sabato, Maggio 8

Emanuele Macaluso, l’’hombre vertical’ della sinistra italiana Una persona che sostiene le sue opinioni senza curarsi di compromessi, libero al punto da potersi permettere il lusso di essere severo, quando serve, con se stesso

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Persone della tempra e del rigore di Emanuele Macaluso in Spagna vengono definiti con l’espressione ‘hombre vertical’: una persona che sostiene le sue opinioni senza curarsi di compromessi, libero al punto da potersi permettere il lusso di essere severo, quando serve, con se stesso; e coltivare con amici e compagni un rapporto duplice: rigore, e benevolo, indulgente rispetto.

Comunista fin da adolescente, con l’Italia oppressa dal fascismo; dirigente sindacale della CGIL in Sicilia, nei giorni in cui ogni giorno un sindacalista, un dirigente della sinistra rischia una schioppettata di lupara; dopo quella scuola ‘militante’, l’approdo a Roma, voluto da Palmiro Togliatti, e via via tutto l’iter: comitato centrale, direzione, deputato, senatore; per anni tra i più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer.

Togliattiano, comunista, e tuttavia con invidiabile autonomia di pensiero. Ne fanno fede migliaia di articoli e decine di libri. Giornalista, scrittore, dirige una delle migliori stagioni de ‘l’Unità’ e ne sa qualche cosa Sergio Staino, il dissacrante disegnatore che si permette in prima pagina un ‘Nattango’ che fa storcere il naso al segretario e agli imbustati dirigenti del Partito. Appartiene alla corrente che spregiativamente viene definita dei ‘miglioristi’; non rinnega il passato, ma non concede nulla al ‘presente’, e con sguardo lucido e disincantato (ma insieme appassionato) segue il ‘dire’ e il ‘fare’ della sinistra, ne diventa una implacabile e rigorosa coscienza critica. quando il PCI si trasforma il PDS, DS, Univo, Partito Democratico, preferisce restar fuori, non si capacita di tanti contraddittori contorcimenti.

  Chi scrive l’ha conosciuto e un poco frequentato negli anni della maturità: quando si ripensa al proprio passato, alle cose dette e fatte, a come si potevano invece dire e fare; a che cosa sarebbe potuto accadere se altro si fosse detto e fatto. La prima volta, a Montecitorio, era in compagnia di Leonardo Sciascia: entrambi siciliani al midollo, il dialogo era fatto di sguardi guizzanti, sorrisi, ammiccamenti. L’ultima, qualche mese fa: accompagnato da una troupe televisiva, per una lunga intervista su Sciascia per ‘Tg2 Dossier’. Credo che sia l’ultima intervista televisiva rilasciata, o comunque una delle ultime.
 

Carico di anni e di esperienza, un Macaluso dotato di una rara capacità di giudizio, una lucida ‘lettura’ di  persone e cose. Val la pena di ricordarlo attraverso qualche passaggio di quell’intervista, aiuta a ricordare un passato recente che può spiegare qualcosa dell’’oggi’; e forse prefigura quello che attende ‘domani’. Sensibile e attento, in particolare alle questioni della giustizia, e agli abusi che in suo nome si consumano: “C’è una cosa che mi preme, e la voglio dire soprattutto ai giovani, a chi certi giorni non li ha vissuti perché è nato dopo: Sciascia con i libri che ha scritto, con la sua attività giornalistica, penso ai suoi scritti sul ‘Corriere della Sera’, su ‘La Stampa’, o ‘L’Ora’ di Palermo, ci manca. Ora che non ci sono più, lui e Pier Paolo Pasolini, si avverte un grande vuoto. Sciascia e Pasolini hanno animato le battaglie politico-culturali nel nostro Paese, come nessun altro ha saputo fare. Non ci sono più ‘firme’ come quella di Sciascia o Pasolini…  Leonardo, in particolare, protagonista con i suoi libri e i suoi articoli di ‘polemiche’ su un terreno che ancora oggi considero fondamentale, quello della giustizia. Aveva l’autorità, il coraggio di sostenere queste battaglie garantiste sulla giustizia, la sua è stata una voce fondamentale. E ha avuto un valore fondamentale nella formazione politico-culturale del nostro Paese: in cui quegli anni, quei dibattiti sulla giustizia hanno avuto un carattere e un senso che oggi purtroppo non vedo più. Da questo punto di vista Leonardo non è stato solo un grande scrittore, ma anche un grande italiano; al tempo stesso un uomo dell’Europa, ha incarnato con i suoi scritti e le sue battaglie politico-culturali, il meglio che questo Paese poteva esprimere”.

    Per quelle sue posizioni sulla giustizia, il diritto, il diritto al diritto, Sciascia è stato violentemente attaccato. Gli hanno dato perfino del quaquaraquà, il massimo insulto del capomafia de ‘Il giorno della civetta’

   “E’ stata una cosa ignobile. Lo posso dire: una cosa vergognosa e ignobile, quella del cosiddetto Comitato Antimafia di Palermo…ne facevano parte alcuni personaggi che non voglio neppure nominare… Si sono permessi di definire Leonardo un quaquaraquà, perché aveva espresso un’opinione che non coinvolgeva tanto – era solo un esempio – Paolo Borsellino, quanto un metodo di affrontare la questione delle carriere dei magistrati”.

     Sciascia è stato oltraggiato anche da morto. Hanno detto che ‘Il giorno della civetta’ è un racconto che esalta il capo-mafia Mariano Arena, e fa piacere alla mafia, che sia stato scritto…

   “Questa sciocchezza, purtroppo è stata detta da uno che è stato parlamentare della sinistra… E’ la stupidità più clamorosa che mi è toccato sentire su Leonardo. Quel libro, ‘Il giorno della civetta’, non a caso è stato tradotto in tutto il mondo, ha venduto milioni di copie: è il primo romanzo che ha fatto capire all’Italia e al mondo cos’è la mafia siciliana: l’idea che fosse una delinquenza organizzata, con personaggi che avevano un rapporto politico con la politica, ma anche con la popolazione. Perché vede, la grande mafia, quella che ha contato, aveva sì un rapporto politico con il potere, ma anche con la popolazione: i mafiosi risolvevano i problemi, erano una specie di tribunale per dirimere questioni e contrasti… Mariano Arena era anche questo. Se questo rapporto non c’è, si deve parlare di delinquenza più o meno organizzata; ma la mafia ha questa peculiarità… Con ‘Il giorno della civetta’ Sciascia ci fa capire che cos’è stata la certa mafia negli anni Cinquanta e Sessanta. Se non si comprende la diversità costituita dal rapporto con la politica, l’establishment, il popolo, non si capisce nulla della mafia; e soprattutto come mai vive e opera da più di cento anni”.

    Cosa resta, oggi, di Sciascia?

   Resta il complesso della sua opera. Un patrimonio importante che ci ha lasciato è la sua battaglia per la giustizia. Mai come oggi si avrebbe bisogno di lui, di una grande personalità come la sua. Questo rimane. C’è come un vuoto, da quando se n’è andato, che nessuno ha saputo colmare…”.

  Ci mancherà, quest’hombre vertical.

  Chi ha seguito il verboso dibattito alla Camera dei Deputati e al Senato in seguito alla crisi aperta da Matteo Renzi, avrà certamente notato la Grande Assente, negli interventi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dei suoi sostenitori, dei suoi detrattori: la giustizia, e come viene amministrata.   

   Un tecnico come Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici, abituato a ragionare sulle cifre e sui fatti concreti, non cessa di richiamare l’attenzione su quella grande e ignorata emergenza del Paese: il pessimo funzionamento della giustizia penale e civile-amministrativa.

   Una Cassandra inascoltata. Individua tre nodi che dovrebbero essere all’attenzione di quanti, attraverso il Recovery Plan promettono e annunciano miracolose guarigioni: burocrazia, giustizia e merito.

  La definizione di un piano sta diventando urgente, dice Cottarelli; per quello che riguarda la giustizia, una riforma che sia tale, in tutte le sue componenti, comporta automaticamente un positivo ricasco sull’economia; negativo in caso di ulteriore dismissione degli annunciati, ma sempre procrastinati propositi.

  Per scendere nel concreto, e a riprova di una sconcertante inerzia e inefficienza, basta citare i titoli di alcune cronache di ieri: ‘Lombardia. Torna l’allarme Covid, nelle carceri: contagi in risalita tra i detenuti’. ‘Vibo Valentia: il Covid tra le sbarre, contagiati detenuti e operatori’. Palermo: focolaio Covid nel carcere Pagliarelli, 49 detenuti positivi’.

  Samuele Ciambrello, Garante dei detenuti della Campania, denuncia: “C’è un’assuefazione sul contagio nelle carceri. Nei report quotidiani ci sono i dati di agenti e detenuti. Si devono accendere le luci su questi luoghi dove l’individuo è privato della libertà ma non deve essere privato della dignitàVoglio coniugare la certezza con la qualità della pena ma se verità e giustizia non si mettono insieme avremo solamente la vendetta. Negli ultimi 15 anni 27mila persone hanno ricevuto un risarcimento per ingiusta detenzione, lo Stato ha speso centinaia di milioni di euro. E chi riceve il risarcimento non sarà mai ripagato per una prima pagina sul giornale e per l’ingiustizia. E se sbaglia un magistrato? Che succede?”.

  Succede che una trasmissione del servizio pubblico, ‘Report’, dedica una sua puntata alle questioni della giustizia che non funziona e alla situazione delle carceri. Complimenti, ovviamente, perché la trasmissione li merita. Ma è ‘normale’ informazione; che diventa qualcosa di ‘eccezionale’, come nella canzone di Lucio Dalla. Non è un po’ amaro dover constatare che si è giunti a questo livello?

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