giovedì, Maggio 13

Enzo Golino: L'intellettuale abita qui Un grande della cultura italiana si racconta, analizzando il futuro

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 Enzo-Golino

 

Qualche anno fa, Sandra Petrignani scrisse una sorta di affascinante pellegrinaggio fra le grandi esponenti della letteratura mondiale, descrivendone case e luoghi d’elezione nell’ispirato libro ‘La scrittrice abita qui’ (Neri Pozza, 2007).

Mi è venuto in mente che, un po’ plagiando la sua idea, se dovessi sviluppare un itinerario, nel mio caso inter vivos, sulla sollecitazione parallela ‘L’intellettuale abita qui’, la tappa d’avvio dovrebbe essere la casa di Enzo Golino, saggista, critico letterario, giornalista, che io definirei ‘minatore culturale’ per la sua capacità di scavare nel profondo tempi e scritture.

Roma, Parioli, un assolato sabato pomeriggio di maggio. Mi ha portato qui il desiderio di approfondire un coup de foudre mentale, nato in occasione della proiezione del docu-film Un intellettuale in borgata’ di Enzo de Camillis, dedicato a Pier Paolo Pasolini.

Golino, autore, fra l’altro, di ‘Pasolini, il sogno di una cosa’, opera che può definirsi in progress, giacché edita nel 1985 da Il Mulino, poi da Bompiani nel ’92 e, infine, accresciuta e integrata, di nuovo con Bompiani, nel 2005, e di ‘Tra lucciole e Palazzo. Il mito di Pasolini dentro la realtà’ (Sellerio, 1995), era ospite del successivo cineforum e ha svolto un’acuta riflessione sullo scrittore, poeta, regista e, soprattutto, sensibile e profetico osservatore della società italiana che fu ‘PPP’.

Di lì, il desiderio di raccogliere i suoi ragionamenti a più ampio raggio sulla contraddizione di una valanga di libri editi a getto continuo, un esercito di scrittori alacri come kobold e, a fronteggiarli, una sempre più esigua falange di lettori.

Questo era il progetto. La distanza creatasi fra la missione affidatami da ‘L’Indro‘ e l’incontro realmente avvenuto non può prescindere dalla cornice in cui si è realizzato e che ne è diventata co-protagonista: una casa tappezzata di libri, distinti per lingue e per autore con certosina precisione; stanze e stanze e, come racconta la moglie Mimma, quello che stavo vedendo, affascinata come una bambina dinanzi ad una vetrina di sontuosi giocattoli, rappresenta solo una parte del patrimonio di opere raccolte anche in due garage e nella casa di campagna, alcune possedute persino in triplice copia.

Se, poi, a ciò si uniscono anche le comuni origini universitarie napoletane, Facoltà di Giurisprudenza -Federico II, uber alles-  e digressioni su qualsiasi cosa ci venisse in mente, capirete come questa non sia un’intervista, ma una matrioska fra il biografico e l’ironico. Insomma, ancor prima di mettermela a stendere, vi avverto: la formula dell’intervista all’americana sarà per me una vera e propria camicia di Nesso.

 

Golino, perché gl’italiani scrivono tanto?
Molto dipende dall’aumento della scolarizzazione registratosi a partire dal dopoguerra. Prima di allora, era assai diffuso che, in molti non superassero la terza elementare. In tante famiglie non entrava neanche un libro all’anno. Il benessere più o meno diffuso ha portato anche i libri, oltre agli elettrodomestici, nelle case. Eppure, rispetto all’Europa, conserviamo bassi indici di lettura e non ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Ad esempio, più di 31 milioni di italiani, al netto della popolazione sotto i 6 anni, non leggono neanche un libro in 12 mesi.

Il Ministro Dario Franceschini, inaugurando recentemente la Fiera del Libro di Torino, ha tuonato contro la televisione, che dovrebbe risarcire i danni fatti alla lettura.
Il Ministro Franceschini s’informi meglio. E non ne faccio una battaglia di bandiera (per 14 anni ho lavorato in RAI, 7  dei quali alla Direzione dei Programmi culturali, diretta da Fabiano Fabiani). Forse il Ministro dei Beni e delle Attività culturali si riferisce a una televisione che, in parte, ha perso il senso della propria missione pedagogica. Hanno prevalso, invece, le sirene dell’intrattenimento e della commercializzazione (come in parte è giusto). Non si può fare una tv a senso unico, con l’esclusivo impegno in programmi di alta cultura. In precedenza, la RAI aveva dato un contributo decisivo all’alfabetizzazione del Paese e la recente fiction sul maestro Alberto Manzi, interpretata da Claudio Santamaria, ne rappresenta la dimostrazione. Sono stato partecipe di uno scorcio di quell’epoca ed ho ideato alcune trasmissioni culturali, anche se preferivo lasciare spazio e visibilità ai collaboratori interni ed esterni, perché sono convinto che chi dirige ha il dovere di valorizzarli e motivarli.

Ci racconta un po’ quest’epoca di forte impegno culturale di cui è stata protagonista la televisione?
Sono entrato per concorso in RAI nel ’62, dopo un brevissimo periodo alla Olivetti, che, da poco morto Adriano, era ancora permeata dal suo spirito e dava grande spazio agli intellettuali. Alla RAI vi ero arrivato grazie al modus operandi di reclutamento di giovani laureati dell’allora Direttore Generale Ettore Bernabei, che, per assicurarsi collaboratori di livello, inviava in giro per l’Italia un funzionario, Paolo Gonnelli, presso giornali, riviste culturali e Università. I giovani reclutati, seguivano, poi, un corso per l’immissione nel settore organizzativo dei programmi, dopo aver superato un esame finale, la cui Commissione giudicatrice era composta, fra gli altri, da personalità del calibro di Attilio Bertolucci e Geno Pampaloni. A me, per sette anni, è toccato il varietà. Ho conosciuto Mina e tutti i mostri sacri dell’epoca, lavorando in via Teulada alla produzione dei programmi d’intrattenimento dell’epoca.

Come mai cambiò lavoro in RAI? All’epoca, si realizzavano grandi programmi di varietà.
Avvenne per un intrecciarsi di circostanze: era il 1969 e fu creata la Direzione dei Programmi culturali che fu affidata a Fabiano Fabiani, proveniente dal Telegionale. Andrea Barbato mi presentò a Fabiani che mi propose di trasferirmi nella sua Direzione per dirigere il Servizio Lettere e Arti. In quella veste, mi occupai delle trasmissioni culturali, come ‘Tuttilibri’ di Giulio Nascimbeni, o le 5 puntate, andate in onda nel 1974, di ‘Parlare Leggere Scrivere’, che Aldo Grasso ha definito ‘Una battaglia per la lingua italiana negli anni Settanta’, programma che sono stato molto fiero di aver pensato. Ne furono autori Umberto Eco e Tullio De Mauro, e vi collaborò anche Enzo Siciliano. Il regista fu Piero Nelli, lo stesso che esordì nel 1952 col bel film, ‘La pattuglia sperduta’, un innesto fra neorealismo e film storico, che racconta la storia di una pattuglia di 8 piemontesi, durante la guerra con l’Austria del 1849. Il nostro programma spaziò dalla Carta di Capua -il protodocumento scritto di un italiano ormai emancipatosi dal latino-  fino all’esplosione tecnologica nel linguaggio più o meno contemporanea al programma. Ad esso vanno ad aggiungersi anche il programma ‘C’è musica e musica’, in 12 puntate, di Luciano Berio e la collaborazione di Vittoria Ottolenghi, che fu lui stesso a presentare, e la rubrica ‘Settimo giorno’, affidata alla scrittrice Francesca Sanvitale, anche lei funzionaria della RAI.

Poi, però, poco dopo, lei andò via dalla RAI …
Dal 1965 collaboravo con ‘L’Espresso‘ e mi presi, nel ’66, anche un trimestre sabbatico dalla RAI, per partecipare ad uno dei seminari internazionali, un’iniziativa che, il suo ideatore, Henry Kissinger, presentatomi a Roma da Furio Colombo, destinava a quelle che definiva, ironicamente, le ‘Emerging Stars’ della letteratura europea. Harvard mi mostrò davvero un ‘mondo perfetto’ per gli intellettuali, con la biblioteca accessibile a qualsiasi ora del giorno e della notte e un ambiente permeato di cultura, in un campus bellissimo. Che nostalgia…

Che ci abbia lasciato il cuore, lo attesta il briciolo di commozione con cui mi mostra una foto di gruppo, in cui, lo confesso ora, non lo riconosco, mentre, invece, individuo sia Kissinger sia un giovanissimo Ted Kennedy. Siamo entrambi inclini a inseguire i vicoli della conversazione e mi sto sforzando qui, sul computer, di eliminare dall’intervista le tante sollecitanti digressioni.

 

Torniamo all’addio alla RAI
Nel novembre del 1975, mi telefonò Eugenio Scalfari, con cui avevo una frequentazione di lunga data, proprio grazie alla mia collaborazione con ‘L’Espresso‘. Scalfari mi comunicò di voler fondare ‘La Repubblica’ e mi chiese di seguirlo in questa nuova avventura. Gli domandai: ‘Perché un quotidiano?’. Riferendosi al tipo di lavoro di un settimanale come ‘L’Espresso‘, mi rispose: ‘Mi sono stancato di fare un giornale con le notizie del giorno dopo’. Cosicché, all’uscita in edicola del quotidiano, il 14 gennaio 1976, mi ritrovai al timone delle sue pagine culturali. Lo sono stato fino all’agosto 1977, quando assunsi, invitato dal Direttore Piero Ottone, la carica di redattore capo di Cultura e Spettacoli al ‘Corriere della Sera‘. Ricordo ancora il primo incontro che ebbi con Ottone, all’Hassler… Mi colpì che entrambi eravamo vestiti di lino chiaro. E al Corrierone rimasi fino a che, nel 1979, apparve l’ombra lunga della P2 e Franco Di Bella sostituì Ottone, considerato ‘ingovernabile’ dal ‘Piano di Rinascita democratica’ stilato da Licio Gelli, Gran Maestro della P2 nel 1976.


Divagazione doverosa: le uniche pareti libere da libri, in casa di Enzo Golino, sono occupate da un ‘intrigante’ guardaroba a muro, con ante tappezzate in delicati motivi provenzali. ‘E’ la mia biblioteca da indossare’, mi dice, mostrandomi (e lo fa con pochi…) il suo raffinato guardaroba – 150 camicie… lo adoro! –, scarpe divise per colore e occasione, abiti confezionati dalla straordinaria scuola sartoriale napoletana, miriadi di cravatte. Mi viene in mente qualche scena del film di Giuseppe Tornatore ‘La migliore offerta’ e il godimento intellettuale che mi dà l’estetica. Napoli ha una tradizione in fatto di haute couture maschile che ha solo analogie londinesi (forse) e la testimonianza di una grandeur di signori raffinatissimi… un mio antenato degli inizi del ‘900 mandava a stirare le sue camicie a Savile Row, tempio della moda londinese… Dopo l’ennesima deviazione, ci richiamiamo all’ordine…

 


Allora, perché tanti scrittori e così pochi lettori?
Perché, paradossalmente, scrivere è più facile che leggere e nessuno ti giudica, se non in famiglia e tra gli amici, finché non porti il testo ad un editore; anzi, neppure allora, se si pensa al fenomeno di molti scrittori editi a pagamento da piccoli editori di provincia. Però, se un’opera vale, i comitati di lettura e gli editor delle case editrici hanno tutto l’interesse a pubblicarla e a propiziarne il successo.

E i premi letterari?
Dai più importanti e rinomati a quelli di nicchia, hanno un loro ruolo. Molti anni fa, un famoso critico tv contestò la nascita di un premio letterario in una piccola città. Il mite Sindaco osservò che era meglio un premio letterario che un’ennesima sagra del carciofo.

In fondo anche i carciofi, come i libri, hanno una foliazione e, talvolta foglie e fogli possono essere spinosi …
Ottima osservazione! Se permette, l’annoto mentalmente per ripeterla, citando la fonte.

Dove va il libro?
Potrei cavarmela con una citazione ironica (NdR: di Riccardo Pazzaglia – Napoli, ça va sans dire… -): ‘Ah, saperlo!’ E’ difficile fare previsioni. Il libro è un oggetto tecnologicamente perfetto, sta in valigia con scarso aggravio di peso; secondo le dimensioni persino in tasca e si può portare ovunque, con sé…

Ora che ci sono gli ebook, poi
Lì è una questione di attitudine e di disposizione mentale e sentimentale. Per chi riesce ad usare il Kindle, in quanto abituato allo schermo del PC, è tutto più semplice. Io lo trovo fastidioso, persino spoetizzante… Sarà una questione tattile; sarà che la carta mi sembra avere una funzione di medium invitante, trasmettendomi empatia grazie al contatto fisico. Non vorrei apparire un passatista, ma sospendo il giudizio finché Kindle ed ebook saranno penetrati nelle scuole di ogni ordine e grado. Il che, lo dico un po’ da nostalgico, per le ragioni che ho appena esposto, credo che avverrà presto. Caterina, la mia nipotina di tre anni, ha una impressionante familiarità con la tastiera del computer, come, del resto, molti bambini della sua età …


Mica è finita qui… m’impiccio fra le librerie e inciampo nelle opere di Domenico Rea, mio concittadino di Nofi, scrittore vincitore dello Strega nel 1993 – con ‘Ninfa Plebea’ (Mondadori 1992) -, che io, che caratterialmente non apprezzavo, considero la sua opera migliore, anche perché, a differenza delle altre, ritrae persino personaggi ‘positivi’. Si avvia il discorso su di lui e, frutto di quest’intervista, vi è il proposito di progettare un’iniziativa su questo scrittore così sanguigno e controverso, nel ventennale della scomparsa, avvenuta il 26 gennaio 1994. Rea è sepolto al Cimitero di Nocera Inferiore, nella Cappella del professor Giuseppe Angrisani.
L’Indro è sempre una fucina d’idee…  

 

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