel complesso dell’area, potrebbe essere accettabile per Ankara (anche perché, come emerso anche in occasione delle ultime trattative, l’attuale amministrazione americana sembra più orientata a trovare un accordo sulla Siria con il Cremlino piuttosto che non a seguire l’agenda di un alleato come quello turco, considerato sempre meno affidabile).

Ma, come sottolineato dal professor Gokhan Bacik sul quotidiano turco Today’s Zaman (di recente commissariato dai giudici su pressione del governo perché troppo critico nei suoi confronti), «una politica basata sull’onore (leso dalla permanenza di Assad in Siria ndr.) e sulla paura (che nasca uno Stato curdo ndr.) può spingere un Paese in una psicosi che impedisce di leggere al meglio la realtà. Le dichiarazioni dei leader turchi degli ultimi giorni e il loro linguaggio sprezzante lasciano pensare che siano disposti a sacrificare gli interessi della Turchia sull’altare dell’onore ferito, ma l’idea di proteggere l’onore sacrificando i propri interessi non ha senso in politica estera». La Turchia parrebbe dunque in un tunnel di cui ancora non vede l’uscita. L’isolamento internazionale – oltre al progressivo e costante deteriorarsi degli interessi nazionali nella regione – non ha finora prodotto un’inversione di rotta da parte di Ankara, e anzi sta rendendo il governo e il Presidente Erdogan sempre più autoritari, pronti a incarcerare dissidenti e giornalisti e a chiudere testate a lui ostili, e a sventolare lo spauracchio del complotto internazionale per coprire quella che secondo molti analisti è stata la politica estera meno lungimirante in Turchia dai tempi dei Sultani.

 

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