martedì, Aprile 13

Elezioni regionali tra astensione e contestazione Emilia Romagna e Calabria al voto domenica. Protagonisti il non-voto e le manifestazioni anti Renzi

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La vigilia delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria è funestata dalla paura del Pd di una astensione record e dalle ormai quotidiane contestazioni che accolgono il premier in tutta Italia. Il M5S denuncia: indagata tutta la giunta Pd di Imola. Prosegue lo scontro Renzi-Landini sulla riforma del lavoro. Anche Francesco Boccia molla il premier e Berlusconi in versione elettorale scarica il Jobs act ma si tiene stretto il patto del Nazareno. Canone Rai in bolletta e social card per immigrati, gli alfaniani agitano la maggioranza. Eternit: il ributtante spettacolo della politica che si ricorda solo ora la riforma della prescrizione. Corrado Passera presenta di nuovo Italia Unica, il partito dalle ‘100 Porte’. Francesco Storace condannato per vilipendio al presidente Napolitano (che intanto ha incontrato a sorpresa papa Francesco).

Matteo Renzi ha chiuso di persona la campagna elettorale per le elezioni regionali che si terranno in Calabria ed Emilia Romagna domenica prossima e che vedono il Pd strafavorito. Ma il tempo dei tweet al rosolio, dei sorrisi smaglianti, dei selfie e delle strette di mano sembra appartenere già ad un’altra epoca storica. Oggi ‘il Nostro’ si è recato nella dimenticata Cosenza per tirare la volata a Mario Oliverio, esponente del ‘vecchio Pd’ e del proverbiale trasformismo politico calabrese, che nelle primarie era riuscito a battere il candidato renziano. Ma niente piazza e conseguente bagno di folla (anche quello divenuto un pallido ricordo) a favore di telecamere per il premier, costretto ad accontentarsi degli 800 posti del grigio auditorium ‘Antonio Guarasci’. Consiglio giunto direttamente dai responsabili dell’ordine pubblico causa il forte rischio, poi puntualmente verificatosi, di contestazioni da parte dei movimenti per la casa ed altre associazioni.

Da qualche tempo le uscite di Renzi, una volta festose, vengono accolte da lancio di uova, improperi e conseguenti scontri tra manifestanti e polizia. Contestazioni verificatesi anche ieri nelle pur paciose Bologna e Parma (non le solite degradate periferie metropolitane), dove il premier era andato a dare una mano al candidato, questa volta renzianissimo, Stefano Bonaccini, alle prese con un rischio astensione che fa paura ai ‘padroni della Regione rossa’ per eccellenza. Troubles organizzati dai soliti quattro gatti esagitati dei centri sociali, si dirà. Magari un po’ più di quattro, ma il fatto nuovo è che in piazza non si presenta più nessuno ad incoraggiare e battere le mani all’‘ex mago di Rignano’. «Comunque vada, anche se vinciamo, non saranno mai contenti, qualcuno dirà sempre ‘però c’è un po’ di astensione’», aveva infatti messo le mani avanti ieri un timoroso Renzi.

Altro motivo di preoccupazione per il Pd è la notizia, apparsa sul blog di Beppe Grillo con un comunicato ufficiale del M5S di Imola, dell’inchiesta Photored aperta dalla procura di Bologna. Quindici esponenti piddini, tra cui il sindaco della città del Gran Premio Daniele Manca, risultano indagati per abuso d’ufficio e falso ideologico per la presunta truffa degli apparecchi per la rilevazione automatica delle infrazioni ai semafori. Situazione ingarbugliata che spinge un Matteo Salvini caricato dai sondaggi che lo danno oltre il 10% (mentre Renzi cola a picco) ad affermare che «come Lega abbiamo la possibilità di strappare l’Emilia tradizionalmente rossa al centrosinistra».

Il Jobs act è da oggi nell’aula di Montecitorio, dopo l’approvazione della commissione Lavoro guidata dal frondista Pd, già pentito, Cesare Damiano. Rapida bocciatura delle pregiudiziali presentate dalle opposizioni e avvio della discussione generale sul provvedimento. Breve anche questa, tre ore in tutto. Al termine del Consiglio dei Ministri ‘lampo’ di questa mattina, poi, il ministro delle Riforme (sic!) Maria Elena Boschi non ha sciolto nemmeno la riserva sulla richiesta di fiducia da parte del governo sul provvedimento. Ci ha pensato Renzi dal convegno ‘Business Europe’ a fissarne la data del voto finale al 9 dicembre e a promettere per gennaio un decreto attuativo sul Jobs act. Il terreno dello scontro sul lavoro, comunque, si fa sempre più rovente dopo che ieri il premier aveva tacciato di «sciopero politico» la mobilitazione generale dei sindacati Cgil e Uil che, a suo dire, non avevano mosso un dito contro la riforma Fornero di pensioni e articolo 18. Oggi è Maurizio Landini, a Napoli per il già programmato e molto partecipato sciopero generale della Fiom per il centro-sud, ad incaricarsi per primo di rispondere per le rime a queste accuse pretestuose. «Renzi è male informato o poco attento. Perché se fosse informato saprebbe che la Fiom fu l’unico sindacato che scioperò contro la Fornero», così il leader Fiom gela l’ennesima ‘falsa verità’ del premier aggiungendo poi che «dovrebbe rendersi conto che lui il consenso di chi lavora, di chi cerca lavoro e delle persone oneste di questo Paese non ce l’ha». Già, ‘persone oneste’ sarebbero solo quelle che danno ragione al ‘Gladiatore delle fabbriche’? Una gaffe a cui il numero uno Fiom ha posto rimedio rettificando poche ore dopo, e zittendo così anche la polemica strumentale subito avviata dai segugi del premier e dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.

Renzismo che comincia a perdere pezzi. «Io Renzi l’ho votato, poi in controtendenza dal suo carro sono sceso», ha sentenziato stamane l’ex lettiano Francesco Boccia. E contro il Jobs act apre di fatto la sua campagna elettorale (con data ancora da destinarsi) un redivivo dall’uveite Silvio Berlusconi che oggi, intervenendo al programma ‘La Telefonata’ del fido Maurizio Belpietro, ha sepolto così riforma del lavoro e Jobs act: «E’ stato ridotto dalla sinistra e dall’intervento dei sindacato a una cosuccia da nulla che certamente non dà nessuna spinta a nessun imprenditore per aumentare il proprio personale». Il solito ex Cavaliere ‘biforcuto’ ha messo però anche in chiaro che «pur se siamo all’opposizione, ho detto sì a quei miglioramenti alla legge elettorale e all’assetto istituzionale che avevamo realizzato nel 2005 e che la sinistra in passato aveva bocciato». Tradotto: il patto del Nazareno non si tocca.

Caso Eternit. Dopo la scandalosa sentenza della Cassazione che con un tratto di penna manda in prescrizione i reati del pluriomicida (bisogna scrivere presunto) Stephan Schmidheiny, che ha avuto anche il coraggio di proclamarsi innocente e perseguitato, la politica decide di agire (dare fiato alla bocca più che altro) con criminale ritardo. Steso un velo pietoso sull’ennesimo tweet del premier, questa volta contro la prescrizione breve che proprio il suo ‘compare di merende’ Berlusconi vorrebbe allungare all’infinito (vedi legge ex Cirielli), è doveroso sottolineare l’ipocrisia della casta. «Il Cdm ha già definito una nuova disciplina della prescrizione che la prossima settimana andrà in parlamento», si affretta a balbettare l’impalpabile Guardasigilli Andrea Orlando. Riforma della prescrizione incardinata alla Camera dai finora ‘belli addormentati nei Palazzi’ Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Per chiudere, restiamo sulla cronaca giudiziaria. Così come chiesto dalla procura di Roma, Francesco Storace è stato condannato (con attenuanti e pena sospesa) a sei mesi di reclusione per vilipendio al Capo dello Stato (nel 2007, da Presidente della Regione Lazio, lo aveva definito «indegno»). «Sono l’unico italiano condannato per questo reato. È una cosa su commissione», ha commentato amaro il leader de La Destra. In effetti, trattasi di reato anacronistico, valido semmai nella Francia di Luigi XIV, il Re Sole. Non il ‘Re Giorgio’.

 

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