sabato, Maggio 15

Elezioni presidenziali Usa 2016, istruzioni per l'uso

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A causa del suo carattere federale, la democrazia Usa assegna la vittoria alle elezioni presidenziali al candidato capace di conquistare il maggior numero degli Stati, e non di ottenere il maggior numero di voti. I cittadini, peraltro, non votano per designare direttamente il futuro inquilino della Casa Bianca, ma per nominare 538 grandi elettori’ (un numero che si ottiene sommando i 435 membri della Camera e i 100 senatori ai 3 rappresentanti del District of Columbia) incaricati di eleggere sia il Presidente che il suo Vice. Questo passaggio intermedio non è però in grado di riservare alcuna sorpresa rispetto al verdetto delle urne, essendo le liste dei candidati a ‘grande elettore’ composte da personaggi che sono espressione dei partiti. Dal momento che a ciascuno Stato viene garantito un numero di membri della Camera dei Rappresentanti proporzionale alla popolazione interna a fronte di un numero fisso di senatori, il numero dei ‘grandi elettori’ varia regolarmente da Stato a Stato a partire da un minimo di tre. A differenza di Maine e Nebraska, i quali hanno adottato un modello semi-proporzionale, nei restanti 48 Stati  vige un sistema maggioritario incardinato sulla regola nota come ‘winner takes all’, che anche a fronte di un margine di vantaggio ridotto al minimo assegna al candidato vincitore tutti i ‘grandi elettori’ dello Stato.

Grandi elettori

Per questa ragione, chiunque sia intenzionato a varcare la soglia della Casa Bianca è obbligato a focalizzare l’attenzione sia sugli Stati più popolosi della Federazione che su quelli in bilico – vale a dire i cosiddetti swing State – che contribuiscono a rendere ulteriormente complessa la già difficilmente decifrabile geografia elettorale statunitense. Questo approccio a ‘geometria variabile’ è motivato dalle tendenze di voto registrate nelle ultime tornate elettorali per la Presidenza, contrassegnate da un stabilità davvero inusuale per un Paese come gli Stati Uniti. A differenza dai decenni precedenti, in cui si è assistito a ricorrenti avvicendamenti tra i due partiti che dominano la vita politica Usa, in tempi recenti i capovolgimenti politici sono stati riscontrati soltanto in 10 Stati della federazione, risultati immuni o quantomeno scarsamente influenzabili dal processo di polarizzazione che ha investito tutti i rimanenti 40 Stati, in cui alcuni strati ben definiti della popolazione tendono a votare sempre nella stessa direzione.

L’area costiera del Nord-Est, con le sue megalopoli abitate per la maggior parte da bianchi di origine irlandese e centro-europea, è considerata una roccaforte del Partito Democratico. Solo il piccolo Stato del New Hampshire, dove è molto radicata la presenza dei movimenti libertari affiliati al Partito Repubblicano, va ad interrompere la soluzione di continuità filo-democratica che si estende dal Maine allo Stato di New York al Maryland, in tutta la macroregione del New England. In queste zone la ricchezza media si mantiene saldamente al di sopra della media nazionale nel quadro di una società fortemente diversificata, con alte percentuali di afro-americani ed ispanici che in genere votano a favore del Partito Democratico. Non a caso, nell’entroterra, in cui la percentuale demografica delle minoranze scende notevolmente, lo scarto tra  democratici e repubblicani tende a ridursi in maniera notevole.

La situazione politica comincia a cambiare progressivamente fino a rovesciarsi del tutto man mano che ci si allontana dalla costa e si scende verso Meridione. Qui la percentuali di neri tende a crescere assieme al livello medio di povertà, maggiore rispetto alla media nazionale in tutti gli Stati Sud-orientali ad eccezione della Virginia. Le popolazioni residenti in North Carolina, South Carolina, Georgia, Alabama, Mississippi, Texas, Kentucky, Tennessee, Pennsylvania, ecc. costituiscono una parte assai consistente del bacino elettorale del Partito Repubblicano, sebbene alcune contee in cui le minoranze – tradizionalmente più vicine ai democratici – sono più numerose spezzino questa sostanziale uniformità rossa (il colore dei repubblicani).  È infatti alquanto significativa la situazione venutasi a creare in una contea come quella di Attala, in Mississippi, dove il Partito Repubblicano ha capitalizzato nelle ultime quattro elezioni una media del 59% dei voti contro il 40% realizzato dai repubblicani, a fronte di una popolazione composta per il 58% da bianchi e per poco più del 40% da afro-americani. In Florida, le ragguardevoli dimensioni della comunità ispanica e i grandi campus universitari che da sempre costituiscono importanti serbatoi elettorali dei democratici fungono da contraltare alle vastissime aree rurali meno densamente popolate che assicurano costantemente il proprio contributo ai repubblicani. Il che ha trasformato l’ex colonia britannica in uno dei più importanti swing State di tutti gli Stati Uniti.

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