mercoledì, Settembre 22

Emergenza profughi, finalmente l'Europa batte un colpo? field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


Resta comunque drammatica la situazione umanitaria. Un quarto di coloro che cercano rifugio in Europa sono bambini e tra questi vi sono circa 2 milioni di bambini siriani fuggiti dal loro Paese. Nei primi sei mesi di quest’anno, sono più di 106.000 sul totale dei migranti i bambini che hanno chiesto asilo. «Con l’aggravarsi della crisi in Europa che coinvolge i migranti e i rifugiati, queste non saranno le ultime immagini scioccanti che rimbalzeranno in giro per il mondo sui social media, sui nostri schermi televisivi e sulle prime pagine dei giornali», ha affermato in una nota il direttore generale dell’Unicef, Anthony Lake, riferendosi alla foto del piccolo Aylan.
Per evitare che i flussi di richiedenti asilo gravino eccessivamente sulle spalle di alcuni Stati (Italia, Grecia e Ungheria) più esposti di altri alle ondate migratorie, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker proporrà 120 mila ricollocamenti, da aggiungere ai precedenti 40 mila già decisi. Secondo il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, intervistato a margine della riunione del Consiglio Ue informale degli Affari esteri che si è svolta oggi a Lussemburgo, si tratta di una proposta positiva, ma «il vero obiettivo deve essere un diritto comune europeo di asilo», aggiungendo: «è Bene che la Commissione faccia delle proposte aggiuntive, ma dobbiamo sapere che il traguardo deve essere ambizioso». Il ministro ha sottolineato che «non funziona più il principio secondo cui l’asilo riguarda il primo Paese d’arrivo», aprendo alla revisione del trattato di Dublino. «E’ il ragionamento in base al quale la Germania ha annunciato una sua decisione autonoma per quanto riguarda i rifugiati siriani che si basa sullo stesso presupposto». Senza un diritto d’asilo europeo, ha concluso Gentiloni, «il Trattato si Schenghen è a rischio».
In attesa che le istituzioni europee adottino delle decisioni comuni sul tema dei migranti, si moltiplicano le iniziative particolari adottate dai singoli Stati membri.
Nel Regno Unito c’è stato un aumento straordinario di donazioni, collette e raccolte di aiuti da inviare ai migranti, in primo luogo per i campi improvvisati a Calais. Fra le associazioni no profit che hanno visto un maggiore incremento di donazioni c’è Save The Children. Molte famiglie si sono offerte di accogliere direttamente in casa loro i profughi in quella che sta diventando una corsa alla solidarietà. Intanto i maggiori quotidiani del Paese dedicano la prima pagina all’emergenza profughi e mantengono una certa pressione sul Premier David Cameron; in rete, la petizione online rivolta al governo per accogliere più profughi in poche ore ha superato la 330 mila firme.
Di fronte ad una tale sensibilizzazione, il governo ha annunciato che il Regno Unito aderirà alla ricollocazione di circa quattromila rifugiati siriani in risposta all’aggravarsi delle crisi umanitaria. Si tratterà, ha precisato Cameron, di profughi provenienti dai campi Onu al confine con la Siria, pertanto la misura non riguarderà quelli che si trovano già in Europa.
Anche la Polonia si mobilita in favore dei rifugiati. «Abbiamo pronto un piano in caso di emergenza, che prevede varianti di 5 mila, 20 mila e 30 mila» profughi, in gran parte siriani ma anche eritrei, da accogliere eventualmente nel nostro Paese. Lo ha dichiarato in un intervento radiofonico Rafal Rogala, numero uno dell’Ufficio nazionale immigrazione polacco, istituzione direttamente dipendente dal ministero degli Interni. «Dobbiamo tornare al tavolo» a livello Ue su quote e accoglienza e «non siamo e non saremo egoisti», ha concluso Rogala, rispondendo indirettamente alle critiche verso vari Paesi dell’Europa centro-orientale, accusati di inazione verso l’emergenza profughi.
Ieri sera, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello francese Francois Hollande hanno avuto una conversazione telefonica durante la quale si sono confrontati sull’emergenza profughi. I due si sono detti concordi sulla necessità di maggiori sforzi da parte della comunità internazionale e in particolare dell’Ue. Hollande ha inoltre elogiato la Turchia per la sua politica di accoglienza nei confronti dei profughi siriani e iracheni, annunciando la volontà del suo paese di fare di più per aiutare Ankara in questo sforzo.
Ma resta drammatica la situazione sul campo, in particolare nei Balcani. Almeno 5.600 migranti sono entrati in Macedonia dalla Grecia nella sola giornata di giovedì. Solo in 49 hanno chiesto asilo politico nell’ex repubblica jugoslava, a conferma del fatto che Skopje è solo un territorio di transito verso l’Ue.
Vanno peggio le cose in Ungheria. Nelle ultime 24 ore si è registrato l’arrivo di 3.313 profughi, perlopiù da Siria, Afghanistan, Pakistan, segnando un nuovo record per flusso migratorio in una sola giornata: si tratta di circa mille arrivi in più rispetto alle 24 ore precedenti.
C’è stato un morto fra i migranti che hanno rotto il blocco della polizia a Bicske, città a nordovest di Budapest che ospita uno dei cinque centri del Paese per i richiedenti asilo, dove 500 rifugiati si trovano a bordo di un treno bloccato dalla polizia da due giorni. Si tratta di un pachistano, di circa 50 anni. Secondo le prime notizie sarebbe caduto sui binari e avrebbe battuto la testa. La stragrande maggioranza degli occupanti si rifiuta di andare nel centro, dove le autorità chiedono che vengano registrati. Solo 16 hanno acconsentito volontariamente ieri ad essere registrati, mentre gli altri – che per la maggior parte puntano ad arrivare in Germania – non vogliono chiedere asilo in un Paese economicamente depresso.
A Roeszke, vicino al confine con la Serbia, circa 300 migranti hanno sfondato la recinzione e hanno lasciato il centro di accoglienza perché esasperati della lentezza della procedura di registrazione. I migranti hanno invaso l’autostrada, costringendo la polizia a chiudere temporaneamente in quell’area il confine con la Serbia. Confine dove, nella notte del 30 agosto, la polizia ha utilizzato spray urticanti contro donne e bambini siriani, tutti respinti dagli agenti di Budapest mentre supplicavano l’ingresso nel Paese.
Di fronte alle accuse di trattamenti eccessivamente drastici nei confronti dei profughi, l’Ungheria replica: «Noi stiamo rispettando le regole di Schengen, per cui ogni paese è responsabile della difesa della sua frontiera esterna» e perciò è «inaccettabile essere criticati per questo». E’ la posizione del ministro degli esteri ungherese, Peter Szijarto, espressa ai cronisti prima del Consiglio informale a Lussemburgo a cui era presente anche Gentiloni. Szijarto ha parlato di ben «163mila migranti irregolari» entrati nel Paese per il 99,3% dalla Serbia, aggiungendo che «la Ue deve smetterla di creare sogni e speranze irrealistici nelle gente che vuole venire per motivi economici». Per tamponare l’emergenza, il parlamento di Budapest ha adottato con procedura d’urgenza una serie di misure che rafforzano le misure anti-migranti, facendo dell’ingresso illegale nel paese un reato, provvedimento che sarà in vigore a partire dal 15 settembre. I trafficanti di esseri umani saranno punibili con pene fino a 20 anni di reclusione.
La politica restrittiva adottata finora dagli Stati europei nei confronti dei profughi ha suscitato grande sdegno internazionale, ma ci sono altre aree del mondo che adottano misure ancora più restrittive, chiudendo completamente le loro porte ai siriani. Si tratta, in particolare, di sei paesi ricchi del Golfo: Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain. Amnesty International li ha accusati di recente di aver offerto «zero posti per il collocamento dei rifugiati siriani».
Accuse analoghe sono state mosse da Kenneth Roth, direttore di Human Right Watch. Come hanno sottolineato molti osservatori, si tratta di Paesi che dispongono di grandi risorse, oltre a essere geograficamente vicini alla Siria, alla quale sono affini anche per lingua e religione. Si tratta, inoltre, dei paesi arabi che destinano il più alto budget alle spese militari e che hanno tra i più alti standard di vita.
Si tratta, infine, di Paesi che, in varia misura, hanno contribuito ad alimentare il conflitto siriano, finanziando e armando vari gruppi ribelli che combattono contro il regime di Bashar al-Assad. Ma nessuno di questi paesi ha aderito alla convenzione Onu sui rifugiati, del 1951. Per entrarvi, quindi, i siriani necessitano di un visto. Ma ottenerlo in questo momento è quasi impossibile.
Per giustificare il loro atteggiamento, i governi del Golfo ricorrono ad argomentazioni come la sicurezza, la minaccia del terrorismo e il rischio che si stravolga il mercato del lavoro a danno dei loro cittadini. Ma il Washington Post sottolinea che la scarsa generosità della regione nei confronti dei siriani non riguarda solo l’accoglienza. La regione ha infatti destinato, complessivamente, circa un miliardo di dollari ai profughi siriani, mentre gli Stati Uniti da soli ne hanno versati circa quattro volte tanto. Il dato colpisce soprattutto se paragonato all’enorme investimento saudita in Yemen, dove ha lanciato una campagna militare contro i ribelli sciiti, innescando una guerra di cui per ora non si vede la fine. Bobby Ghosh, direttore del sito Quartz, ha sottolineato come i paesi del Golfo disporrebbero di tutti gli strumenti per l’accoglienza.
Intanto, la polemica sull’indifferenza dei paesi del Golfo rispetto all’emergenza siriana monta sui social network. In una settimana, l’hashtag in arabo #Accogliere_rifugiati_siriani_è_un_dovere_del_Golfo è stato ritwittato oltre 33.000 volte. «Il Golfo – ha scritto Sultan Sooud al-Qassemi, analista politico che vive a Dubai – deve capire che è ora di cambiare la sua politica sull’ingresso dei rifugiati che arrivano dalla Siria. E’ un passo da intraprendere in nome della morale, dell’etica e del senso di responsabilità».
Il tema delle migrazioni investe anche i rapporti tra Europa e Libia. Mentre a Ginevra sono ripresi i negoziati di pace sotto egida Onu, il governo islamista di Tripoli (che a differenza di quello di Tobruk è privo di riconoscimento internazionale) ha chiesto ai Paesi europei ed arabi di organizzare «una conferenza regionale» alla fine del mese «per porre fine alla tragedia dei migranti». Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia di Tripoli, Mustafa al Qalib, che punta ad attirare l’attenzione sul problema dei profughi per indurre le istituzioni internazionali ad elevare il governo tripolino ad interlocutore ufficiale..
«La Libia non può gestire da sola il flusso di migranti e la Libia è solo un Paese di transito”, ha sottolineato ricordando come con la fine del regime di Muammr Gheddafi nel 2011 e le successive lotte intestine tra le fazioni rivali, in Libia si è aperto un vuoto attraveros il quale passano migliaia di siriani attraverso l’Egittto (che sostiene il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk) o attraverso i Paesi dell’Africa sub-sahariana, Niger, Sudan e Ciad.
L’altro governo libico, quello di Tobruk, espressione del parlamento riconosciuto dalla Comunità internazionale, ha invece accusato i paesi del Mediterraneo di non averlo aiutato a contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina.
In Russia era in programma oggi il forum economico di Vladivostok, dove era presente anche il presidente Vladimir Putin. A margine dell’evento, il presidente ha dichiarato che per far fronte alle crescenti e globali minacce rappresentate dal terrorismo bisogna formare una coalizione internazionale contro ogni forma di estremismo. Putin ha aggiunto di averne già discusso con Barack Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. «Stiamo facendo passi specifici», ha detto il presidente russo, «e lo stiamo facendo pubblicamente. Se siete interessati ai dettagli, vi posso dire che vogliamo creare una sorta di coalizione internazionale per combattere contro il terrorismo e l’estremismo. Stiamo avendo colloqui con i nostri partner americani». Tuttavia, rispondendo a chi gli chiedeva se la Russia possa essere coinvolta in azioni militari dirette contro militanti dello Stato islamico attivi in Iraq e Siria, il presidente ha affermato che è troppo presto per discuterne. «Stiamo già fornendo un sostegno piuttosto forte alla Siria con tecnologia e formando militari», ha aggiunto.
Non sono mancate critiche alla politica estera di Europa e Stati Uniti, secondo Putin corresponsabili dei problemi con cui sono attualmente alle prese. Egli ha sottolineato come la Russia abbia spesso messo in guardia contro i principali problemi che l’Europa si sarebbe trovata ad affrontare in conseguenza delle politiche occidentali in Medio Oriente e Nord Africa e del terrorismo jihadista, cos che la crisi dei migranti in Ue non è una sorpresa. «Penso che la crisi fosse assolutamente prevista», ha detto, «Noi in Russia, e io personalmente qualche anno fa, abbiamo detto chiaramente che sarebbero emersi tali gravi problemi sei i nostri cosiddetti partner occidentali continuano a mantenere la loro politica estera sbagliata, soprattutto nelle regioni del mondo musulmano, Medio Oriente, Nord Africa», Il difetto principale della politica estera occidentale è, secondo Putin, l’imposizione di proprie norme in tutto il mondo, senza tener conto delle caratteristiche storiche, religiose, nazionali e culturali di particolari regioni. «L’unico modo per invertire il flusso di rifugiati in Europa è quello di aiutare le persone a risolvere i problemi a casa loro e il primo passo dovrebbe essere la creazione di un fronte comune e unito contro i gruppi jihadisti come l’Isis», ha aggiunto Putin. Il problema di ricostruire le economie locali e le sfere sociali per convincere le persone terrorizzate a tornare sorgerebbe solo dopo che il terrorismo fosse sradicato, ma il sostegno internazionale per la ricostruzione della sovranità dei Paesi che hanno sofferto per mano dell’Isis dovrebbe avvenire solo nel pieno rispetto di storia, cultura e tradizioni locali.
Non poteva mancare una frecciata finale sull’Ucraina, che per il presidente russo «è stata posta sotto controllo esterno, e ogni posizione chiave nel governo, e ora persino nelle regioni, e’ stata presa da stranieri» e questo è «un insulto al popolo ucraino». Il riferimento è alla nomina, a fine maggio, dell’ex presidente georgiano (e filoamericano) Mikhail Saakashvili, una delle ‘bestie nere’ di Putin, a governatore della regione di Odessa, in Ucraina meridionale. Nel governo di Kiev siedono inoltre la cittadina americana di origine ucraina Natalia Jaresko, che guida il ministero delle Finanze, il lituano Aivaras Abromavicius, ministro dell’Economia e del commercio, e il georgiano Aleksandr Kvitashivili, ministro della Sanità.
Esplode la guerriglia in Tagikistan. Almeno 17 persone sono rimaste uccise a Dushanbe, capitale del Paese, negli scontri tra la polizia e militanti legati ad un partito islamico. Lo hanno riferito le autorità locali, secondo cui tra le vittime si contano otto agenti di polizia e nove militanti. A guidare gli attacchi sarebbe un ex vice ministro della Difesa, legato al partito della Rinascita islamica, all’opposizione, messo al bando qualche giorno fa. Gli scontri sono seguiti agli attacchi contro due postazioni delle forze di sicurezza, poche ore dopo la notizia della destituzione del vice ministro della Difesa Abduhalim Nazarzoda.
Intanto, l’ambasciata americana a Dushanbe ha annunciato la chiusura della rappresentanza, avvertendo che gli incidenti di oggi «potrebbero essere l’inizio di altri atti di violenza».
Sul fronte terrorismo si segnala che oggi l’organizzazione dello Stato Islamico ha distrutto a Palmira, nella Siria centrale, tre antiche tombe a torre d’epoca romana. Lo riferiscono i media panarabi citando il direttore governativo delle antichità e dei musei siriani a Damasco, Maamun Abdelkarim. Una delle tombe distrutte è quella di Elahbel, costruita nel 103 d.C. La conferma viene da un gruppo di archeologici siriani che dall’estero monitorano costantemente i danni al patrimonio del loro Paese. Sulla pagina Facebook del gruppo Protect Syrian Archeology si fa riferimento ad almeno due tombe a torre distrutte. Si tratta solo dell’ultimo esempio di un’ampia campagna condotta dai jihadisti contro il patrimonio culturale della Siria.
A qualche centinaio di chilometri, nella penisola del Sinai, Egitto, sei osservatori internazionali, inclusi 4 americani, sono stati feriti dall’esplosione di due ordigni. Lo ha riferito il Pentagono. I sei soldati, parte del contigente della Multinational Force and Observer sono stati evacuati via elicottero e le loro ferite non sono gravi. La Mfo venne creata dopo gli accordi di pace di Camp David del 1979 tra Israele ed Egitto. Ne fanno parte contingenti di 12 nazioni: gli Usa hanno circa 650 soldati, Ci sono anche 78 italiani impiegati nei pattugliamenti navali delle coste.
Il rischio terrorismo avrà delle conseguenze molto pesanti sull’economia della Tunisia, dove il 2015 rischia di essere ricordato come un anno nero per quanto riguarda il turismo. Stando ai dati forniti dal governo, aggiornati alla fine di agosto, manca all’appello almeno un milione di visitatori rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e le prospettive per i prossimi mesi non sono di certo rosee. Sul crollo pesano certamente i recenti casi di terrorismo: dall’attacco al museo del Bardo alla strage di turisti a Susa.
Restando in Medio Oriente, è sempre tesa la situazione nello Yemen. Almeno 22 militari degli Emirati arabi uniti, presenti nell’ambito della coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti, sono rimasti uccisi nella sola giornata di oggi. Lo ha riferito il comando delle forze armate emiratine senza precisare il luogo e le circostanze in cui sono morti. Secondo i media arabi, però, gli Houthi avrebbero lanciato un missile contro un deposito di armi della coalizione nella zona di Mareb e l’esplosione avrebbe ucciso i militari, oltre a distruggere alcuni mezzi e diversi elicotteri Apache.
Finora erano stati in tutto cinque i militari emiratini morti nelle operazioni in Yemen. In questi giorni si fa sempre più concreta la possibilità di un’offensiva terrestre da parte delle truppe saudite e dei Paesi alleati nel nord del Paese per occupare le postazioni strategiche usate dai ribelli sciiti per attaccare il territorio saudita. A tale scopo sono iniziati proprio a Mareb i preparativi per la’battaglia finale’ che entro i prossimi giorni dovrebbe riportare le milizie fedeli al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi a riconquistare la capitale Sanaa, ora in mano ai ribelli sciiti. Per l’occasione il ministro dell’Interno del governo yemenita, in parte rientrato ad Aden e in parte ancora in esilio a Riad, generale Abdu Hadafi, e il capo dell’esercito yemenita, generale Mohammed al Maqdashi, hanno passato in rassegna le truppe a Mareb in preparazione di un’offensiva su vasta scala che dovrebbe portarli prima a prender al Jawf, nel nord, e poi Sanaa. Sono stati aperti anche campi di addestramento per preparare le milizie allo scontro considerato decisivo per l’esito della guerra con i miliziani ribelli dell’imam Abdel Malik al Houthi.
Passando in America Latina, un nuovo nome eccellente si aggiunge alla lista degli indagati nell’ambito dell’inchiesta ‘Lava Jato’ (Autolavaggio), l’enorme scandalo di corruzione scoppiato lo scorso anno in Brasile che ha portato in carcere politici, imprenditori, manager e faccendieri.  Il giudice Sergio Moro ha incriminato 15 persone, tra cui Othon Pinheiro da Silva, ex presidente di Eletronuclear, la società pubblica che gestisce le due centrali nucleari brasiliane. Prosegue così quella che può essere considerata a tutti gli effetti la ‘Mani Pulite’ brasiliana.
Da Silva è accusato di aver ricevuto due mazzette per complessivi 4,9 milioni di reais (circa 1,3 milioni di euro) da due imprese che avevano ottenuto appalti per la costruzione della centrale Angra 3 di Rio de Janeiro. Tra gli altri 14 indagati figurano la figlia di Da Silva, Ana Cristina Toniolo, e top manager di imprese di costruzione.
In Guatemala è stato spiccato un mandato d’arresto per l’ex presidente Otto Perez Molina, che pertanto sarà trattenuto in carcere durante le udienze del processo che lo vede imputato di aver organizzato una maxi truffa alle dogane per centinaia di milioni di dollari. Perez, al potere dal 2012, si è dimesso ieri dopo che il Parlamento gli ha revocato l’immunità. Sarà rinchiuso nel carcere militare di Matamoros fino a quando oggi i suoi avvocati dovranno rispondere alle imputazioni di frode fiscale presentate ieri dalla Procura.
Malgrado le contestazioni della difesa di Perez Molina, il magistrato ha sottolineato che non solo esiste la possibilità di una fuga dell’ex presidente, ma inoltre è necessario garantire la sua incolumità, tenendo in conto le manifestazioni di piazza che hanno accompagnato le sue dimissioni.
Nel frattempo, il Parlamento guatemalteco ha accettato le dimissioni del presidente e formalizzato l’investitura alla presidenza del suo vice Alejandro Maldonado, che dovrà governare il paese fino a gennaio del 2016, quando inizierà il mandato del prossimo capo di Stato che sarà scelto dai cittadini nelle elezioni presidenziali di domenica prossima.
Concludiamo con una notizia dall’Asia. Un nuovo governo di unità nazionale dello Sri Lanka si è insediato oggi a Colombo giurando nelle mani del presidente Maithripala Sirisena. Il Primo Ministro Ranil Wickremesinghem, che ha vinto le elezioni legislative del 17 agosto con il Partito nazionale unito (Unp), guiderà una coalizione fino al 2017 di cui farà parte anche la principale forza di opposizione, L’Alleanza per la libertà del popolo unito (Upfa).
Giorni fa il Parlamento ha approvato una mozione in deroga che ha permesso la nascita di un governo formato da 42 ministri, e non di soli 30 come stabilito dalla Costituzione.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->