sabato, Luglio 31

Equilibrismi mediorentali Pechino si appresta a sostituire la presenza americana in Medio Oriente tessendo relazioni 'win-win'

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China Arab

A dieci anni esatti dalla fondazione, la scorsa settimana il CACF (China-Arab Cooperation Forum) ha tenuto il suo sesto meeting ministeriale, attraendo nella capitale cinese i rappresentati della politica estera di 19 dei 21 Paesi membri spalmati tra Medio Oriente e Nord Africa. Tra questi, Giordania, Yemen e Bahrain. Il forum costituisce un canale privilegiato tra Cina e Lega Araba, nato nel 2004 da un’intuizione dell’ex Presidente cinese Hu Jintao in visita al Cairo e oggi più attuale che mai alla luce del progressivo ritiro delle truppe americane dall’Asia Centrale. Un vuoto che Pechino si appresta a riempire con una versione speculare del ‘pivot to Asia’ di Obama con ‘caratteristiche cinesi’; ovvero senza sparare nemmeno un colpo di fucile, ma tessendo relazioni commerciali rigorosamente ‘win-win’. Almeno a parole. Parafrasando quanto affermato dal Presidente Xi Jinping nel discorso d’apertura: «Vogliamo implementare il nostro sviluppo e aiutare gli altri Paesi a crescere».

Nel mese di dicembre, la visita in Medio Oriente del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi era stata accolta con entusiasmo da parte dei Paesi del Golfo, pronti ad afferrare la mano allungata dal Dragone pur di allentare la propria dipendenza economica da Washington. Lo scorso anno i rapporti bilaterali tra il gigante asiatico e la regione hanno toccato i 239 miliardi di dollari, con la Cina principale partner commerciale di nove Stati arabi. Allo stesso tempo, oltre ad essere principale importatrice di petrolio dal Golfo Persico, la Repubblica popolare parrebbe ormai guidare anche la crescita della domanda complessiva di greggio dall’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries)

Alla vigilia del CACF, Wang aveva preannunciato la volontà di Pechino di rafforzare la partnership strategica nei settori in cui la partecipazione cinese ancora langue, irrobustendo la tradizionale cooperazione nel comparto commerciale e degli idrocarburi, aprendo, al contempo, a settori emergenti quali energia nucleare e ricerca spaziale. Nel prossimo decennio, i rapporti virtuosi tra gli aderenti al CACF seguiranno le direttive racchiuse in un nuovo piano di sviluppo dai contenuti non meglio noti, le cui linee guida, tuttavia, rievocano un concetto caro a Xi Jinping. Quello – inaugurato dallo stesso leader cinese nel 2013 in occasione di una visita di Stato in Asia Centrale e nel Sud-est asiatico – che prevede la nascita di una cintura economica lungo rotte terrestri e marittime. Una Via della Seta in chiave moderna, che arriva a toccare zone cruciali come Iraq, Siria, Golfo di Aden e Mar Rosso. Non a caso alcuni mesi fa, Wang Yi ha messo segno la prima visita di un alto funzionario cinese in terra irachena da 10 anni a questa parte.

Come nella migliore tradizione della politica estera cinese, Pechino mira a trainare lo sviluppo dei Paesi del quadrante interessato schiacciando sul pedale degli investimenti per la costruzione di imponenti infrastrutture, inclusi porti, autostrade e linee ferroviarie ad alta velocità. Progetti che in cambio dovrebbero tradursi in nuovi posti di lavoro per la popolazione locale -sempre che la Cina non si porti dietro la propria manodopera come avvenuto in Africa. «Lo spirito della Via della Seta potrebbe diventare una guida nella risoluzione delle complesse faccende regionali e internazionali», così come appare declinata nei suoi principi cardinali di «pace e cooperazione, apertura e disponibilità, reciproco apprendimento e benefici comuni», scrive l’agenzia di stampa ufficialeXinhua’. L’esatto opposto di quanto starebbero facendo alcune Nazioni, che dalla fine della Guerra Fredda seminano discordia sullo scacchiere internazionale, adottando una mentalità a ‘somma zero’ (leggi: Stati Uniti/Giappone).

Per molto tempo la strategia diplomatica cinese in Medio Oriente (e non solo) si è retta sul mantra della ‘non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi’. E questa è anche la ragione per la quale il Dragone è riuscito a instaurare cordiali rapporti con i regimi mediorientali, cavalcando l’insofferenza per l’attivismo americano nella regione all’indomani dell’11 settembre. D’altronde, considerate le sfide a cui si trova a far fronte entro i propri confini (critiche in materia di diritti umani, rapporti con Taiwan e velleità separatiste in Tibet e Xinjiang), con la sua politica estera discreta Pechino si è assicurato ‘non interferenza’ in cambio di ‘non interferenza’. Qualcosa che tradotto in linguaggio spicciolo suona come un «fatevi i fatti vostri che noi ci faremo i nostri». Ma le ‘primavere arabe’ e il conseguente rimpasto al vertice dei governi locali hanno messo in discussione la geometria delle alleanze cinesi nel quadrante. Come scrive l’analista Muhammad Zulfikar Rakhmat sul ‘Diplomat’, ora il Dragone si trova davanti al dilemma se continuare a mantenere un profilo basso o lanciare un proprio ‘pivot’ in Medio Oriente, sfruttando il riposizionamento di Washington nell’Asia-Pacifico.

D’altra parte, l’ingresso nel club dei player globali presuppone responsabilità che trascendono la dimensione puramente commerciale. Sopratutto quando gli interessi in gioco risultano minacciati dalla fragilità politica dei propri sodali. Negli ultimi tempi Pechino ha mostrato una certa intraprendenza nella gestione di dossier caldi come il conflitto israelo-palestinese, per la risoluzione del quale il Governo cinese ha proposto un proprio programma in quattro punti in occasione della trasferta di Abbas e Netanyahu in Cina, nel maggio 2013. Piccolo capolavoro diplomatico targato Xi Jinping. Alcuni giorni fa in un articolo scritto per il ‘China Daily’ il Ministro degli Esteri ha sottolineato «il supporto cinese alla formazione di uno Stato palestinese indipendente», abbracciando la posizione della Lega Araba a controbilanciare l’alleanza tra Washington e Tel Aviv (nonostante Pechino stia affiancando Israele in un progetto audace tra Asia e Europa da 2 miliardi di dollari). E fu sempre per non scontentare gli amici della Lega che nel 2011 il Dragone appoggiò le Nazioni Unite nell’istituzione di una ‘no-fly zone’ sulla Libia, con esiti disastrosi per la propria rete di alleanze nella zona.

Allo stesso tempo, non mancano punti di frizione, come nel caso della questione siriana. Nel 2012 l’organizzazione degli Stati arabi ha privato Damasco del suo ruolo di stato membro «a causa dei recenti scontri in Siria e del modo brutale con il quale il Governo ha represso gli oppositori politici». Pechino, dal canto suo, lo stesso anno ha posto il proprio veto bloccando la risoluzione ONU che avrebbe permesso la rimozione del Presidente Bashar al-Assad, fortemente auspicata dalla Lega. A margine del CACF, giovedì scorso, il Governo cinese ha annunciato 166 milioni di aiuti da destinare ai profughi siriani sparsi tra Giordania e Libano, oltre a 10 milioni per le autorità palestinesi.

Non è certo un mistero che dietro all’atteggiamento proattivo del Dragone nelle zone di crisi si nascondano fini economici. Basta pensare al ruolo risolutore di Pechino nella riappacificazione tra Sudan (membro della Lega, arabo e musulmano) e Sud Sudan (nero e perlopiù cristiano), dopo che 15 mesi di scontri avevano arrestato la produzione di petrolio del giovane Stato meridionale. Pare che ora, con una mossa decisamente insolita, il gigante asiatico stia pensando di inviare in Sudan battaglione di fanteria per sostenere la missione di pace delle Nazioni Unite. Si parla di almeno 850 soldati, un numero particolarmente consistente se paragonato alla piccola unità di protezione spedita in Mali lo scorso anno. «Il supporto di Pechino alle Nazioni Unite è la dimostrazione concreta di come Pechino sia disposto a collaborare attraverso istituzioni multilaterali che non sempre sono associate con la Cina», spiega alla ‘Reuters’ Casie Copeland dell’International Crisi Group. Dettaglio non irrilevante: il 5% delle importazioni cinesi di greggio arrivano proprio dal Sud Sudan.

Ragioni simili alimentano le relazioni di vecchia data (risalenti al 24 settembre 1956) tra la Repubblica popolare e lo Yemen, un Paese volatile, che nel 2012 mise fuori gioco il proprio leader Ali Abdullah Saleh sulla scia della ‘primavera araba’. Alle prese con i miliziani di al-Qaeda, minacciato da gravi carenze idriche, lo Yemen è tra le Nazioni più povere di tutto il Medio Oriente. La sua redditività dipende fondamentalmente dalle esportazioni di oro nero e Pechino lo sa bene. Il colosso petrolifero cinese Sinopec opera nel Paese dal 2005 e ad oggi -assieme a Sinochem Corp.- vanta una produzione combinata di 20mila barili al giorno, l’8% della produzione totale yemenita. Adottando il modello del ‘do ut des’ -ormai ben collaudato nel Continente Nero (ovvero risorse in cambio di investimenti)-, nel 2012 la China National Corporation for Overseas Economic Cooperation ha raggiunto un accordo per lo sviluppo di tre centrali elettriche alimentate a gas naturale, mentre più di recente il Governo cinese ha promesso il proprio aiuto nella costruzione di quattro impianti da 5000 megawatt diesel e a carbone, nelle città di Belhaf e Ma’abar. A ciò si aggiunga la partecipazione a un progetto da 508 milioni di dollari per l’espansione dei porti di Aden e Mokha, che Pechino sosterrà con prestiti agevolati. Come fa notare Muhammad Zulfikar Rakhmat, non sono mancati nemmeno sussidi per gli sfollati degli scontri tra le truppe governative e i ribelli della provincia di Saada, 5 milioni di dollari per le forniture mediche del Chinese Friendship Hospital, 8 milioni per il Ministero della Difesa, oltre a un prestito a lungo termine senza interessi da 30 milioni.

Ma come si diceva, il Dragone non fa nulla per nulla. Sebbene abbia risorse nettamente inferiori rispetto ai vicini mediorientali, lo Yemen rappresenta un partner appetibile, considerata la crescente necessità della Cina di ampliare la rosa dei propri fornitori energetici. L’assorbimento nell’orbita cinese risulta facilitato dalla diffidenza/disinteresse occidentale per uno Stato profondamente instabile. Ma che arroccato sull’estrema punta meridionale della penisola arabica, funge da trampolino di lancio verso il Corno d’Africa, terra di conquista di trivelle e sviluppatori cinesi. Mentre la sua prossimità al canale di Suez assicura al gigante asiatico il controllo di una delle rotte commerciali più battute al mondo.

 

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