mercoledì, Ottobre 27

Emergenti: crisi fa tremare banche Ue field_506ffb1d3dbe2

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La paura di essere sovraesposti ai mercati in via di Sviluppo ha riecheggiato in tutto il mondo e in particolare nelle sedi degli istituti di credito europei. Le valute emergenti, sotto pressione da settimane, sono entrate in una sorta di ciclo vizioso. Con la Federal Reserve che si muove verso una normalizzazione della politica monetaria, ci si aspetta solo che la situazione peggiori sempre di più, anche perché è previsto che la principale moneta di cambio internazionale, il dollaro Usa, si rafforzerà. Per le Borse emergenti è la peggiore prima parte d’anno di sempre. L’indice di riferimento MSCI Emerging Markets al momento cede lo 0,6%, ai minimi di cinque anni.

Il Dow Jones ha perso oltre 300 punti ieri, riportando il peggior inizio di febbraio dal 1982. Per il Nasdaq (-2,3%) è stato invece il peggior inizio mensile dal 1972. Da quando la Banca centrale americana ha dato il via al cosiddetto ‘tapering’, ovvero la riduzione delle misure ultra accomodanti di sostegno alla ripresa, l’azionario è in rosso. Oggi i mercati hanno attraversato una seduta ricca di sbalzi e cadenzata dal nervosismo.

Le turbolenze degli ultimi giorni hanno persino spinto la Russia a cancellare un’asta, per via delle «condizioni di mercato» difficili. Le pesanti svalutazioni delle divise nazionali avvenute sui Paesi in via di Sviluppo in un lasso di tempo molto breve non ha fatto che peggiorare la situazione creditizia di molti Stati, in particolare quelli che hanno un maggior fardello debitorio oltreoceano e importazioni da destinare al finanziamento.

Le banche europee, esposte per 3.300 miliardi di dollari sui mercati emergenti, tremano. Intorno all’85% degli attivi a bilancio è riferibile a istituti quotati e circa 1.700 miliardi a poche banche. Il rischio maggiore riguarda in particolare sei società: BBVA, Erste Bank, HSBC, Santander, Standard Chartered e UniCredit. Secondo i calcoli degli analisti di Deutsche Bank questi sei istituti da soli hanno più di 1.700 miliardi di  asset esposti su mercati come Argentina, Russia, India, Venezuela, Sudafrica e Brasile. Quando la volatilità delle valute si combina con rallentamenti delle entrate e aumenti dei crediti inesigibili, le banche esposte vedono minacciata la propria capitalizzazione. Nel caso di crollo della valuta locale, gli utili delle aziende ne uscirebbero danneggiati.

Il Governo russo ha espresso a ogni modo l’intenzione di collocare bond per un valore di 275 miliardi di rubli (l’equivalente di 7,8 miliardi di dollari), nel corso di questo trimestre. I tassi sui bond russi con scadenza 2028 sono scesi negli ultimi giorni all’8,44%, dopo il record testato all’8,58% lo scorso 30 gennaio. Il rublo ha perso -6,9% da inizio anno, confermandosi la seconda peggiore valuta emergente dopo il peso argentino, in base ai dati di ‘Bloomberg’.

Il crollo degli emergenti ha già contribuito ad un calo del 7% dell’indice di riferimento del settore bancario europeo nelle ultime due settimane, ma l’impatto potrebbe essere ben più forte e potrebbe creare ulteriore preoccupazione tra gli investitori. Il rischio più grande, riferiscono gli analisti, è rappresentato da un balzo dei tassi di interesse che potrebbe causare delle inadempienze sui prestiti. Spesso, infatti, alle turbolenze del mercato valutario seguono altrettante turbolenze sul mercato del credito. È proprio quello che accadde in Argentina durante il default del 1999-2002.

Il contagio si è ben presto propagato dagli emergenti alle Borse di tutto il mondo, con le vendite che sono diventando sempre più indiscriminate nelle ultime sedute. Le piazze finanziarie di diversi paesi industrializzati hanno toccato i minimi plurimensili. «Gli investitori dovrebbero stare alla larga dagli asset più rischiosi nel breve termine», scrivono in una nota gli analisti di Credit Agricole. «L’impressione che abbiamo è che le turbolenze non sono finite qui e ci vorrà del tempo prima che lo facciano».

Dopo il tonfo di ieri, che ha visto il peggior inizio di febbraio da diversi anni a questa parte per gli indici principali della Borsa staunitense, il paniere delle blue chip Dow Jones e l’indice allargato S&P 500 hanno rialzato la testa. In generale come principale causa di tale performance negativa è stata citata la frenata dell’attività manifatturiera in Cina e Stati Uniti. 

Ma David Madden, analista di mercato di IG cita le prospettive di un altro conflitto politico al Congresso Americano per innalzare la soglia del debito e i cali visti in Asia come fattori che rischiano di gettare ombre su Wall Street e le altre piazze finanziarie dei Paesi industrializzati. I mercati hanno comunque evitato il peggio, considerando i cali pesanti accusati dal Giappone nella notte.

La regione asiatica viene travolta dalle batosta che ha visto Wall Street vivere una delle sedute peggiori degli ultimi mesi. Le Borsa di Hong Kong e quella di Tokyo hanno trascinato al ribasso l’indice della regione, che chiude ai minimi di cinque mesi. Il dollaro australiano si rende protagonista di un bel balzo dopo le decisioni della banca centrale nazionale di mantenere invariati i tassi di interesse. In ripresa le valute dei mercati emergenti.

Ll’indice allargato della regione Asia Pacifico MSCI ha ceduto il 2,6%, il calo più accentuato da giugno. Il Topix giapponese ha lasciato sul terreno il 4,18%, entrando in una fase di correzione. In chiusura, l’indice Nikkei dei 225 titoli guida ha perso 610,66 punti toccando 14.008,47 punti.

Oggi è stata la prima occasione per il mercato di digerire i deludenti dati macro pubblicati in Cina e Stati Uniti. A questo si è andata ad aggiungere la debolezza dei mercati in via di Sviluppo, che pagano le prospettive di una fuga di capitali, con gli Usa che da due mesi a questa parte hanno dato il via alla loro strategia di uscita dalle misure monetarie ultra accomodanti (che vanno sotto il nome di ‘Quantitative Easing’).

Sul versante macroeconomico, nessuna sopresa dall’inflazione. Come previsto i prezzi al consumo sono rimasti stabilmente sui minimi dal 2009 in gennaio, senza ancora lanciare, tuttavia, un campanello d’allarme di deflazione. I numeri forniti da Istat sono la riprova di come la debolezza della domanda interna continui a erodere il valore dei prodotti in vendita. Su mese l’indice (Nic) è salito dello 0,2% su mese, ripercorrendo l’andamento evidenziato a dicembre. «Il dato conferma la tendenza assai moderata dell’inflazione, ma non segnala veri e propri rischi deflazionistici», ha spiegato a ‘ReutersPaolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo. Secondo lui gennaio potrebbe rappresentare il punto di minimo per l’inflazione, «che in ogni caso rimarrà sotto la soglia dell’1% sino alla prossima primavera».

La terza economia dell’area euro, che nel terzo trimestre dell’anno scorso ha timidamente messo fine a un ciclo negativo durato due anni, dovrebbe essere tornata a crescere nell’ultima parte dell’anno, nell’ordine dello 0,2-0,3%. Sono le stime del Governo Letta, secondo cui dopo un calo del Pil di poco inferiore al 2% nel 2013, l’economia dovrebbe mettere a segno un’espansione dell’1% l’anno successivo. Le previsioni di Fmi e Ocse sono più moderate (+0,6%).

Proprio nel giorno in cui sono emersi i pericoli che corrono le banche europee per via della loro esposizione ai mercati in via di Sviluppo in crisi, si è venuto a sapere anche che il deterioramento dei crediti potrebbe esigere una ricapitalizzazione di alcuni istituti italiani. A pesare, rende noto Bankitalia, è la più lunga fase di recessione dal Dopoguerra.

Il tour di Enrico Letta negli Emirati incomincia a dare i primi frutti. Il fondo sovrano del Kuwait Kia investirà 500 milioni nel Fondo strategico italiano (Fsi) della Cassa Depositi e Prestiti per poter investire in aziende italiane attraverso una newco. Lo ha annunciato lo stesso Premier durante una conferenza stampa in Kuwait. Letta è impegnato in un tour mediorentale che lo vedrà ospite in Qatar, Abu Dhabi, Dubai e Kuwait.

In ambito di notizie societarie, Microsoft ha nominato il nuovo Amministratore Delegato. Confermate le anticipazioni che davano il capo della divisione cloud Satya Nadella in pole position. Bill Gates, che sarà sostituito nel ruolo di Presidente da John Thompson, avrà il ruolo di consulente sulle tecnologie.

 

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