mercoledì, Aprile 14

Erdogan ha perso la scommessa neo-ottomana? Le scelte dopo le Primavere Arabe hanno portato il Paese in un vicolo cieco?

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Ai bordi dell’Europa una delle potenze che nel corso dei secoli ne hanno influenzato la Storia – prima come Impero Bizantino, poi come Impero Ottomano e infine come Turchiaha conosciuto negli ultimi anni una fase di evoluzione, non è chiaro quanto forte e permanente, della propria identità. Dopo aver rivolto per decenni – a partire dalla presa del potere del padre della moderna Turchia, Kemal Ataturk – il proprio sguardo verso l’Occidente, la Turchia ha preso sotto la guida dell’attuale Presidente Recep Tayyp Erdogan una linea più sfumata. Pur rimanendo un membro della Nato – quello col secondo esercito più numeroso, dopo gli Usa -, Ankara ha messo in discussione alcuni di quelli che erano stati fino ad allora i pilastri della propria politica estera: la posizione nei confronti di Israele (la Turchia fu il primo Stato a maggioranza islamica a riconoscerlo) è diventata più critica, a tratti ostile, a fronte di un legame più forte con i gruppi palestinesi, inclusa Hamas; l’alleanza d’acciaio con gli Stati Uniti è divenuta meno forte e, di recente in modo esplicito e duro circa la Siria e l’Isis, le agende dei due Paesi hanno preso rotte divergenti; infine la tradizionale politica regionale del “zero problemi coi vicini” è stata abbandonata e le relazioni coi Paesi confinanti a sud (Siria, Iraq e Iran) si sono deteriorate.

Recep Erdogan, già sindaco di Istanbul negli anni ‘90 – decaduto in seguito a una condanna per la sua protesta contro la messa al bando del partito islamista ‘Refah Partisi’, considerato dalla magistratura una minaccia alla laicità dello Stato –, è il fondatore del partito islamista Libertà e Giustizia (AKP). Dopo aver ricoperto la carica di Primo Ministro dal 2003 al 2014 è successivamente divenuto Presidente. Negli anni in cui l’AKP è stato al governo, i militari – che per molti decenni hanno dominato la politica turca, intervenendo più volte con colpi di Stato per indirizzarla, e che si considerano i guardiani della Repubblica kemalista, laica e filo-occidentale – hanno perso molto del loro potere (nel 2013 furono arrestati a centinaia con l’accusa di stare ordendo un golpe), e molte leggi che reprimevano la libertà religiosa (come quella che impediva alle studentesse di indossare il velo nelle Università del Paese) sono state abrogate. Anzi, si è lentamente cominciato a far passare norme di segno opposto, imponendo a livello generale alcuni precetti della morale islamica. Questa svolta in politica interna (digerita anche grazie a una costante crescita economica) ha avuto, come si diceva, riflessi anche nella politica estera: solidarietà col popolo palestinese, aspro confronto con Israele, minore attenzione verso l’Occidente e l’ingresso nell’Unione europea e anzi uno sguardo attento rivolto verso il Medio Oriente. Un progetto questo da alcuni studiosi definito come “neo-ottomano”, visti i territori (ex province dell’Impero) su cui Ankara avrebbe voluto estendere la propria influenza.

Covata nel primo decennio del secolo, il punto di svolta per questa nuova strategia che porta la Turchia a guardare soprattutto al mondo musulmano sembra arrivare nel 2011, con l’infiammarsi della Primavera Araba. I regimi che avevano retto l’ordine regionale per decenni sembrano destinati a cadere uno dopo l’altro sotto la spinta delle proteste di piazza. Erdogan, sottolineando la vicinanza ideologica tra il suo partito e la Fratellanza Musulmana – l’organizzazione politica, illegale in molti Stati arabi, che propugna l’Islam politico, il pan-arabismo e l’anti-imperialismo, e che in quelle proteste sembrava avere la parte del leone -, abbandona la tradizionale neutralità e schiera la Turchia (in questo affiancata dal Qatar) in questa fase di sconvolgimenti. La vittoria dei moderati islamici in Tunisia e soprattutto quella dei Fratelli Musulmani in Egitto, il peso delle componenti islamiste nella rivoluzione libica dopo la caduta di Gheddafi e l’imminente – allora sembrava – crollo del regime baathista in Siria sembra dargli ragione. Ma nel giro di pochi anni la situazione si ribalta completamente.

In Egitto il colpo di stato del generale Abd al-Fattah Al Sisi riporta al potere i militari e la Fratellanza torna ad essere considerata un’organizzazione terroristica. In Libia la situazione scivola rapidamente nel caos e nella guerra civile, con un Parlamento – quello sostenuto da Ankara – a maggioranza islamista a Tripoli, che si scontra con un altro – laico e riconosciuto come unico legittimo dalla comunità internazionale – a Tobruk. Anche in Tunisia nelle ultime elezioni vincono i laici e il Paese sembra più destabilizzato che mai dalla vicinanza con una Libia in stato di anarchia e dai frequenti attentati – specie contro obiettivi turistici – di tunisini legati allo Stato Islamico. In Siria, infine, la situazione che si viene a creare è una somma di sconfitte per gli interessi strategici della Turchia.

Il regime di Bashar al-Assad, dopo aver a lungo vacillato, sembra ora più stabile, grazie all’intervento dell’Iran prima e soprattutto della Russia poi. La ‘spallata’ non è riuscita e la Primavera araba siriana si è presto trasformata in una proxy-war tra l’Iran (sciita) che difende il suo alleato Assad e l’Arabia Saudita (sunnita) che finanzia, insieme alla Turchia, i ribelli nel tentativo di abbatterlo. Nel caos poi si è infiltrato ed espanso lo Stato Islamico, che ha trovato per lungo tempo nei curdi siriani (supportati dalla coalizione anti-Isis guidata dagli Usa) l’unico avversario capace di contenerlo. Questo groviglio sembra stritolare Ankara in una morsa da cui non è possibile uscire in modo indolore.

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