martedì, Settembre 28

Enrico Filippini, il più grande di tutti

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Era nato in Ticino, a Cevio, cinquecento persone al centro della Valle Maggia, il vanto di un villaggio rurale seicentesco rimasto intatto, un borgo dove si nasceva tanto raramente da non immaginare nemmeno, poi, come uscirne. Enrico Filippini veniva quei bei luoghi lì, dove i turisti si inseguivano tra vallate e torrenti, dove lui avrebbe studiato fino alla maturità federale, tra un esame e l’altro pensando a dove mai sarebbe potuto andare a vivere. E a fare che. E in quell’adolescenza scandita dall’irrequietezza, gli capiterà d’incontrare una fanciulla che dimora a Losone con un padre filosofo e un fratello calciatore. Non tanto per dire, dato che Hannes Schmidhauser sarà nazionale svizzero durante i mondiali del 1954. Quanto a Ruth, il cinema ruberà la bellezza e la libertà che incarnava, ma prima di tutti a lei arriverà Enrico, detto Nani, e sarà l’amore tra due ragazzini. «Non puoi immaginare da che passione sei nata!» scriverà Nani alla figlia Concita mentre il male sta cominciando a invaderlo.

Ebbene, tra quel primo fulmine e il suo ultimo soffio trascorrono trentasei anni pieni di esperienze, di emozioni, di errori, di esagerazioni, le ‘e’ di Enrico, che da intellettuale viaggiò nelle congiunzioni della cultura, fungendo da vocale connettiva tra le pagine dei suoi lettori e gli universi filosofici, letterari e artistici che poteva e sapeva frequentare come nessun altro. Racconterà all’amico Claudio Nembrini di aver lavorato come maestro elementare nelle scuole di Ascona, trovandosi a proprio agio coi bambini ma molto in difficoltà con le regole didattiche vigenti in quel cantone. Le notti, invece, Nani se le godeva appieno, forse in omaggio a quella stessa cittadina da cui, per il Monte Verità, salivano e riscendevano quei nudisti vegetariani che proprio lì, al tramonto dell’Ottocento, avevano fondato una comunità proto-hippy. Ma a Filippini tutto va un po‘ stretto, per cui decide di frequentare Berlino e Zurigo, dove sono ancora molto lunghe le ombre di Hannah Arendt, di Bertold Brecht, di Carl Gustav Jung e di Max Frisch, che in quel decennio pubblicherà ‘Homo faber’, il suo capolavoro. Cominciavano a dare i loro frutti le tante letture di Nani nella biblioteca del suocero filosofo, e i suoi interessi in nuce per la letteratura, il cinema e il libero pensiero.

Eppure, sulla sua esistenza Nani gravava un grande principio di indecisione. Non sapeva esattamente cosa fare… Da un lato egli subiva fortemente l’attrattiva dell’Italia anni Cinquanta, e con ciò la sua alta conflittualità sociale e politica, dall’altro vi era il richiamo a una vita tranquilla, magari formando un bel famiglione, girando su un trattore e sbevazzando nei grotti con gli amici. Tuttavia l’irrequietezza della Repubblica italiana ebbe la meglio. A Milano ci arrivò in treno e iniziò a domandarsi cosa diavolo fare. Divagando per il centro città, Filippini s’‘imbatté nel “Collegio delle fanciulle”, o almeno così era chiamata l’Università. La frequentò con profitto e capì che la filosofia era davvero una delle sue passioni, indorata da un caposcuola del livello di Antonio Banfi, che in quei mesi lavorava a ‘La filosofia critica di Kant’. Epperò lo spettacolo era piazzato a pari merito nel suo cuore; il destino a suo favore porterà il nome di Italo Valenti, un pittore che frequentava porta Ticinese e che lo introdurrà a Giorgio Strehler. Fu così che Nani assistette alle prove de ’La Villeggiatura’… «Sicché mi dividevo: la mattina frequentavo l’università con grande assiduità nonostante la mia fama di irregolare, di pomeriggio mi seppellivo nella fossa del Piccolo Teatro e a sera tarda tornavo a casa.»

In una cameretta in affitto condivisa con un pizzaiolo barese, Filippini studiava Hegel e aspettava l’occasione buona. Che arrivò quando Feltrinelli gli offrì il primo contratto. Per molti anni, fino al 1968, Filippini fu il grande protagonista di un miracolo editoriale. Un impegno che egli spese soprattutto in favore degli autori di lingua tedesca, da Uwe Johnson a Günter Grass, al già citato Frisch, a Friedrich Dürrenmatt, per poi incuriosirsi alla letteratura latino-americana e scoprire Gabriel Garcia Marquez. Ma non basta, il Gruppo 63 sarà farina del suo sacco e di un’esperienza precedente da lui ben conosciuta. Così infatti ricorda Federico Pietranera: «L’idea di fondare un gruppo di letteratura sperimentale fu lanciata dallo stesso Filippini, reduce da una riunione a Berlino del tedesco Gruppo 47; l’intento era semplicemente quello di fare un seminario letterario, in cui gli autori di ispirazione neoavanguardista avrebbero letto e commentato i propri testi, anche se, di fatto, la polemica con l’establishment letterario si gonfiò.» E ancora la sua straordinaria attività di giornalista sulle pagine de “la Repubblica”, che illustrerà con articoli e interviste eccellenti, con uno stile di scrittura insuperabile, con una capacità assolutamente unica di parlare da pari a pari con i giganti della cultura europea.

Enrico Filippini, uno spettacolo a lui dedicato lo ricorderà dal 10 al 15 febbraio all’Out Off di Milano, una delle cattedrali del teatro di ricerca italiano degli ultimi cinquant’anni. E sul palco sarà l’estate del 1988. Nella stanza di una clinica, in penombra, un padre e una figlia si abbracciano e iniziano a raccontarsi pezzi di vita. Nessuna tristezza aleggia in quel luogo da dove, entrambi lo sanno, lui non uscirà più.

Sono i giorni della memoria e della leggerezza, ritmati da visite continue al capezzale di questo raffinato intellettuale svizzero-italiano. Visite di donne amate (ne ebbe molte e sempre fu ricambiato per via di una sensibilità più femminile che cacciatrice), di amici che non si rassegnavano, visite della memoria. Gli è accanto Concita, che dopo anni si ritrova accanto al padre tanto cercato e atteso. E per Nani, in quei giorni, sarà persino bello ripercorrere le orme di ragazzo, rivedere scorci di vita vissuta, ripensare una società per la quale “Cultura” suonava come una parola importante, forse la più importante di tutte.

«Eravamo a una festa a casa di Max, a via Margutta, Ingeborg era furiosa perché invece di intrattenersi con gli ospiti, Max era in un’altra stanza e ti stava insegnando a giocare gli scacchi; poi ti sei addormentata… Verso le tre del mattino un po’ sbronzo ti ho portata a casa di Ruth, e nella macchina a un certo punto ti sei svegliata e hai detto ‘Nani attento al palo!!!’ e io all’ultimo secondo sono riuscito a schivarlo.»

Dev’essere bello ripensare a un padre così. E per noi altri averlo letto, amato, rimpianto: Enrico Nani Filippini, il più grande di tutti.

 

 

 

 

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