domenica, Maggio 22

Elezioni nel mezzo della guerra Russia-Ucraina Nel mezzo a questa nuova stagione della dimensione globale che ridisegnerà molti scenari territoriali, geopolitici, imperiali, economici e culturali, scorre il mondo nelle sue articolazioni e incongruenze

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E visto che a parole non mi salvo,

parla per me silenzio, ch’io non posso

(Josè Saramago)

Siamo presi attoniti assediati, affogati e asfissiati da questa guerra d’invasione della Russia alla ricerca dell’impero perduto e l’Occidente alla ricerca di una nuova ‘Santa Alleanza’ che tra le tante positività ha rilasciato una negatività da primi della classe che bacchettano tutti gli altri. Nel mezzo a questa nuova stagione della dimensione globale che ridisegnerà molti scenari territoriali, geopolitici, imperiali, economici e culturali, scorre il mondo nelle sue articolazioni incongruenze, obbrobri, nefandezze. Ne tratterò in confusa consonanza diverse che in apparenza hanno radici diverse ma su alcune delle quali vi sono rimandi di carattere più generale.

Cominciamo con due note negative secondo il vissuto e le posizioni di molti. Domenica appena passata le forze disgregatrici dell’Europa hanno conseguito un tragico buon risultato. In Serbia, tra i paesi slavi più aggressivi, ha vinto Aleksandar Vucic alle elezioni, amico di Putin e filorusso, oltreché di Xi Jinping (solo Ping per Giggino degli esteri, così apostrofato in un viaggio cinese pagato da noi!). Inoltre e purtroppo, a riprova di consensi che non vogliamo vedere e comprendere, il para fascista teorizzatore di una democrazia illiberale, Viktor Orbán ha rivinto per ben la quarta volta le elezioni in Ungheria con una larga maggioranza. A completare la cattiva notizia concorre anche un nuovo alleato entrato in Parlamento Mi Hazánk, formazione di estrema destra dalle simpatie paramilitari e neonazisti. Significa che il consenso di cui gode è frutto di un lungo lavorìo di diffusa corruzione e partecipazione al potere non di sole élite, ma anche di un popolo che guarda ad Est da sempre perché i “con la Russia servono rapporti normali” e “dobbiamo rinsaldare le nostre relazioni bilaterali”. Mentre si afferma ciò, l’Ungheria per far vedere di essere solidale, ha accolto ben 500 mila profughi ucraini, nel mentre ha speso miliardi con la legittimazione del popolo ungherese per non far entrare un profugo “straniero” sui territori del paese. Questo governo per dirla con un eufemismo alquanto illiberale è lo stesso che in questi anni è stato accettato dal Partito Popolare Europeo con l’intera Europa che ha fatto finta di non accorgersi della natura politica. Doveva essere bandito ed emarginato da subito, ma altri interessi hanno prevalso. Stesso personaggio che teorizza da tempo che “chi in Europa non capisce che serve un uomo forte non ha capito nulla”. Capìto il tipo? E l’Europa, si chiederà qualche anima pia? Ah quella ha detto che… ha proposto che… si è mostrata preoccupata per… Solo ora sembra unita, per poi subito dopo scindersi in tanti patriottici rivoli di interessi nazionali, essendo il sogno europeo di devoluzione di autorità dagli stati nazionali con un’operazione funzionalista di trasferimento ad un organismo sovranazionale è proprio in crisi perché nei fatti poi gli stati-nazione si fanno i loro micro accordi bilaterali per promuovere le loro industrie. Adesso vanno fortissimo quelle degli armamenti ed i liberali democratici interventisti che bacchettano i pacifisti a conclusone di qualche perorazione televisiva buttano sempre lì… che poi l’aumento di commesse militari fa bene al pil! Fantastico! Nonostante che stavolta un’opposizione aveva trovato un’unità d’azione con gruppi tra loro compositi tra destra e sinistra, si pensi solo che nel cartello oltre a Dialogo, Coalizione democratica, il partito socialista, Momentum, i Verdi di Lmp c’era persino Jobbik normalizzatasi fino ad allearsi in un campo unito. Da lì provengono gli esponenti di estrema destra che hanno eletto ben 7 parlamentari. L’opposizione tutta ha raccolto la miseria di 57 seggi, mentre Orbán ha addirittura aumentato i consensi contando 135 seggi su 199, due in più che in precedenza. Fidesz il partito al potere è riuscito persino a diffondersi nella capitale, fino ad ieri dell’opposizione. Siamo al compimento e legittimazione piena di un ciclo cominciato nel 2011 quando era stata approvata la nuova “Legge fondamentale” ovvero scardinare e distruggere la Costituzione del 1949 che dopo le modifiche del 1989 non era stata più toccata. Cosa fatta dal pluripremier al potere.

Copertura mediatica pressoché totale al governo, mancanza di un confronto pubblico, spese elettorali non differenziate tra stato e partito sono alcune delle componenti con cui l’Ungheria ha ribadito una svolta a destra di cui in Europa finanzieri e teorici dell’austerità, censori del 3% dello scostamento di bilancio, non si erano accorti, così presi a far di conto. Finanza ed economia che da tempo hanno spodestato una politica divenuta un inutile orpello al grido di “crescita, sviluppo, affari!”. Con Putin d’altronde si è fatto lo stesso. Il pianto lasciamolo agli ipocriti dell’ultima ora tra cui i vari Merlo, Gramellini, il soldato Rampini, i minori Parenzo e tutti coloro i quali oggi si stracciano le costose vesti per i poverini ucraini. Gli stessi che bacchettavano sui conti ieri. Con le colpe solo degli altri, non dovendoci noi suicidare, come nell’ultimo forse para best seller rampiniano che se la prende con i disfattisti occidentali, Greta Thunberg e Carola Rackete su tutti!

Cambiamo di poco territorio e ritroviamoci nella douce France. Domenica prossima ci siamo quasi, si vota al primo turno delle presidenziali. E la preoccupazione monta. Il tecnocrate nazionalista Macron verrà giudicato e le cose non si mettono molto bene. Lo insidia la Le Pen che ripulitasi dai neonazisti, per sua ammissione, intruppati nell’estremista Front National,tenta ora con un Rassemblement ripulito, ovvero giacchetta della domenica per destri ripulitisi. Un poco come in Italia e c’è chi ci cade nel tranello della “pulizia” idoelogica, come in Italia il giornalone dei venditori d’auto, la Repubblica che già magnifica la Giorgia incoronandola quale atlantista. Viene ospitata nei pensatoi più rispettabili di destra, sperando che non ripeta la solita filastrocca dell’io sono mamma, donna, cristiana, un po’ poco come programma elettorale…. Smussa dei toni nel flirtare con conservatori meno compromessi, ma appena ha vinto Orbán chi si è congratulato oltre l’ignorante fascio leghista? Proprio mamma Giorgia.

Dunque la situazione francese è seria e preoccupante perché l’estremismo nazistoide di un Zemmour mitiga e legittima la più scaltra azione lepenista considerabile come affidabile. Come afferma Caroline Fourest intervistata da Micromega, conosciuta scrittrice, regista, giornalista e conduttrice francese si è dinanzi ad una deriva populista del linguaggio estremizzato della destra, una “droitisation” della destra dove si è aperta una competizione agonistica o concorrenziale per chi riesce a mostrarsi più a destra della destra. Sembra in una sorta di trapasso storico quando dopo il ’68 ed il movimento studentesco e dei lavoratori, c’era una competizione a sinistra in chi fosse più marxista-leninista di altri, il più a sinistra possibile. Ricordo bene con un misto di smarrimento e stupore alle infuocate assemblee ed alcuni tornanti di quella storia che poi ha preso derive diverse. Alcune estreme. Ciò che differenzia ieri dall’oggi è il contesto della scena sociale preso in una rappresentazione scenica dove la trasgressione ed un linguaggio irridente ed irriverente costituisce il “progetto” politico. Così spostatasi Le Pen un poco più lontana da destra, in quello spicchio estremo si è buttato Zemmour confermando il dettato politico di questi anni populisti iracondi rabbiosi. Ovvero una polarizzazione del dibattito politico pubblico che ha preso tutto il mondo dove la libertà di parola è garantita a tutti/e. Un misto di incredulità derivante, per la Fourest, dal fatto che le persone non credono più a verità acquisite, non crede nei fatti e nel rispetto stesso della verità. Tutto è ridiscusso con o senza competenza, basta rimettere in discussione il gioco e le parole del potere che in quanto tale è, diviene estraneo alle molte troppe vite lasciate ai margini di un’invisibilità di parola e di mezzi di sostentamento. Che hanno finito per aprire praterie per un malcontento che in Francia ha avuto alti livelli di scontro sociale, dai gilet gialli tanto graditi ai giggini vari five stars, agli attacchi terroristici nell’ultimo decennio dal Bataclan alla redazione di Charlie Hebdo con la morte di svariati fumettisti. Poi la pandemia ha nuovamente contrapposto posizioni vaccinali a contestazioni cosmiche sulla pericolosità delle cure contro il Covid. Tutto così lì come da noi come in America ed in giro per il mondo rilascia un clima in cui la democrazia pare possa esprimersi vomitando emozioni o parole urlate, purché si gridi sempre di più, per farsi ascoltare a tutti i costi. Una società dove tutti gridano il loro afono mutismo, per sentire di esserci, di esser vivi, di alitarci un élan vitale, uno slancio vitale, nuovi zombies del XXI secolo, la notte dei morti viventi, grande film horror. Qui nell’Occidente industriale del benessere perduto. Figurarsi altrove nei paesi poveri dove le priorità sono altre o nei regimi totalitari, come in Russia ma non dimenticandoci della Cina ancor più raffinata nelle sue modalità di controllo sociale. Insomma sono i canoni affermatisi di una democrazia dello spettacolo che già nei primi anni ’70 il visionario GuyDebord aveva delineato come orientamento futuro delle società opulente. Con i precedenti ancora non ben compresi nella loro pericolosità di una Brexit inglese e soprattutto di un Trump assurto alla massima carica americana. E poi tutte le sparse manovre e progetti di spostamento delle lancette della storia ad un passato falsamente eroico ma così rassicurante. Poi ci sarebbe la sinistra, chiamata così per tradizione, che ha finto di fare primarie dove più che programmi si è fatto “credere alla gente che la democrazia diretta, demagogica del pc e del marketing possa sostituire la democrazia rappresentativa”. Appunto una finta sinistra oggi che piuttosto che misurarsi su seri temi economici, politici e climatici ha scimmiottato per anni, come sovente anche in Italia ed altrove, una o più destre vicine ai bisogni delle persone comuni e dei ceti medi massacrati dalle crisi di un capitalismo senza veri avversari. Così “la vera, reale frattura della sinistra attuale è molto più semplice. Non è legata a differenze su questioni economiche e sociali… una parte della sinistra ha deciso di essere nell’assoluto diniego dei problemi reali come la crescita esponenziale del fondamentalismo religioso, come la propaganda che sta dividendo e lacerando questo paese. Un’altra parte della sinistra non sopporta più questa negazione della realtà o questa disonestà intellettuale per ragioni di clientelismo e ingenuità… fin quando non considererà l’interesse generale più importante che corteggiare i voti dei fanatici religiosi e dei demagoghi, la sinistra non potrà unificarsi e non potrà dunque discutere delle reali questioni economiche e sociali”.

Molto chiaro per cui il problema non è nella risposta ad un singolo tema quanto la perdita di un orizzonte culturale di riferimento e di un progetto politico economico e sociale capace di collegare, se non riunificare, istanze sociali diversificate in un ciclo storico di trasformazione sociale delle dinamiche storiche emergenti. Staremo a vedere, intanto molti in Francia sperano nell’aggregazione del secondo turno delle presidenziali. Vediamo come reagiranno i post gollisti ed altre formazioni conservatrici. Può andare ancora bene e fermare l’ascesa della destra al potere della nazione, un colpo che sarebbe durissimo da reggere per l’Europa, ma resta pur sempre un affannoso rincorrere un successo grazie a tecniche elettorali più che essere il segno di un progetto vincente nella società.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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