martedì, Settembre 28

‘Empire 2.0’: l’utopia del neocolonialismo inglese

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Mentre Theresa May continua a imporre il pugno di ferro nelle trattative sulla Brexit, l’incontro avvenuto mercoledì scorso con il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha lasciato dietro di sé molte perplessità. Sembra che i due politici abbiano avuto una percezione del tutto diversa del loro ʹtete a teteʹ. Junker ha definito la cena un vero e proprio disastro, alla fine della quale è uscito «dieci volte più scettico di prima»; mentre May definisce queste affermazioni un ʹBrussels gossipʹ poiché, a suo parere, l’incontro ha solo delineato delle divergenze che già erano note.

Se questo è il principio del divorzio forse dovremmo interrogarci su come le trattative verranno portate avanti da entrambi le parti; ma in ballo non c’è solo il futuro delle dinamiche politiche dell’Inghilterra e dell’Europa: il Governo britannico, infatti, sta valutando la sua posizione nel contesto del commercio globale nell’era post-Brexit. Ma ciò che fa più impressione è la percezione totalmente distorta che gli inglesi hanno di se stessi e del precario momento che stanno vivendo: in un report pubblicato dal Centre for European Reform, il vicedirettore Simon Tilford, afferma che «il senso di invulnerabilità economica della Gran Bretagna è sconcertante. Perché un Paese che è significativamente più povero rispetto alla Germania, con molte meno industrie competitive a livello internazionale e una maggiore dipendenza dai capitali stranieri potrebbe permettersi di uscire dal mercato unico dell’UE?».

Dunque, di fronte alla realtà dei fatti, l’idea dei conservatori di creare un nuovo ʹImpero economicoʹ di stampo neocoloniale – chiamato ʹEmpire 2.0ʹ -, legato ai Paesi del Commonwealth, sembra del tutto utopistica. Questo piano dovrebbe creare una serie di accordi bilaterali fra Gran Bretagna e i diversi Paesi del Commonwealth, superando la mediazione che per anni è stata portata avanti dall’UE. Ma, intanto, sembra che l’ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) – ovvero i Paesi del Commonwealth che fanno parte dell’ Africa, dei Caraibi e del Pacifico – non abbia preso molto bene la proposta del Governo May, affermando che l’idea di una seconda fase coloniale inglese è impensabile e inaccettabile.

Per comprende più a fondo la situazione economica e politica inglese in questa fase di transazione così delicata, abbiamo chiesto il parere di un esperto, Carlo Altomonte, professore del dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico presso l’Università Bocconi di Milano. Altomonte spiega che “il piano ʹEmpire 2.0ʹ avrà senso solo se l’Inghilterra riuscirà a ʹdivorziareʹ dall’UE in maniera pacifica, ripristinando un accordo di libero scambio. Se l’Inghilterra non dovesse chiudere l’accordo positivamente si troverebbe difronte a due principali problemi: da un lato perderebbe immediatamente l’accesso a metà del suo commercio, perché il mercato europeo resterebbe chiuso o, comunque, molto meno accessibile di prima; in secondo luogo il Regno Unito è membro del WTO (Word Trade Organization) solo attraverso il partenariato con l’Unione Europea, dunque, se uscisse senza un accordo valido con l’UE, oltre a perdere il 50% del suo libero mercato, perderebbe anche tutte le tutele che si applicano ai Paesi membri del WTO “.

 

L’Inghilterra ha ideato un piano economico che coinvolge i Paesi del Commonwealth, chiamandolo ʹEmpire 2.0ʹ. Sembra che l’Inghilterra post-Brexit voglia riportare in auge un programma di neocolonialismo; ma ciò è davvero possibile? Cosa prevede esattamente il piano ʹEmpire 2.0ʹ?

Il punto chiave è che il Regno Unito, in questo momento, vede il 51% del suo commercio impegnato con i Paesi dell’Unione Europea, mentre un altro 30% con Paesi che hanno con l’Europa un accordo di libero scambio. Dunque, ad oggi, più dell’ 80% del mercato britannico avviene a tariffa nulla o agevolata grazie alla membership che finora ha mantenuto con i Paesi europei. Nel momento in cui il Regno Unito dovesse uscire dall’UE senza un accordo di libero scambio perderebbe immediatamente il 51% del suo libero commercio con l’Europa e, in più, anche il 30% della fetta del mercato regolata tramite la partnership con l’UE dovrebbe essere rinegoziata: al momento l’idea di ripristinare gli accordi finora regolati dalla mediazione commerciale dell’Unione Europea sembra impossibile. In realtà, quindi, il piano ʹEmpire 2.0ʹ avrà senso solo se l’Inghilterra riuscirà a ʹdivorziareʹ dall’UE in maniera pacifica, ripristinando un accordo di libero scambio. Se l’Inghilterra non dovesse chiudere l’accordo positivamente si troverebbe difronte a due principali problemi: da un lato perderebbe immediatamente l’accesso a metà del suo commercio, perché il mercato europeo resterebbe chiuso o, comunque, molto meno accessibile di prima; in secondo luogo il Regno Unito è membro del WTO (Word Trade Organization) solo attraverso il partenariato con l’Unione Europea, dunque, se uscisse senza un accordo valido con l’Ue, oltre a perdere il 50% del suo libero mercato, perderebbe anche tutte le tutele che si applicano ai Paesi membri del WTO. Perciò gli inglesi dovrebbero rinegoziare un accordo anche con il WTO, che però è soggetto al voto unanime di tutti i membri, fra cui anche l’Ue. Dal punto di vista giuridico ed economico lo status dell’Inghilterra, al momento, è molto delicato: sicuramente potrà fare accordi bilaterali con gli Stati del Commonwealth, ma questi accordi saranno molto lunghi e non è detto che siano così vantaggiosi per l’Inghilterra.

Un recente Rapporto del ʹCommonwealth’s Ramphal Instituteʹ ha affermato che Brexit pone «una grave minaccia per gli interessi economici dei Paesi ACP, che non dovrebbero essere sottovalutati o ignorati». il Presidente dell’ACP ha comunicato che il partenariato con l’Inghilterra potrebbe rivelarsi più svantaggioso rispetto a quello già in atto con l’UE. Dunque, potrebbe davvero essere così o ci sono ragioni diverse per cui ACP sta allentando i rapporti con l’Inghilterra?

Gli inglesi, come dice Junker, non hanno ben compreso la situazione in cui si trovano. Diciamo che l’idea dell’ ʹEmpire 2.0ʹ, anche per il nome in sé, già dà fastidio a molti; e potrebbe avere senso solo se l’Inghilterra trovasse con l’UE un’intesa economica positiva. Il punto chiave della situazione è che il negoziato per Brexit riguarderà solo l’Inghilterra e l’Europa: dunque, nel momento in cui l’Inghilterra si troverà effettivamente fuori dall’Unione dovrà rinegoziare tutti gli accordi che prima venivano gestiti da quest’ultima. L’UE, al momento, ha diversi accordi commerciali con i Paesi dell’ACP, quindi il Regno Unito dovrà creare dei negoziati che siano più vantaggiosi di quelli già in atto. Nelle intese bilaterali che l’Inghilterra si appresta a fare non c’è nessun obbligo di trattativa, l’unico vincolo riguarda il WTO, che deve impedire lo svantaggio economico nei confronti di Paesi terzi. Sicuramente i Paesi dell’ACP non hanno preso bene la proposta di ʹEmpire 2.0ʹ perché non si sono ancora dimenticati del periodo di sfruttamento coloniale inglese; inoltre, c’è sempre stato in generale, da parte dei Paesi in via di sviluppo, un movimento di emancipazione nei confronti dei Paesi sviluppati. Con i Paesi dell’ACP i negoziati sono sempre molto difficili perché da un lato loro vogliono accesso al mercato dei propri beni agricoli, ma in cambio vogliono tariffe vantaggiose per l’importazione dei nostri prodotti: questi sono accordi che si devono negoziare con molta calma. Sicuramente l’Unione europea ha molto da offrire all’ACP perché ha un mercato di 500 milioni di abitanti, mentre l’Inghilterra ne conta solo 50 milioni.

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