giovedì, Settembre 23

Emigrazione siberiana Mosca si prepara a rilanciare il Far East con un piano di affitto delle terre. Pechino si fa avanti

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«La terra luno il fiume Amur è stata e sempre sarà russa» . L’antico arco di trionfo fatto erigere dallo Zar Nicola II nel 1891 e abbattuto dai comunisti, svetta di nuovo verso l’alto a Blagoveshensk, città di frontiera nella regione dell’Amur. Qui Russia e Cina si guardano dritto negli occhi. 4370 chilometri di confine condiviso, un lascito della Convenzione di Pechino (1860) siglata da una Russia in fase espansiva e un Impero Qing indebolito e umiliato dalle Guerre dell’oppio, separano il Far East russo dalla cosiddetta Manciuria, ovvero il Nordest della Repubblica popolare formato dalle province di Heilongjiang, Jilin e Liaoning. Negli ultimi anni, la frontiera è stata attraversata a doppio senso da merci cinesi a basso costo e materie prime (petrolio, gas e legname) in arrivo dalla Siberia. Al flusso commerciale, come spesso accade, corrisponde un flusso umano che -data ‘l’aggressività numerica’ della popolazione cinese- suscita non poche preoccupazioni. Da tempo c’è chi dubita che la regione a nord dell’Amur sarà russa per sempre.

La questione è tornata d’attualità alcune settimane fa con l’annuncio di un piano per valorizzare i territori del Far East fortemente voluto dal Vice Premier russo, Yuri Trutnev, e avvallato da Putin. Secondo il ‘Moscow Times’, Mosca sarebbe intenzionata ad affittare un ettaro di terra (in futuro forse anche di più) «a qualsiasi residente del Far East e a chiunque fosse intenzionato a trasferirsi nella regione per avviare un’attività di business privata nel settore agricolo, della selvicoltura, della caccia e altro». Il programma – che potrebbe vedere la luce fin da quest’anno – dovrebbe coinvolgere una porzione dei 614 milioni di ettari di terreni di proprietà statale e -come spiega Trutnev- punta ad «attrarre la tendenza migratoria verso l’Estremo Oriente» russo a corto di forza lavoro. Sopratutto a convogliarla nelle zone rurali, ricalcando la campagna sovietica per lo sviluppo delle Terre Vergini lanciata negli anni ’50 con lo scopo di richiamare giovani nelle steppe incolte della Siberia e del Kazakistan. La regione che copre un’estensione di scarsi 6,2 milioni di chilometri quadrati ha una popolazione di soli 6,3 milioni di abitanti, di cui il 75% concentrato nei centri urbani.

Per ovvie ragioni il progetto non è passato inosservato oltre la Muraglia, sebbene la stampa cinese paia interpretare a proprio piacimento le reali finalità del piano. Stando al China Daily’, grazie alla nuova iniziativa «il Far East vedrà un netto aumento dell’immigrazione cinese»; addirittura suggerisce che, se tutto andrà come previsto, «la remota regione diventerà il principale esportatore di cibo organico della Cina». L’argomento è ghiotto. Il gigante asiatico si trova a dover nutrire un quinto della popolazione mondiale pur avendo a disposizione grossomodo il 7% della propria superficie coltivabile (dati dell’Organizzazione della Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), e quasi la metà verte in stato di degrado dopo decenni di sfruttamento incontrollato. Gli analisti stimano che circa il 45% della popolazione cinese, ovvero 630 milioni di persone, campi ancora con l’agricoltura nonostante la produttività sia molto inferiore rispetto alla media dei Paesi sviluppati.

Come ammesso recentemente dal Premier Li Keqiang, il Dragone continua a pagare il prezzo per l’implementazione di pratiche agricole intensive a base di un uso eccessivo di fertilizzanti, pesticidi e teli di plastica, che causano gravi danni ambientali e minacciano la sicurezza alimentare. Mentre la leadership continua a rimarcare l’urgenza di una modernizzazione agricola come catalizzatore per la ripresa economica del Paese, il Governo cinese non ha mancato di rivolgersi alle importazioni per tenere il passo con la domanda interna: sulle tavole dei cinesi arrivano sempre più spesso grano statunitense, carne australiana e semi di soia dal Brasile. Un trend confermato nel febbraio dello scorso anno quando la Cina ha rinunciato alla politica di autosufficienza nella produzione di grano e cereali, contravvenendo ad uno dei principi storici del Partito comunista fin dai tempi di Mao. Secondo un nuovo rapporto dallo studio legale Baker & McKenzie citato dal ‘Guardian’, nel 2014 gli investimenti cinesi diretti esteri in Europa sono raddoppiato rispetto al 2013; ben 4,1 miliardi dollari sono finiti in alimenti e agricoltura, più che in ogni altro settore. E’ giunta l’ora della Russia?

Penso che il nuovo programma sia stato concepito essenzialmente per arginare il deflusso della popolazione dalla regione estremorientale,” spiega a ‘L’Indro’ Harley D. Balzer, Professore della Georgetown University alle prese con uno studio comparato sull’integrazione russa e cinese nell’economia globale, “un ettaro di terra non è sufficiente per incrementare la produzione agricola, senza considerare che consolidare un numero significativo di queste aziende in un’entità imprenditoriale vitale richiederebbe notevoli investimenti in terreni, manodopera e attrezzature. Sono scettico che questo progetto produrrà risultati concreti. Né i cinesi né i russi hanno dimostrato particolare interesse per gli investimenti prima della crisi. Ora la Russia ha poche risorse, mentre i cinesi vengono più facilmente attratti da altre parti del mondo“.

D’altronde, la versione del piano riportata dai media russi appare ben più cauta. Come rimarcato da Trutnev, il nuovo programma (che prevede esclusivamente l’affitto e non la cessione definitiva dei lotti), è in realtà finalizzato ad evitare che le terre libere vengano vendute a individui e compagnie straniere. Una precisazione che il ‘Moscow Times’ definisce «importante» considerato il progressivo avvicendamento di cinesi, giapponesi e sudcoreani nella regione. La scorsa estate Alexander Shaikin, responsabile per i controlli lungo la frontiera sino-russa, tracciava un quadro preoccupante ponendo le cifre dell’immigrazione clandestina cinese nell’Estremo Oriente russo a 1,5 milioni di unità nei precedenti diciotto mesi. Nonostante si tratti probabilmente di proiezioni sovrastimate, il Federal Migration Service ha ripetutamente avanzato la possibilità che nell’arco di 20-30 anni quella cinese possa diventare l’etnia predominante nella regione. La Cina ha una popolazione che sfiora gli 1,4 miliardi di persone, e quella della Manciuria è cresciuta del 13% in poco più di dieci anni. Di contro, tutta la Siberia conta 38 milioni di abitanti, l’equivalente della popolazione della Polonia con la notevole differenza però che la Siberia è quaranta volte più grande. C’è chi ipotizza che il Far East russo stia a poco a poco diventando una valvola di sfogo per l’affollato dirimpettaio così come gli Stati Uniti lo sono stati per il Messico. Ma c’è anche chi invita a ridimensionare il fenomeno.

Non penso si possa parlare di alcuna reale emigrazione cinese sistematica in queste terre della Siberia russa“, spiega a ‘L’Indro’ Alexey Maslov, Direttore della School of Asian Studies presso la National Research University (Higher School of Economics) di Mosca. “Ci sono diverse questioni che impediscono ai cittadini cinesi di prendere in affitto terreni nella regione. Innanzitutto, il fatto che lo status di queste terre non sia ben chiaro rende i cittadini stranieri (non solo i cinesi) molto cauti quando si tratta di investimenti a lungo termine. Tutt’oggi molti cinesi, coinvolti nel commercio transfrontaliero o nei servizi locali con la Russia, sono molto preoccupati per quanto riguarda i problemi di sicurezza personale, la scarsa trasparenza della situazione economica locale e la mancanza di informazioni. Anche se, allo stesso tempo, spesso sono loro i primi a infrangere le regole e le norme russe. Affinché il progetto degli affitti in Siberia riesca ad attirare più cinesi, la Russia dovrebbe investire molto di più nella pubblicità e il supporto informativo del progetto e non aspettare che una semplice proposta porti effetti positivi. Prendendo in considerazione che la terra in leasing è di solo 1 ettaro, il piano sembra rivolto sopratutto alle piccole imprese e alle famiglie di privati, le quali hanno bisogno di sostegno e investimenti. Pertanto, anche la posizione mantenuta dalle banche cinesi sarà molto importante. Un paio di anni fa, il governo russo ha stabilito nel Far East diverse zone speciali di sviluppo avanzato con un basso livello di tassazione e condizioni di business attraenti. Purtroppo finora queste zone non sono diventate particolarmente richieste dagli investitori e uomo d’affari cinesi. Né si può dire che giochino un ruolo particolare nello sviluppo locale. Già in passato Mosca aveva provato ad invitare contadini cinesi nell’Estremo Oriente russo, sopratutto nella regione di Primorskiy. Alla fine il progetto è stato compromesso dalle molte lamentele sull’utilizzo di fertilizzanti chimici dannosi per la terra e il degrado ambientale del suolo. Nonostante le voci sull’aumento progressivo della popolazione cinese nel Far East, il numero reale degli immigrati cinesi continua ad essere molto basso, oltre a trattarsi sopratutto di una migrazionetemporanea‘ che coinvolge perlopiù commercianti ed è concentrata nei centri urbani. Solo pochi di loro (migliaia NON milioni!), hanno deciso di stabilirsi in Russia per un lungo periodo di tempo”.

Guardando a questa situazione da un punto di vista più ampio, nonostante le promesse di Pechino a investire miliardi di dollari per progetti in Russia, la quantità generale degli investimenti cinesi è inferiore al 2% del flusso complessivo degli IDE verso la Russia. Oggi la politica di investimenti cinesi è lontano dall’essere veramente emergente per non dire aggressiva. Oltre ciò, occorre notare che l’intervento delle banche cinesi di solito è limitato alla concessione di credito e prestiti solo per un ristretto numero di progetti comuni, e che alla fine il denaro torna nelle tasche dei partner cinesi coinvolti nei progetti. La verità è che fino a ora la cosiddetta ‘espansione’ cinese in Russia non è ancora nemmeno cominciata e faremmo meglio a calcolare non quanti cinesi si sono spostati in Russia, ma piuttosto a quanto ammontano gli investimenti diretti e indiretti (a volte non ufficiali) arrivati in territorio russo“.

 

Dove Far East e Nordest si incontrano

La porosità del confine sino-russo è stata fondamentale per lo sviluppo locale quando all’inizio degli anni ’90 l’estremità orientale della Russia si trovò tagliata fuori dalle forniture della parte occidentale. Alimenti e prodotti industriali in arrivo dalla Cina sopperirono a tale mancanza. Alla fine del 1993, il 42 % di tutte le joint venture registrate nel Far East prevedeva il coinvolgimento di partner cinesi, mentre in senso opposto le merci provenienti dall’Estremo Oriente della Federazione russa cominciarono ad aprirsi un varco nel mercato cinese. Nel 1993 le esportazioni russe verso l’ex Impero Celeste riportarono un aumentato del 34%. Fiutato il potenziale inespresso della regione, nel 2006 Mosca ha istituito la State Commission for the Far East con «status di organo di governo», seguita a stretto giro dalla nascita di un Ministero per lo sviluppo dell’Estremo Oriente. Il tutto condito con un piano federale d’investimenti da 567 miliardi di rubli (circa 22 miliardi di dollari di allora) coronato dall’organizzazione dell’Apec 2012 a Vladivostok, in prossimità del confine con Cina e Corea del Nord. Il resto è storia recente. Non è un mistero che la crisi Ucraina e il progressivo irrigidimento dei rapporti con l’Occidente stia spingendo Putin ad adottare un propriopivot to Asia in cui i territori estremorientali giocheranno un ruolo sempre maggiore.

Mentre permangono diverse incognite per quanto riguarda la posizione di Mosca nei confronti della Nuova via della Seta cinese attraverso l’Asia Centrale, la partnership con Pechino nell’ultimo anno è stata oliata da diversi accordi che coinvolgono i territori nordorientali, primo fra tutti quello lungamente atteso sulle forniture di gas siberiano. A settembre è cominciata la costruzione congiunta di un gasdotto nella Siberia orientale (la China-Russia East Route), mentre pochi giorni fa -di ritorno dalla Cina- il numero uno di Gazprom, Alexey Miller, assicurava il buon andamento delle trattative per la Western Route attraverso gli Altai. Non solo. Ad avvicinare (letteralmente) le due potenze ci penserà una ferrovia ad alta velocità in grado di ridurre il tragitto tra Pechino e Mosca a sole 48 ore. Il progetto, il cui costo stimato è di 230 miliardi di dollari, «sarà completato al più breve in cinque anni» e costituisce il primo mattone di un’opera colossale: una linea Cina-Russia-Canada-Usa con tanto di tunnel sottomarino nel Mare di Bering.

A maggio, in occasione del Forum economico di San Pietroburgo il Vice Presidente cinese, Li Yuanchao, ha proposto di rinvigorire la sinergia tra il Far East russo e il Nordest della Cina con la creazione di una zona economica comune in cui l’agricoltura dovrebbe fare la parte del leone. Secondo quanto riportato dal ‘Moscow Times’, lo scorso aprile China Development Bank aveva confermato un piano da 5 miliardi di dollari per la realizzazione di progetti infrastrutturali nella regione alla quale Pechino guarda con interesse anche in una prospettiva marittima come via alternativa per le proprie merci verso l’Europa (la Northern Sea Route -che passa lungo la costa della Siberia- oltre ad essere più breve, è anche il 25% più economica della rotta attraverso il canale di Suez). Mentre è di pochi giorni fa la notizia della costruzione di un aeroporto civile a Suifenhe (Heilongjiang), divenuta nel 2013 la prima città cinese a ricevere il via libera per l’utilizzo del rublo (la valuta russa) insieme alla moneta locale, e già impegnata nell’ampliamento di un porto internazionale.

All’indomani dell’annuncio che Mosca avrebbe interrotto per un anno le importazioni di alcuni prodotti agricoli da UE, Stati Uniti, Australia, Canada e Norvegia come forma di ritorsione alle sanzioni, l’ITAR-TASS aveva svelato che la Cina sarebbe stata la prima a giovarne. Secondo l’agenzia di stampa russa, la compagnia cinese Baorong si starebbe apprestando a stabilire un centro logistico speciale a Dongning, proprio al confine con l’Estremo Oriente russo, in una zona doganale transfrontaliera: «Un mercato all’ingrosso di 70 mila metri quadrati e un magazzino di 30 mila, attrezzato con frigoriferi e altre apparecchiature». Un funzionario dello Heilongjiang aveva confermato che «l’esportazione di vegetali e frutta verso la Russia partirà da lì».

 

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