venerdì, Aprile 16

Embargo Qatar: la condanna degli Emirati è una vittoria per Doha? La Corte Internazionale di Giustizia ha definito le azioni degli Emirati contro il Qatar illegali. Ne parliamo con Natalino Ronzitti, professore di Diritto Internazionale e Matteo Colombo, ricercatore associato presso l’ISPI

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Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrain hanno imposto un embargo marittimo, aereo e di terra al Qatar, colpevole, secondo il gruppo guidato da Riad, di aver favorito il diffondersi di organizzazioni terroristiche e aver appoggiato l’Iran.

Due giorni fa, per la prima volta dall’inizio del blocco, la Corte Internazionale di Giustizia, il più alto tribunale referente all’Onu, si è pronunciata per la prima volta in merito alla questione. Le azioni degli Emirati nei confronti dei cittadini qatarioti residenti nell’EAU sono state dichiarate illegali. L’ordine preliminare della Corte ha quindi intimato ad Abu Dhabi di procedere immediatamente affinché «le famiglie che includono un membro qatariota, separate dalle misure adottate dagli EAU il 5 giugno 2017, siano riunite, e che agli studenti qatarioti sia concessa l’opportunità di completare i loro studi».

La decisione della Corte ha origine dall’articolo 41 del CERD, la convenzione per l’eliminazione delle forme di discriminazione razziale a cui entrambi i Paesi hanno fatto appello. “È scontato che le misure prese in virtù dell’articolo 41, come questa, siano vincolanti”, commenta Natalino Ronzitti, Professore emerito di Diritto internazionale alla LUISS. Nel caso in cui gli Emirati non ottemperassero alla decisione “la questione potrebbe essere portata in seno alle Nazioni Unite, davanti al Consiglio di Sicurezza il quale può prendere misure adeguate, bisogna vedere se la non esecuzione della sentenza possa contemplare una violazione della sicurezza internazionale”.

Da un anno il Qatar si trova a dover affrontare l’embargo imposto da alcuni Paesi arabi sunniti del Golfo e dall’Egitto, una mossa che al momento non sembra aver scalfito Doha, la quale “ha presentato questa istanza davanti alla Corte di Giustizia, con molta probabilità, in maniera molto ragionata”, continua Ronzitti, “hanno scelta di appellarsi a questa Convenzione contro la discriminazione razziale dato che è vincolante per entrambi gli Stati. Il Qatar potrebbe inoltre far uso delle norme del diritto internazionale consuetudinario, ad esempio per quanto riguarda una violazione dei diritti umani della popolazione civile, ma mi sembra non sia questo il caso dato che il Qatar è riuscito ad affrontare l’embargo senza grosse perdite”.

Dall’altre parte le tensioni tra il Qatar e gli Emirati continuano a rimanere alte, un rapporto politico sempre più in stallo. “L’impressione è che alla fine non penso vi siano grosse conseguenze per quanto riguarda il cambiamento politico tra Emirati Arabi e Qatar perché comunque non ci sono condizioni politiche diverse rispetto a prima che possano far pensare ad un cambiamento”, afferma Matteo Colombo, ricercatore associato presso l’ISPI. “Il Qatar sostanzialmente sta cercando, anche tramite questo caso, di legittimare quella che è la sua posizione dimostrando come dal suo punto di vista questo sia un attacco illegittimo da parte di Emirati, Arabia Saudita ed altri Paesi nei suoi confronti. Il fatto di portarla davanti alla corte internazionale mi sembra sia legato proprio a questa strategia di sottolineare come Doha sia una vittima di questo tipo politica

In questa lunga diatriba non ancora chiarita, l’ordine della Corte Internazionale segna di fatto una vittoria per Doha, che ad un anno dall’embargo non sembra pronta a piegarsi, vanificando gli sforzi di Arabia Saudita ed Emirati che, tuttavia, “non sembrano pronti a cambiare questo approccio”, continua Colombo, “Doha non è rimasta isolata a livello internazionale, come speravano gli Stati coinvolto nel blocco, infatti Donald Trump, nonostante sia uno dei principali alleati dell’Arabia Saudita, ha fortemente criticato la decisione di Riad di voler costruire un canale per isolare ulteriormente il Qatar”.

Una situazione che paradossalmente rafforza proprio l’avversario che Riad e gli altri speravano di indebolire: l’Iran. “Se l’obiettivo dell’Arabia Saudita era di presentarsi come il leader nella regione della lotta anti-Iran, questo non ha molto funzionato per il momento, dato che gli Stati Uniti considerano il Qatar indispensabile per una qualsivoglia strategia di contenimento di Teheran”, dichiara Colombo, “il tentativo saudita non ha prodotti risultati, però l’impressione è che l’AS ed i suoi alleati, Emirati in primis, vogliano continuare questo tipo di politica perché ritengono che alla lunga questo embargo possa portare dei risultati, a riallineare di fatto il Qatar rispetto alle posizioni precedenti”.

L’embargo rimane un’operazione dispendiosa sia per il Qatar, sia per i suoi promotori che rimangono in vari fronti tra cui la guerra nello Yemen in cui Riad ed Abu Dhabi hanno investito nell’ultimo periodo molte forze. “In realtà non esiste una strategia alternativa. L’Arabia Saudita ha un’unica preoccupazione: l’Iran. Sostanzialmente il Regno saudita sta cercando di usare il Qatar come monito per gli altri Paesi arabi sunniti, obbligandoli, in qualche modo, a riallinearsi a quella che è la sua politica estera contro l’Iran, pena subire le conseguenze che sta subendo Doha”.

Sicuramente il Qatar è riuscito fino ad ora a gestito al meglio la situazione, una situazione che alla lunga potrebbe però costare molto a Doha. “È vero che per ora il Qatar non ha avuto conseguenze, però stiamo comunque parlando di un embargo molto pesante. Dobbiamo pensare che è una Nazione di appena 400.000 cittadini e di 2 milioni di immigrati puramente economici. In un Paese piccolo, una politica di questo tipo rischia di avere delle conseguenze pericolose a lungo andare”. Un isolamento che sembra non aver tenuto conto di altri attori regionali, giunti in soccorso della monarchia qatariota. “Sì, al momento il Qatar è riuscito a gestire l’embargo grazie all’aiuto dell’ Iran, che sta beneficiando molto da questa situazione e, soprattutto, della Turchia che si è rivelata il principale alleato di Doha dall’inizio del blocco”.

Tuttavia, tante sono le dinamiche che nel lungo periodo potrebbero favorire la perseveranza dell’Arabia Saudita e degli Emirati. “Il Qatar continua comunque ad essere un alleato statunitense, tanto che nell’ultimo periodo è giunto ad un accordo con gli Stati Uniti per la costruzione di una nuova base militare in territorio qatariota”, continua Colombo, “inoltre il mondiale del 2022 potrebbe essere un’ulteriore occasione per l’Arabia Saudita per screditare Doha. Forse, alla lunga,  questa situazione è molto più dispendiosa per il Qatar che per l’Arabia Saudita e gli Emirati che non sono rimasti isolati nella regione. Al momento il gioco vale la candela ed è difficile dire come e quando le cose possano cambiare”.

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