domenica, Settembre 26

Emirati aprono a Mosca il nuovo Medio Oriente field_506ffb1d3dbe2

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 Russia-Emirati

 

Diversificazioni nelle relazioni internazionali. O, detto più semplicemente, liberi tutti. Liberi dai vecchi rapporti con i partner strategici. Questo sta accadendo nei Paesi del mondo arabo. Una piccola rivoluzione copernicana innescata dalla Siria. O meglio dalla svolta avvenuta dentro il conflitto civile di Damasco. Perchè sono le vicende siriane a cambiare la natura delle primavere arabe. Da primo passo verso il radioso sole dell’avvenire democratico di Medio oriente e dintorni, la guerra civile tra alaviti e sunniti ha fatto diventare la rivolta partita dalla Tunisia teatro di un immenso braccio strategico e confessionale regionale. E’ Damasco, infatti, il catalizzatore più recente della contrapposizione  tra mezzaluna sciita‘, guidata dall’Iran e formata da Iraq, Siria e Hezbollah libanesi, e un asse sunnita che l’Arabia Saudita vorrebbe a tutti i costi intruppare sotto le proprie bandiere. E se questo accade a scala regionale, a livello mondiale il gioco è un’altro.
Dal 17 dicembre 2010, giorno dell’immolazione di Mohamed Bouazizi, al 20 gennaio 2014, momento in cui l’accordo sul nucleare iraniano farà il primo passo, la volontà dei popoli arabi di prendere nelle proprie mani il proprio destino lascia inesorabilmente il posto agli imperativi della geopolitica globale.
Con da un lato la Russia pronta a sfruttare gli alti e bassi per regime alavita per riaffermare le proprie ambizioni di superpotenza. Dall’altra gli Stati Uniti che non vedono l’ora di uscire dal pantano mediorientale salvando la faccia. Rivolgimenti  che permetteranno a Mosca di passare, nel giro di poche settimane, dal ruolo di alleato a tutti i costi di un Bashar al Assad senza prospettive di vittoria, a quello di attore imprenscindibile per ogni soluzione regionale. Senza nemmeno mettere in discussione i rapporti con Washington.  Anzi, proponendo il disarmamento chimico della Siria, Vladimir Putin farà la mossa che permetterà a Barack Obama di uscire dal vicolo cieco cieco dei bombardamenti aerei  rimettendo contemporaneamente in sella Bashar al Assad. Con tutto quello che ne consegue.
Se il Cremlino può affermare di aver salvato la mezzaluna sciita dal tracollo, Washington si vede messa sul banco degli imputati dai duri e i puri dell’asse sunnita pronti a emettere la condanna. E il verdetto sarà compito dall’Arabia Saudita.  Secondo Ryad, la Casa Bianca, incapace di bloccare la crescita sciita, ha tradito. Cosi, mentre Mosca prende piede in Medio Oriente, un ruolo che nemmeno l’Urss era stata in grado di giocare, inizia il ripensamento degli amici di Washington.
Oltre Siria e Iran, tradizionali alleati russi dell’area, altre capitali arabe iniziano a vedere le manovre del Cremlino sotto una nuova luce. Gli sviluppi non certo esaltanti dei conflitti Usa in Afghanistan e Iraq, le spaccature dell’opposizione siriana, il mantenimento al potere di Assad, la crescita del terrorismo fondamentalista di Al Qaeda. Questi gli scenari che rivalutano l’azione ordinatrice svolta nel Consiglio di sicurezza da Mosca.
Mosse telluriche che non mancano di spiazzare anche il fronte sunnita. Sono tre gli Stati che nel mondo arabo possiedono concezioni di politica estera degne di questo nome: Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. I primi a capire la lezione delle rivolte incontrollate in atto in parte del Medio Oriente sono gli Emirati Arabi Uniti. Ma è soprattutto dopo gli avvenimenti libici, Abu Dhabi fa capire di voler cambiare registro. Cosciente che le forniture militari ai vari fronti della ribellione in un modo o nell’altro finiscono sempre nelle mani degli jiadhisti gli Emirati, a differenza di Qatar e Arabia Saudita, non daranno armi alla resistenza anti Assad. Un segno di flessibilità che faciliterà il dialogo con Mosca. Altrettanto duttile Abu Dahbi si mostrerà con la Siria. Dopo il fallimento della politica che puntava tutto sulla fine di Assad, mentre Ryad e Doha, continuano imperterriti il personale braccio di ferro con il leader di Damasco, gli Emirati per la stabilizzaione della regione puntano su dialogo e cooperazione. E se l’atteggiamento russo all’Onu viene rivalutato, si individua nella Germania il partner economico fondamentale soprattutto per quanto riguarda l’Egitto. Secondo la dirigenza del piccolo Stato del Golfo, il Cairo rischia di diventare la vera polveriera del futuro Medio Oriente. Ma è lo scorso autunno che il riposizionamento di Abu Dhabi con Mosca inizia a prendere forme concrete. A metà settembre il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad Bin Zayed Al Nahyan, visita Mosca accompagnato da un piccolo tesoro. Sono infatti sette i miliardi di dollari che l’uomo forte degli Emirati è pronto a investire nelle infrastruttre energetiche della Federazione. A differenza di quanto farà qualche settimana dopo con Bin Sultan Al Saud, il capo dei servizi di sicurezza dell’Arabia Saudita, il Cremlino accetta il contributo di Muhammad Bin Zayed Al Nahyan. Per i dirigenti russi le offerte di Ryad puntavano a monetizzare la svolta nella politica siriana del Cremlino.
Al contrario, nell’incontro di Mosca gli Emirati fanno capire di avere lo sguardo rivolto verso cambiamenti strategici e duraturi. A settembre Muhammad Bin Zayed  getta, infatti, i semi delle nuove relazioni russo-egiziane. Due mesi dopo l’arrivo a Mosca del principe ereditario i Ministri federali di Esteri e Difesa, Sergej Viktorovič Lavrov e Serghiei Shaigu, arriveranno al Cairo in visita ufficiale. Saranno inoltre gli Emirati che si faranno carico di finanziare con due miliardi di dollari gli acquisti egiziani di armi russe. Che Abu Dhabi intenda avviarsi a diventare il partner privilegiato di Mosca nella penisola, lo si capisce definitivamente lo scorso novembre. Questa volta sarà la televisione araba a incaricarsi di celebrare i nuovi fasti tra Federazione russa e Emirati. Il programma, ‘La strada verso San Pietroburgo‘, dedicato all’Expo 2020 prima della sua definitiva assegnazione a Dubai, vede la discussione tra il vice Ministro russo per lo sviluppo economico, Sergej Beljakov, e il responsabile del dicastero per l’Energia e il Petrolio degli Emirati, Suhail Al Mazroui. In realtà la trasmissione si caratterizzerà per i complimenti fatti dall’arabo al russo.
In una zona del mondo dove fino a pochi mesi prima gli Stati Uniti erano potenza determinate e Stato punto di riferimento, la svolta appare soprendente. Il Minsitro di Abu Dhabi informa l’ospite slavo come gli Emirati «siano insoddisfatti del basso livello dei rapporti con Mosca». Non si tratta certo di mettere da parte Washington, afferma Suhail, ma di aprirsi ai nuovi scenari mondiali.
Secondo Abdulkhaleq Abdulla, politologo e professore di Scienze politiche a Dubai, in Medio Oriente la Russia potrebbe aver superato quello che l’analista definisce il «periodo più basso di Mosca negli ultimi sessanta anni». Certo nel mondo arabo sunnita molti sperano che la Russia dimostri la nuova forza, costringendo Assad alle dimissioni. Se non ora almeno in futuro. Ma questo sarà un gioco diverso. 

 

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