sabato, Settembre 18

Energia, il Messico svolta field_506ffb1d3dbe2

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Manlio Fabio Beltrones, Coordinatore dei Deputati del Partido Revolucionario Institucional (PRI), l’aveva già sostenuto a metà novembre: le sei sessioni rimanenti del periodo legislativo ordinario sarebbero state più che sufficienti per approvare le due riforme mancanti al primo anno di Governo di Enrique Peña Nieto, vale a dire quella politico-elettorale e quella energetica. Certo, il politico priista non poteva immaginare gli ostacoli che si sarebbero interposti lungo il percorso che portava alla data fatidica del 15 dicembre, vale a dire che l’approvazione della riforma elettorale, necessaria per ottenere il consenso del PAN (Partido Acción Nacional) su quella energetica, sarebbe stata compromessa proprio a causa di quest’ultima, fortemente osteggiata dal Partido de la Revolución Democrática (PRD). E, tuttavia, proprio la riforma che intende aprire il monopolio petrolifero statale agli investitori privati, in special modo esteri, dopo aver monopolizzato l’attenzione della politica nazionale sin dalla firma del Patto per il Messico,  è stata approvata sul filo di lana, il 13 dicembre.

Paradossalmente, i primi a non credere che ciò fosse possibile sembravano essere proprio i Deputati del partito di Governo: «Noi vogliamo che sia prima del 15, ma, in caso contrario, è prevedibile che vi sia un periodo straordinario, immediatamente», aveva infatti dichiarato il leader del PRI, César Camacho, già il 23 novembre. In quel caso, sarebbe stato necessario proseguire la discussione nei due mesi precedenti l’apertura della nuova sessione, prevista per febbraio: una possibilità evitata prima dal Senato, con una sessione durata venti ore (la più lunga della storia messicana), poi dalla Camera dei Deputati, in un tempo simile, ma stavolta dettato dal disperato ostruzionismo da parte dell’opposizione. In effetti, se il dissenso di PRD, Movimiento Ciudadano (MC) e Partido del Trabajo (PT) si era manifestato presso la Camera alta attraverso una discussione degli articoli costituzionali interessati dalla riforma, che però non aveva portato a nessun emendamento, lo scontro al Palazzo Legislativo di San Lázaro è stato caratterizzato da un vero e proprio ostruzionismo fisico’, con la sinistra ad impedire l’accesso all’aula principale.

Per contro, una volta individuata un’aula alternativa, la maggioranza favorevole alla riforma ha adottato a sua volta una strategia poco ortodossa per ottenere la riforma entro la data fatidica del 15 dicembre. L’approvazione, con 354 voti a favore e 134 contrari, è stata, infatti, realizzata in «fast track», cioè utilizzando una sola sessione anziché le due previste dal regolamento, un’infrazione concordata da PRI, PAN, PVEM (Partido Verde Ecologista de México) e Nueva Alianza a fronte delle proteste dell’opposizione, che ha parlato di «dittatura legislativa». Ciononostante, proprio PRD, MC e PT si sono uniti alla discussione ed alla votazione della riforma nella sede di ripiego, tacciando al momento del voto i parlamentari del PRI come «traditori della patria», salvo poi essere apostrofati loro stessi al momento di esprimere i propri 134 dissensi. Ma né questi, né le manifestazioni fuori dal Palazzo Legislativo hanno potuto evitare l’approvazione del testo, successivamente ratificata dai Parlamenti di almeno 24 Stati e promulgato definitivamente da Peña Nieto venerdì scorso.

Tuttavia, la mobilitazione contraria alla riforma energetica non è arretrata e sta cercando nuove modalità per evitare la sua implementazione. In particolare, il PRD sta cercando di ottenere un referendum per il 2015: «Da qui, ora, diciamo al Governo che su una questione così trascendente come questa, che riguarda la privatizzazione e la consegna di petrolio ed elettricità agli stranieri, noi cittadini vogliamo essere consultati», è stato l’annuncio del fondatore del partito Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, figlio del Presidente che nazionalizzò il petrolio messicano nel 1938. L’aggettivo ‘trascendente’ non è casuale: attualmente è, infatti, al vaglio del Senato una Legge Federale di Consultazione Popolare che, regolamentando l’articolo 35 della Costituzione, ammetterebbe a questo tipo di verifica i temi di «trascendenza nazionale». Nel frattempo, però, lo stesso PRD ha sostenuto che non può essere una legge di quel rango a negare un diritto sancito comunque a livello costituzionale, ed ha inoltre lanciato un Piano di Azione in Difesa del Petrolio, firmato con varie organizzazioni della società civile e consistente nell’impegno ad intensificare le azioni di opposizione. La prima è prevista già per il 31 gennaio, quando si terrà una ‘grande marcia’. Ma non solo: in previsione del possibile referendum nel luglio del 2015, il partito guidato da Jesús Zambrano Grijalva è intenzionato ad avviare un’intensa campagna informativa.

Nonostante questi sforzi, il fronte di opposizione alla riforma sembra soffrire di alcuni problemi nella propria coesione. È il caso, ad esempio, del Movimiento Regeneración Nacional (Morena), che ha detto di rispettare le azioni decise dagli altri partiti di sinistra, ma che perseguirà «un proprio piano di azione», consistente in una lotta pacifica per mezzo di azioni legali. Il Presidente nazionale, Martí Batres, ha infatti rivelato che, attraverso un gruppo di avvocati, il movimento sosterrà ricorsi di amparo (un tipo di tutela dei diritti costituzionali) individuali e collettivi contro la riforma e che verrà impugnato ogni appalto o contratto avviato nel settore energetico. Con queste azioni, Morena dovrebbe riuscire anche a superare le difficoltà incontrate dopo l’infarto del suo leader, il carismatico ex candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador, ricoverato per un infarto occorsogli nel corso delle contestazioni precedenti il voto sulla riforma. Un duro colpo, che non ha impedito la prosecuzione degli ‘assedî’ alle sedi istituzionali ma che è già stata definita una «calamità addizionale» a una sinistra che, come si vede, fatica a stare unita anche in un tale frangente.

Così, mentre proseguono le ratifiche statali alla riforma (benché, come si è detto, il limite minimo costituzionale di 24 approvazioni sia già stato raggiunto), Peña Nieto ha già promulgato il testo della riforma sul Diario Oficialed ha già comunicato che a breve proporrà le leggi secondarie necessarie all’implementazione. Secondo il Presidente, l’approvazione della riforma permetterà una crescita più rapida per il Messico  -che nel suo primo anno di Presidenza sta, però, attraversando una fase di rallentamento-    e genererà, così, impiego e competitività industriale, oltre a possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche senza che lo Stato debba indebitarsi. Intervistato da ‘Foreign Affairs’, il Presidente ha infatti confessato di attendersi un ritorno a tassi di crescita del PIL pari al 4-5%, contro l’attuale 1,3%, conformemente alle precedenti esperienze di privatizzazione attuate in Colombia e Brasile.

Questi effetti virtuosi, comunque, risultano già ad oggi necessari per garantire legittimità all’ostinazione presidenziale nel conseguire lo storico cambiamento nel settore energetico. Innanzitutto, perché, come si è visto, esiste un ampio fronte di opposizione che nel corso del prossimo anno cercherà di battere ogni strada per impedire quella che è avvertita come la rinuncia alla sovranità energetica. Ma anche perché, nel modificare l’assetto della Pemex, il PRI ha dovuto sopprimere i cinque posti del Consiglio Direttivo destinati al Sindacato dei Lavoratori Petroliferi della Repubblica Messicana (STPRM): una condizione irrinunciabile posta dal PAN per l’appoggio alla riforma e che sembra descrivere un’ulteriore svolta storica nel panorama messicano, in questo caso in chiave politica. Nonostante la corruzione che lo affligge, coi suoi 130.000 tesserati il STPRM è sempre stato tra i più influenti alleati del PRI, che, però, sembra ormai sempre più orientato a cercare l’appoggio del mondo industriale. In particolare, di quello delle imprese transnazionali, ossia, le più interessate alla liberalizzazione del settore energetico messicano.

 

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