domenica, Maggio 9

Enea e la lupa: miti di Roma field_506ffb1d3dbe2

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Si è svolta all’Istituto Svedese di Studi Classici in Roma la XII Lectio Boëthiana’, tenuta da Adriano La Regina, profondo conoscitore delle antichità romane e italiche, col titolo ‘Enea e la lupa: mitografia moderna sul tema delle origini’.

 

La conferenza si ispira alla figura di Axel Boëthius, celebre archeologo interessato al mondo etrusco, nominato nel 1926 direttore dell’Istituto Svedese, che aveva sede prima in alcuni locali a via del Boschetto, poi a Palazzo Brancaccio e solo dal 1940 nel vasto edificio a Valle Giulia. Boëthius mantenne tale incarico fino al 1935, dedicandosi all’insegnamento accademico e ad alcuni scavi in Italia; poi tornò a dirigere l’Istituto tra il 1952 e il 1953 e ancora tra il 1955 e 1957.

 

Adriano La Regina ha voluto delineare alcuni aspetti del tema delle origini di Roma, sotto il profilo mitografico, ma anche col sostegno degli studi e degli scavi più recenti a Lavinium e dintorni, soffermandosi su alcuni monumenti legati alla figura di Enea, primo eroe fondatore nella tradizione romana. Tali monumenti sono la basetta con dedica ai lari dal santuario della Solforata e l’heroon di Enea nell’area sacra scoperta nei pressi di Lavinio, che richiedevano un’ulteriore disamina alla luce dei nuovi ritrovamenti. Essi sono stati considerati essenziali per definire la religiosità latina connessa al culto di Enea. Le scoperte archeologiche effettuate nel 1974 «avevano cambiato in modo sostanziale la documentazione in nostro possesso», secondo gli studiosi.

 

Il santuario della Solforata, distante sei chilometri da Lavinium e non lontano dall’incrocio con la via Ardeatina, fu costruito tra il V e il IV secolo a.C. e la iscrizione esaminata da La Regina appare interessante, anche se in un materiale poroso come il peperino che ne rende difficile la lettura. Margherita Guarducci, nota epigrafista, vi leggeva una dedica al progenitore Enea, come attestazione del suo culto a Lavinio nel IV secolo, poi modificò la lettura in Aenia comunque inerente ad un testo relativo al culto di Enea. Questa interpretazione fu contestata dal Kolbe che vi vedeva una semplice dedica di una donna ad un solo lare. L’identificazione di Guarducci ebbe più successo nel tempo, ma La Regina sembra propendere per l’ipotesi di Kolbe, salvo la differenza nel nome femminile della dedicante e la dedica a più lari, cosa che troverebbe conferma nei cippi rinvenuti a Pesaro e nell’interpretazione di Palmer che scioglie al plurale l’abbreviazione ai dedicanti. Questo monumento, quindi, per il relatore non avendo nulla a che fare col culto di Enea, attesta che il sito non è uno dei luoghi propri dell’eroe nel Lazio.

 

L’heroon di Enea a Lavinium (monumento eretto per venerare la memoria dell’eroe), rinvenuto nel 1968, è stato studiato da Paolo Sommella che nel 1972 lo ha identificato nella tomba di Enea sulle coste del Lazio descritta da Dionigi di Alicarnasso. Il monumento, che si trova a circa 100 metri dal santuario comunemente detto ‘delle tredici are’, è più antico di quello, ma ne fu inglobato. Varie sono le interpretazioni della funzione del santuario in antico, ma il culto principale era da ricondurre a quello dei Dioscuri.

 

Il tumulo, alto 18 metri, era destinato ad una sepoltura principesca con una tomba a cassa rettangolare, nel 580 a.C. sono stati inseriti in esso due vasi, uno dei quali in bucchero, che segnalano l’inizio di un’attività cultuale nei confronti della sepoltura. Essa sarebbe la premessa della successiva trasformazione del tumulo in heroon, in occasione della fondazione del vicino santuario. Nulla dimostra per La Regina che si tratti di un rito consacratorio, ma sembra più verosimile la proposta di Galinsky secondo il quale i vasi sarebbero stati deposti per un rito espiatorio a seguito di una violazione intenzionale (o casuale) della tomba secondo un’usanza documentata in Grecia, per esempio nell’agorà di Atene. Negli ultimi decenni del IV secolo il tumulo è stato trasformato in un cenotafio, aprendo un grande corridoio di accesso ad una cella, chiusa da una porta di pietra, che ha comportato la distruzione della tomba originaria.

 

Tale trasformazione è avvenuta in occasione del trattato di alleanza tra Roma e Lavinio. Il santuario ‘delle tredici are’ è stato abbandonato nel corso del II secolo, con un seppellimento voluto degli altari che ha coinvolto anche il cenotafio, privo di interventi conservativi dopo l’abbandono dell’area sacra, e progressiva perdita di importanza fino in età augustea, che pure recuperò, con il poema di Virgilio, la venerazione del culto di Enea, progenitore di Roma. Per La Regina non si deve perciò riconoscere in questo heroon quello visitato da Dionigi da Alicarnasso, che lo descrive non in stato di abbandono, ma circondato da ordinari filari di alberi degni di essere ammirati. Resta comunque un cenotafio, dedicato ad una figura eroica, per la quale si eseguivano pratiche rituali.

 

Dionigi da Alicarnasso si sofferma sulla morte di Tito Tazio a seguito di una congiura degli Optimati, abitanti di Lavinio, che intendevano vendicarsi dell’uccisione dei loro ambasciatori perpetrata dai Sabini di Tazio. Se Romolo aveva consegnato i responsabili dell’eccidio ai Lavinati, Tito Tazio li aveva poi liberati prima che questi giungessero a Lavinio. A Roma Tito Tazio era oggetto di culto nel Laureto dell’Aventino, dove tradizionalmente si poneva il suo sepolcro, secondo Varrone chiamato così in suo onore perché ucciso dagli abitanti di Lauretum, mentre è riportato da altre fonti che magistrati romani facevano una visita annuale a Lavinio per il culto dei Penati legato a quello di Enea, che però non si svolgeva presso l’altro tempio legato ad Enea in zona, quello di Sol Indiges sulla costa, presso la foce del fiumicello Numico.

 

I Penati sarebbero infatti identificati con i Dioscuri da Dionigi di Alicarnasso, che avrebbe così accolto una tradizione che poneva l’uccisione di Tito Tazio presso gli altari del santuario dei Dioscuri.

 

Lo storico Tito Livio conferma la presenza di Tazio per un sacrificio a Lavinio, ma non dice che vi si recò con Romolo per tentare di convincere i Lavinati a perdonare il delitto commesso dai Sabini verso gli ambasciatori, né che il suo omicidio avvenne presso il tempio dei Dioscuri. Questa vicenda ci ricondurrebbe al cenotafio di Lavinio, dedicato, quale atto di riconciliazione tra Roma e quella città, a Tazio, poi sepolto altrove, in Roma sull’Aventino. Il suo abbandono dopo il II secolo a.C. non sarebbe potuto avvenire se fosse stato un monumento dedicato ad Enea, mentre si spiega per Tito Tazio, per il quale poteva essere sufficiente anche soltanto il sacrificio solenne che si teneva presso il sepolcro sull’Aventino.

 

Enea approdò in Italia sulla costa Laurentina, poi compì un sacrificio al santuario di Sol Indiges presso il Numico, oggi il Fosso di Pratica di Mare dove gli scavi si svolgono da anni. In questo luogo sono stati messi in luce due templi, presso uno dei quali vi sono due altari del V secolo, orientati l’uno ad est e l’altro ad ovest, secondo la testimonianza di Dionigi da Alicarnasso che parlando dello sbarco di Enea descrive un santuario del Sole vicino ad un altare, dove Enea avrebbe sacrificato al Sole per ringraziarlo e trovato la sorgente per dissetare i troiani che lo avevano seguito. Il luogo di culto latino di Sol Indiges alla foce del Numico, venne trasformato in fortezza marittima dopo il 338 a.C. ed il tempio di età medio repubblicana venne rinnovato nella decorazione in età augustea. Indiges è da intendersi quale identificazione di Enea, secondo l’appellativo datogli dal figlio Ascanio, che gli aveva dedicato un tempio.

 

Per quanto riguarda la figura di Romolo, sono state considerate quattro iscrizioni su colonnette di peperino con nomi di divinità romane, rinvenute nell’Ottocento sopra il Tempio di Giove Statore sul Palatino presso le Uccelliere farnesiane. Nelle dediche compare un Remureine che andrebbe ricollegato con Remo e anche Anabestas, divinità arcaica o gruppo di più divinità di cui non è rimasta però memoria. Tra le interpretazioni prive di fondamento al riguardo, vi è quella relativa a dei cippi utili a delimitare lo spazio quadrato sul Palatino dove Remo avrebbe violato il confine del gemello. Le colonnette per La Regina sono invece esemplari arcaizzanti di età claudia, in connessione col tempio di Giove Statore ricostruito in epoca imperiale. Esse sono sostegni di offerte votive, simili a quelli in uso nei luoghi di culto del II secolo a.C., come quelle del Portico della Domus Pubblica di Pietrabbondante, dove le colonnette sostenevano rappresentazioni aniconiche di divinità.

 

Passando alla ‘Lupa’ Capitolina, celeberrima opera bronzea tra i simboli noti di Roma, per anni essa è stata considerata un capolavoro dell’arte antica, ma le recenti analisi tecniche eseguite durante il restauro da Anna Maria Carruba hanno permesso di attribuirla all’epoca medievale. Esse consentirono alla studiosa di riconoscere la tecnica di fusione come non antica e altri aspetti formali, quali la rifinitura delle superfici, come caratteristici della esecuzione in età medievale. Tali aspetti sono stati avversati negli ambienti accademici italiani, ma le scoperte furono confermate dalle indagini fisiche svolte per cinque anni sull’opera, da quelle al radiocarbonio, ripetute più volte, sulle terre di fusione rimaste all’interno della ‘Lupa’ che hanno dato come risultato che il bronzo è stato fuso tra gli anni 1021 e il 1152 e non nel V secolo a.C. (caso analogo al ‘Grifo’ di Perugia, che le analisi avevano datato tra il 1250 e il 1270, suscitando molte critiche, ma il ritrovamento di un documento d’archivio ha alla fine dimostrato che l’opera era stata fusa nel 1274, esattamente come risultava dal radiocarbonio).

 

Di fronte all’evidenza della errata datazione antica, si è anche avanzata l’ipotesi, non confermata, che la ‘Lupa’ fosse il calco medievale di un antico bronzo etrusco. L’attribuzione dell’opera all’arte etrusca risale al Winckelmann, e le successive indagini storiche hanno dimostrato altre analogie con l’arte antica (etrusca, greca, romana). Dopo il ritrovamento a Veio del tempio di Apollo e Ercole, accostamenti stilistici portarono nel 1919 ad attribuire il bronzo alla cerchia di Vulca, datandolo intorno al 500 a.C., ma i tempi erano maturi perché la ‘Lupa’ si trasformasse da simbolo della Roma antica a quello di tenore nazionalista, come l’aquila. Il bronzo, non più greco, ma considerato etrusco risalente agli anni 470- 80, superò lo stadio di evoluzione artistica di quel tempo e divenne simbolo di italianità.

 

In un recente libro sulla ‘Lupa’ del 2011 si dà perfino una storia fantasiosa della Lupa che stava nel Lupercale, poi finita a Costantinopoli per decorare la spina del circo, da dove sarebbe stata rimossa dai Crociati nel 1042 per essere fusa. Essa sarebbe arrivata lì dopo essere portata a Cartagine dai Vandali di Genserico nel Sacco di Roma del 455, e poi recuperata da Belisario nel 533 quando i Bizantini presero Cartagine. Di tali peripezie non vi è notizia nelle fonti e quindi quella lupa potrebbe essere stata fusa, come altre riproduzioni simili diffuse a Roma. Questo libro è importante comunque perché sposta l’opera in età medievale.

 

Il mito delle origini di Roma, in tutte le sue diverse componenti, appare quindi ancora vivo oggi, pur nei limiti e inesattezze dovuti agli studi.

 

Adriano La Regina è stato Soprintendente alle Antichità di Roma dal 1976 al 2004. Ora è Presidente dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte e, dal 2004, docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’Università La Sapienza di Roma.

 

 

 

Professore, che relazione c’è fra Enea come progenitore di Roma e la lupa come nutrice dei gemelli?
Rientrano tutte in questo grande quadro mitologico delle origini di Roma, e di Enea come antenato ancestrale del popolo latino. Ognuna di queste leggende ha la sua fisionomia specifica.

 

Qual è la mitografia moderna sulle origini di Roma?
Io penso che la mitologia moderna sia quella che noi archeologi costruiamo con le nostre interpretazioni talvolta un po’ fantasiose, creando connessioni molto soggettive e continuando a far evolvere questi miti antichi ,accrescendoli appunto con tali interpretazioni e facendo diventare tutto questo qualcosa di nuovo rispetto a quello che c’è stato consegnato dalla tradizione.

 

Riguardo l’ambiente alle pendici del Palatino interpretato come Lupercale che cosa ci può dire?
Secondo me non è così: intanto non stava esattamente in quel punto, e poi si tratta molto probabilmente di un ninfeo di età giulio-claudia che è stato sepolto dalle costruzioni più tarde. Non c’è nessun motivo per identificarlo con un Lupercale. Il Lupercale doveva essere una grotta, spostata più verso il Velabro, ma non di molto, poi doveva avere un aspetto diverso ed essere più grande di quella con cui viene oggi identificato.

 

Alcuni anni fa si è discusso sulla cronologia della Lupa in bronzo dei Musei Capitolini: è ancora dell’opinione che l’opera sia stata realizzata in età medievale, anziché in epoca etrusca, e perché?
Sono ancora dell’idea che sia medievale perché Anna Maria Carruba fece delle osservazioni di tipo tecnico sulla fusione, accorgendosi che il bronzo era stato fuso con una tecnica adottata nel Medioevo e che non si usava in antico, ossia un getto unico (e non in parti separate e poi saldate fra di loro, come sono tutti i grandi bronzi greci e romani). Ci sono anche altri aspetti che fanno propendere per questa datazione: per esempio il trattamento delle superfici, caratteristico dei bronzi medievali. Oltre a questo sono state fatte analisi a radiocarbonio in anni anche più recenti, ripetute molte volte, che hanno confermato questa datazione fra il 1050 e il 1200, con lo scarto di un secolo. A questo punto è quindi sicuro che il bronzo è medievale. Continuano le discussioni, in quanto potrebbe essere una copia di periodo medievale di un originale antico: tutto può essere, anche se pare abbastanza strano che tra il 1050 e il 1200 si facessero calchi di sculture antiche.

 

Lei dice che la Lupa è stata adottata in età fascista come simbolo di Roma e ora come si pone?
Simbolo di Roma era sempre stato in qualche modo, in età fascista ha assunto anche questo valore di simbologia nazionalistica, legata quindi alle ideologie del tempo. Questi valori simbolici contano oggi un po’ meno, rimane il fascino di una grande opera d’arte, qualunque sia la sua datazione, medievale o etrusca. È una grande opera d’arte e deve essere studiata e collocata storicamente. Questo è un lavoro che continua e si deve ancora fare e si sta facendo, discutendone tra studiosi.

 

Ritiene che l’immagine della Lupa sia ancora un simbolo che evoca la città di Roma?
Indubbiamente, la Lupa adesso non è solo la Lupa capitolina. L’iconografia della lupa che allatta i due gemelli è diffusissima nell’antichità romana: comincia a comparire già nel III secolo a.C. su monete e poi come raffigurazione isolata, per poi arrivare in età augustea e divenire un motivo proprio, molto diffuso. Essa è stata sempre una rappresentazione simbolica di Roma, intesa non solo come città ma anche come idea di Roma, quale impero e simbolo della romanità.

 

E la figura di Enea, ritiene che continui ad essere percepita ad un certo livello come quella del fondatore delle origini, una sorta di antieroe?
Quella di Enea è percepita come una figura leggendaria esaltata dalla poesia di Virgilio, dalla opinione comune viene il fascino per questo grande poema virgiliano. È un po’ la stessa cosa che avviene per Ulisse e l’Odissea nel mondo greco, come per Achille e Ettore nell’Iliade: abbiamo lo stesso valore nell’Eneide, l’epos nostro, italico, romano.

 

Anche ‘La Grande Bellezza’ di Sorrentino è ora tra i simboli moderni di Roma: che cosa può collegarla ai miti da lei descritti?
La Grande Bellezza’non è un simbolo di Roma, è una rappresentazione poetica del fascino che emana questa città. Si possono scorgere tanti motivi, ognuno può leggere il film a modo suo, io ne ho riscontrato il contrasto fra la sublimità e la volgarità corrente che farebbe pensare all’indegnità di questa città. Non ci vedo, però, connessioni con questi miti antichi.

 

 

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