mercoledì, Settembre 22

Elon Musk porterà gli astronauti dalla stazione lunare alla Luna Con il nuovo progetto, Space X diventa ufficialmente il partner di più alto livello della Nasa e questo passaggio rappresenta senza dubbio il varco di una nuova frontiera anche in ambito di una politica diversa che si indirizza su attività lucrative e quindi meno dispendiose

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La Nasa ha annunciato la firma di un contratto di circa tre miliardi di dollari con SpaceX per l’utilizzo della Starship nel trasferimento degli astronauti dall’orbita lunare alla superficie del satellite.

Mrs. Kathy Lueders, amministratore associato della Nasa per l’esplorazione umana e le operazioni, come riporta ‘The New York Times’, ha definito questa «la migliore strategia di aggiudicare il contratto a una società e quindi iniziare discussioni con l’industria su come sviluppare ulteriormente la concorrenza».

L’ente americano dunque ha affidato all’azienda di Elon Musk il progetto del primo veicolo da posare sul suolo lunare nell’ambito del programma Artemis voluto da Donald J. Trump ma prima ancora, a dir la verità, da un’intuizione di George W. Bush nel 2005 per sostituire la flotta degli Space Shuttle con la famiglia di lanciatori Ares e il veicolo spaziale Orion. Solo che il tycoon prevedeva la prima missione per il 2024 e Joe Biden è vero che ha seguito i piani del suo predecessore, ma il quotidiano della Grande Mela si è mostrato insicuro che i tempi possano realmente essere rispettati.

La questione, lo sappiamo, non è da poco perché uno slittamento comporta, specie per i subcontraenti, un salto della programmazione industriale e costosi periodi di vuoto lavoro rispetto agli impegni presi e conseguenti mancati incassi.

Il programma Artemis intende che a portare quattro astronauti nell’orbita lunare sarà il nuovo grande lanciatore della Nasa, lo Space Launch System entro cui sarà posizionata la capsula Orion. Una volta in orbita intorno alla Luna, due degli astronauti lasceranno la navicella per trasferirsi nel lander della SpaceX e raggiungere la regione del polo sud lunare per una settimana, dopodiché lo stesso veicolo li riporterà a bordo della cabina, da cui raggiungeranno il resto dell’equipaggio per tornare sulla Terra.

Con il nuovo progetto, Space X diventa ufficialmente il partner di più alto livello della Nasa e questo passaggio rappresenta senza dubbio il varco di una nuova frontiera anche in ambito di una politica diversa che si indirizza su attività lucrative e quindi meno dispendiose. Non sono mancate naturalmente tutte le retoriche del caso all’annunzio: la ciurma di astronauti prevede anche una donna e una persona nera. Dunque non una selezione per capacità si sospetterebbe ma per genere e per colore della pelle, se messa su questo tono. All’impresa, come sappiamo, Artemis vivrà la partnership di aziende commerciali statunitensi e delle agenzie spaziali europea, giapponese e canadese.

E il nostro Paese, con l’esperienza vissuta per i moduli progettati molto prima che si ventilasse qualsiasi alleanza internazionale, avrà sicuramente un ruolo di primo piano nell’intera missione.

Non sia da poco non soltanto la soddisfazione di sfumatura tutta nostrana: Wiston Churchill avrebbe detto che è quasi meglio di vincere un mondiale di calcio, ma anche per il fatto –diciamo pure non secondario- che i nostri tecnici, le nostre industrie e anche le nostre università hanno lavorato bene in questi anni. E hanno prodotto ricchezza e brevetti per la nazione.

Naturalmente il cambio di passo della Nasa deve farci fare qualche riflessione.

Rispetto alla missione Apollo, che per il mondo ha rappresentato una sfida a due con l’Unione Sovietica e una dichiarazione di supremazia industriale e scientifica con tutto il mondo, oggi veder partecipare il Vecchio Continente, il Canada e il Giappone ad un programma così prestigioso è un poderoso progresso nelle relazioni internazionali. Ma ancora insufficiente per l’Europa per due macro ragioni. Per cominciare l’assenza di un sistema di lancio tale da far concorrenza sia all’America che alla Cina è sicuramente un indizio di scarsa autonomia strategica che viene pagato ogni qual volta si è alle soglie di grandi missioni scientifiche.

Posizionarsi su un segmento di lancio diverso può essere una scelta ma abbiamo visto che in linea di massima la politica dei vettori in Europa è diventata una guerra combattuta a colpi di clava tra le nazioni più avanzate.

La mancanza di una autorità politica e la prevalenza degli interessi nazionalistici fino ad ora hanno avuto solo effetti nocivi all’economia di tutto il continente. Probabilmente –e questo è il secondo punto crudele- dovrà passare molto tempo prima che l’Europa abbia imprenditori del calibro di Elon Musk non perché manchino le intelligenze ma perché è assente un sistema di ricerca e di sostegno alle imprese private pari agli Stati Uniti, ingredienti essenziali affinchè le idee si trasformino in affari. E allora, con questa consapevolezza, è più utile modificare il modello produttivo focalizzandosi sulla specificità dei prodotti da proporre alle istituzioni e ai mercati.

Il quotidiano francese ‘Tribune’, per esempio, ha ammesso recentemente gli errori della Francia per delle scelte tecniche dal 2014 e dal 2017, a causa di una scarsa valutazione del mercato dei lanciatori entro il 2020. L’autore dell’articolo, Michel Cabirol, ha parlato candidamente di una mancanza di audacia tecnologica, riportando un documento del Segretariato Generale per gli Affari Europei che ha risposto alla Commissione Europea (Mercato interno, industria, ricerca e settore dell’innovazione digitale) su quale possa essere la politica dell’accesso allo spazio. Un documento frutto di una riflessione tra i costruttori del settore dei lanciatori e dei ministeri a cui il giornale ha avuto accesso, non si sa per quale motivazione e che non ha lasciato dubbi su leggerezza e indeterminazione tra i numeri uno d’oltralpe.

Più che una semplificazione, a parer nostro, assistiamo ancora alla sistematica duplicazione di una modellizzazione che in questi anni ha portato a uno sbilanciamento delle forze e a una disastrosa architettura economica in cui l’Europa non riesce a tener testa ai suoi competitor. Non se ne può uscire, e ne siamo convinti, se non si adottano strade alternative, più vicine ad altri Paesi che a quelli che le recenti amministrazioni hanno considerato amici.

Ma sono amici quei popoli pronti a tirare la coltellata, al momento giusto, pur di mantenere le proprie posizioni?

Alla partecipazione alle missioni spaziali non ci sono alternative. Lo spazio vicino, quello dove attualmente naviga la Stazione Spaziale è un settore economico troppo importante perchè l’Italia non abbia la sua parte sia in una rappresentazione militare che commerciale.

Confidiamo che una nuova politica spaziale oggi possa portare a risultati migliori del passato, cercando alleanze con Paesi più forti, tra tutti la Germania e la Russia, con posizioni fattive e di avanguardia.

Siamo convinti che quanto ha recentemente affermato sulle colonne de ‘La Verità’ il sottosegretario con deleghe allo spazio Bruno Tabacci sia una strada percorribile: «Ci deve essere un ruolo per gli attori privati che hanno investito». Ma la nuova governance che sta spostando la strategia europea dall’Esa all’Unione non ci convince. Non fino al punto che non si riparino tutti i rapporti di forza che hanno sfruttato la deriva italiana di governi inetti e incapaci per accaparrarsi quanto i nostri generosi e poco attenti delegati hanno lasciato ignobilmente sul tavolo delle trattative.

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